A fine luglio l’inflazione su base annua si è attestata al 4,1% con un aumento dello 0,5% rispetto al mese di giugno. L’indice nazionale dei prezzi al consumo finisce così per registrare le sempre maggiori difficoltà delle famiglie italiane con gli stipendi e i salari sempre più inadeguati a tenere il passo di aumenti per lo più indotti a livello internazionale dal rialzo dei prezzi dei prodotti petroliferi. Secondo i dati dell’Istat, in luglio gli aumenti congiunturali più significativi hanno riguardato la voce bevande alcoliche e tabacchi (+2,0%), A seguire le spese per la casa, ossia acqua, elettricità e combustibili (+1,5%) più le spese per i trasporti (+0,9%). Fermi invece i capitoli abbigliamento e calzature e istruzione; una variazione congiunturale negativa ha invece riguardato la voce comunicazioni (-0,7%). Su base annuale, le spese per la casa hanno registrato un aumento tendenziale del 8,6%, i trasporti del 7,1%, le spese per alimentari e bevande analcoliche il 6,3%. In calo ovviamente le comunicazioni con un meno 3,2%. L’Istat sottolinea che se la variazione tendenziale dovesse confermarsi al 4,1% anche nei prossimi mesi, a dicembre l’inflazione su base annua finirà per essere pari al 3,5%. Se invece si tiene conto dei prezzi dei prodotti che compongono la spesa di tutti i giorni e di quello che vengono acquistati frequentemente, l’inflazione sale al 6,1%, molto più alta del tasso medio del 4,1%. Immediate le reazioni delle associazioni dei consumatori. Per il Codacons, questi dati dimostrano che la corsa dei prezzi e ben lontana dal fermarsi. Il governo dovrebbe quindi inserire nel decreto legge sulla sicurezza la possibilità di una specie di fallimento anche per le famiglie troppo indebitate per mutui e credito al consumo in modo che possano pagare i debiti ai creditori, dilazionandoli nel tempo. La stessa cosa che normalmente è prevista per le aziende. Le famiglie, che dispongono di meno di 1500 euro al mese, vengono rovinate dagli aumenti delle spese per quei beni a cui difficilmente si può rinunciare. E allora si deve intervenire, prima della fine dell’estate, altrimenti ci sarà un settembre nero che manderà definitivamente sul lastrico milioni di italiani. A sua volta la Federconsumatori ha quantificato in 2.182 euro la cifra che famiglie italiane alla fine dell’anno di troveranno a sborsare di più rispetto al 2007, una cifra, comprensiva degli aumenti dei mutui. Per Federconsumatori, i dati dell’Istat sono sottostimati e l’inflazione viaggia ormai sopra il 7%. Di conseguenza, non sono più rinviabili i processi di modernizzazione di cui il Paese avrebbe bisogno. Insomma, invoca l’associazione dei consumatori, ci vuole più Mercato e ancora più Mercato per aumentare l’offerta di beni e la possibilità di scelta. Come se in realtà non fosse stato invece la libertà di Mercato e la mancanza di controlli da parte dei governi e delle varie autorità di controllo a dare il via libera agli speculatori. Certo, ammette la Federconsumatori, per rilanciare lo sviluppo del Paese è necessario mettere in campo iniziative che siano capaci di rispondere alle esigenze delle famiglie condizionate da una forte caduta del potere di acquisto che oramai perdura da troppi anni e che ha fatto crollare i consumi sia in quantità che in qualità. E allora, come minimo. bisogna defiscalizzare i redditi fissi, lavoratori e pensionati, di almeno 100 euro al mese. Si devono quindi bloccare immediatamente tutti i carichi fiscali dei prodotti energetici per carburanti, luce e gas portando inoltre l’Iva al 10%. E qui la soluzione pensata è quella di permettere senza più indugio alla grande distribuzione (supermercati ed ipermercati) di vendere carburanti nelle proprie aree di servizio. La stessa cosa, è bene dirlo e ricordarlo, che vogliono anche le grandi compagnie petrolifere che potranno così buttare fuori dal mercato i piccoli distributori che agiscono in regime di franchising e che non possono e non potranno competere sui prezzi con quei concorrenti che vendono e venderanno magliette e alimentari oltre che benzina e olii lubrificanti. A tale proposito è appena il caso di osservare che riducendo il numero dei venditori e limitandolo solo ai grandi operatori, le stesse compagnie petrolifere e i supermercati-ipermercati, non è affatto detto che i prezzi scenderanno. Semmai è più probabile che i grandi operatori, rimasti da soli, finiscano per fare un cartello imponendo prezzi alti. Lo stesso che stanno facendo i supermercati dopo aver eliminato una buona parte dei piccoli negozi di alimentari a gestione familiare. Ma evidentemente da questo orecchio la Federconsumatori non ci sente… Anche se, in conclusione, l’associazione ha chiesto agli esercizi commerciali (grandi o piccoli) di fare la propria parte abbattendo immediatamente i prezzi del 15-20% , almeno sino alla fine dell’anno. Come se i prezzi di vendita potessero deciderli i piccoli negozi già schiacciati dalle politiche commerciali dei grossisti, portati ad operare in termini di grandi quantità.
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