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Pay-tv: per Landolfi l'Iva al 20% ripristina un'anomalia. Ma i dubbi restano

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Martedì 2 Dicembre 2008 – 14:38 – Diana Pugliese stampa
Pay-tv: per Landolfi l'Iva al 20% ripristina un'anomalia. Ma i dubbi restano



La scelta del governo di alzare dal 10 al 20% l’Iva sugli abbonamenti per le tv a pagamento ha scatenato molte proteste e dubbi, alcuni condivisibili altri meno. Contrariamente a quanto da molti sostenuto, conseguenze a parte, la misura mira non già a “raddoppiare” ma ad “equiparare” l’imposta pagata dalle imprese Tv satellitari a quella versata dalla maggior parte delle imprese della nostra economia. solo alcuni settori specifici, infatti, pagano l’Iva ridotta per ragioni specifiche.
A scatenare la polemica e i dubbi, spesso strumentali, è il fatto che il provvedimento appare ‘mirato’ contro le Tv satellitari che, in effetti, hanno guadagnato terreno sulla Tv generalista e quindi anche sul duopolio Mediaset-Rai. Per il portavoce di Articolo 21, Giuseppe Giulietti, piuttosto che guardare ad un “filone politico peraltro inesistente” di contrapposizione tra il presidente del Consiglio e Rupert Murdock, come fanno in molti, bisogna concentrarsi sugli ascolti dell’ultimo trimestre, che confermano che “Mediaset ha perso punti importanti a vantaggio di Sky”. Dietro allo scontro, per Giulietti, c’è una questione “di mercato”, peraltro tra due concorrenti che, sottolinea non senza ragione, possono essere considerati “aspiranti monopolisti nel loro settore”.
Contro al presunto favore fatto dal governo alle reti Mediaset e alla Rai, Sky ha subito affilato le armi.
La decisione, ha ammonito ieri in un’intervista a Repubblica e Corriere della Sera l’amministratore delegato di Sky Italia Tom Mockridge, danneggia le famiglie, che hanno bisogno di avere in tasca più soldi per accrescere i consumi, ma di riflesso anche “tutta l’economia, la produzione e l’occupazione”, specie nel Sud. Molte famiglie, ha spiegato, saranno costrette “a rivedere il proprio budget” e ciò causerà prevedibili danni sui conti e gli investimenti della Tv satellitare a pagamento. “Non abbiamo ancora un’idea precisa” sull’aumento dell’abbonamento, ha sottolineato l’Ad di Sky, anticipando in sostanza che, se il Parlamento dovesse confermare la misura, solo una parte dell’aumento sarà sostenuto dall’azienda mentre la restante parte sarà scaricata sui clienti. Considerando gli introiti della tv di Murdock e i suoi succulenti proventi pubblicitari (ad esempio sulle partite di calcio), la protesta dovrebbe muoversi contro Sky piuttosto che contro il governo. Ma così, purtroppo, non è. Da ieri infatti, sui 130 (!) canali di Sky va in onda uno spot di informazione agli abbonati sul questione del “raddoppio dell’Iva”. Nello spot si contesta la decisione di Berlusconi e Tremonti di “aumentare le tasse” diversamente da quanto annunciato in campagna elettorale, in una fase di crisi economica. Pur trattandosi di una tassa specifica e non di un aumento generalizzato, lo spot giustifica così il sostanziale riversamento dell’incremento sull’utente finale, facendo passare la misura come un incoerente rialzo “delle tasse alle famiglie italiane” e non già alle imprese. “Dal 2003 - continua lo spot - Sky ha costantemente investito in Italia trainando la crescita dell’intero settore televisivo, senza utilizzare sussidi da parte del governo creando migliaia di nuovi posti di lavoro ma soprattutto offrendo a tutti gli italiani la possibilità di scegliere i programmi televisivi che preferiscono in piena libertà”. Se il Parlamento non cambierà la misura l’aumento dell’Iva sull’abbonamento entrerà in vigore il prossimo 1 gennaio, conclude il servizio pubblicitario, nel quale si chiede anche agli utenti in disaccordo di inviare una e-mail alla segreteria della presidenza del Consiglio. Tale strategia, come era prevedibile, ha portato i suoi frutti: già dalle 16 di ieri pomeriggio la casella di posta indicata nello spot era satura di messaggi di protesta degli abbonati.
Nella partita l’opposizione appare come spesso accade dura col governo ma incoerente e divisa. Per il vicepresidente dei deputati Pd, Marina Sereni, la misura colpisce “quasi cinque milioni di consumatori italiani che possono permettersi un abbonamento a Sky” senza guardare ai tanti favoriti presenti in Italia e scegliendo di “raddoppiare le tasse proprio a un concorrente di Mediaset”. Il dubbio, a ben vedere, è legittimo ma, come spesso accade, finisce per essere strumentale. Anche in questo caso, infatti, sarebbe più corretto parlare non già di un raddoppio ma di una equiparazione di una delle imposte rilevanti che gravano sul prezzo finale dell’abbonamento.
I quasi cinque milioni di utenti, inoltre, sono e restano una minoranza rispetto al totale degli italiani e non sempre sono i meno abbienti, di certo impossibilitati a pagarsi un abbonamento tv, bene comunque voluttuario rispetto ai prodotti di primaria importanza. Più condivisibile, invece, il fatto che la norma finisca per colpire stranamente il principale concorrente di Mediaset. Per Silvana Mura, deputata di Idv, il ripetuto invito del premier a “non modificare le proprie abitudini commerciali e a non ridurre i propri consumi” contrasta poi con l’aumento mirato dell’Iva e con il “costo di un prodotto che negli ultimi anni ha avuto un grande successo e proprio in corrispondenza delle feste natalizie”. Il dubbio della deputata è che, occupandosi di “determinati settori” come quello televisivo, l’interesse generale venga “oscurato” da altro. Più moderato, infine, il segretario nazionale dell’Udc Lorenzo Cesa, che punta a riaprire le relazioni con l’esecutivo. Per Cesa la misura non riflette un “conflitto di interessi” ma un “errore” cui rimediare in Parlamento per non penalizzare Sky, tv che, ha sottolineato, “da molti anni garantisce una informazione sopra le parti”.
Decisamente un po’ debole la difesa di Berlusconi che punta soprattutto sul fatto che la penalizzazione colpisce anche Mediaset nel suo progetto di avviare una nuova tv a pagamento. Più solida, invece, l’altro aspetto evidenziato dal capo di governo: la misura rimuove infatti un “privilegio” concesso a Sky dalla sinistra. Che di ciò si tratta, purtroppo per i tanti contestatori, è un fatto: il resto dell’economia paga infatti un’Iva del 20%.
Il nocciolo della diatriba, pertanto, sta nella motivazione che spinse l’allora governo a concedere tale eccezione alla regola generale. Secondo Berlusconi ciò fu fatto “per i rapporti che (la sinistra ndr.) aveva con quella televisione”.
Per l’ex ministro delle Comunicazioni Mario Landolfi, invece, la norma fu decisa “per favorire l’introduzione della piattaforma satellitare” e fu prorogata nel 2003 con l’arrivo di Sky nel mercato nazionale. Oggi, ha sottolineato svuotando il campo dalle polemiche, con quasi 5 milioni di abbonati sembrano “venute meno le ragioni per mantenere in vigore” la misura. “Del resto - ha continuato - non stiamo parlando di un bene di prima necessità” e “non mi sembra uno scandalo se per incrementare le entrate dello Stato gli abbonati dovranno pagare 4 o 5 euro in più al mese”. In effetti, per attuare il decreto anti-crisi rafforzato anche su richiesta dell’opposizione, l’esecutivo necessita di risorse maggiori rispetto a quanto inizialmente previsto. Secondo i calcoli delle stesso Mockrige, il provvedimento colpirà 4,6 milioni di famiglie, aumentando di 210 milioni di euro gli introiti fiscali dello Stato. Come ha sottolineato Landolfi, una sinistra che giudica inadeguate le misure a sostegno delle famiglie più povere e poi protesta per un aumento di 4-5 euro per l’abbonamento alla tv satellitare fa un po’ “sorridere”.
Una conferma della correttezza di tale visione è giunta anche dal sindacato Uilcom, che ha espresso “forte preoccupazione” per il rischio che le imprese del settore taglino gli investimenti, rischio peraltro condivisibile e decisamente più grave dello sbandierato aumento di tasse alle famiglie. Anche per il sindacato, però, la misura ripristina la “normalità” rispetto ad una agevolazione momentanea “atta ad incentivare lo sviluppo della tv satellitare, via cavo e digitale in Italia”.
Alla luce di ciò sorprende dunque che l’opposizione continui a concentrare la sua opposizione sul conflitto di interessi e sull’aumento delle imposte, piuttosto che preoccuparsi del taglio occupazionale che il provvedimento potrebbe comportare, tanto più che Sky Italia sta attraversando un momento assai delicato, che prevede “un processo di riorganizzazione” occupazionale e contrattuale con il sindacato.

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