La conseguenza più forte, a livello politico, dei recenti attacchi terroristici che hanno colpito Mumbai, potrebbe essere l’interruzione del processo di pace tra Pakistan e India. Tutti i terroristi che hanno messo a ferro e fuoco Mumbai arrivavano da Islamabad. Questo è infatti quello che da giorni si ripete a Nuova Delhi, trovando nei nemici di sempre la radice della carneficina che nei giorni scorsi ha insanguinato il Paese. Il processo di pace avviato nel 2004, già claudicante, rischia così di interrompersi bruscamente e preparare il terreno per un inasprimento delle relazioni tra due nazioni che, occorre sottolinearlo, sono in possesso della bomba atomica. Secondo fonti governative citate dalla stampa indiana, a Nuova Delhi sta radicandosi l’opinione di sospendere il processo di pace, mentre, da Islamabad, un alto esponente dell’esercito pachistano ha minacciato un possibile spostamento delle truppe dal confine con l’Afghanistan a quello indiano se Nuova Delhi continuerà a “incolpare il Pakistan” per gli attacchi a Mumbai e se rafforzerà la presenza militare al confine pachistano. Sul fronte interno a nuova Delhi si sono dimessi l’uno dopo l’altro, il vice-premier e il premier dello Stato del Maharashtra (di cui Mumbai è la capitale), il ministro dell’interno e il capo della Guardia Costiera. Questo mentre dal Pakistan arrivano le esortazioni del presidente Asif Ali Zardari a non punire il suo Paese per l’atto terroristico. Secondo il vedovo di Benazir Bhutto, infatti, “Anche se i miliziani fossero collegati a Lashkar-e-Taiba, con chi credete che noi stiamo combattendo? Viviamo in tempi difficili, in cui elementi che non rappresentano uno Stato già’ in precedenza ci hanno portato alla guerra, come nel caso degli attacchi dell’11 settembre”. Ma a Nuova Delhi sono ben consci delle connivenze tra i gruppi terroristici pachistani e l’Isi, il servizio segreto di Islamabad, talmente compromesso con le milizie ribelli pachistane e afghane che dalle nostre parti verrebbe definito “deviato”. Una specie di cupola nel governo pachistano che gestisce, di fatto, la politica del Paese attraverso supporti e alleanze con le milizie terroristiche. Secondo molti osservatori il Pakistan starebbe cercando di dare una spinta centrifuga al terrorismo interno, cercando di spostare le azioni delle milizie pachistane nei Paesi confinanti per garantire tranquillità ad Islamabad. Gli attacchi in India, di cui Mumbai è solo l’ultimo in ordine di tempo, sarebbero il frutto di questa strategia. In quest’ottica Nuova Delhi non avrebbe quindi tutti i torti a puntare il dito contro Islamabad. Ma bisogna anche considerare che l’Isi, è una sorta di “Stato Ombra” i cui legami con i governanti pachistani non sono dimostrati e dimostrabili e la cui strategia è oscura. Da mesi, e specie durante l’ultima fase della presidenza Musharraf ormai sgradita alla Casa Bianca, gli Stati Uniti accusano l’Isi di sostenere l’insorgenza talibana in Afghanistan. Ma, come è noto, i rapporti tra l’intelligence Usa e l’Isi, sono ambigui, in primo luogo perché si scambiano informazioni a livello regionale e poi perché negli anni Ottanta i servizi segreti pakistani erano il tramite tra gli Usa e i mujaheddin afghani impegnati a combattere i sovietici. La scorsa estate il premier pakistano Yusuf Raza Gilani, in visita negli Usa, aveva rigettato ogni accusa di complicità dell’intelligence di Islamabad con le milizie talibane, ma la Casa Bianca ha continuato a pensarla diversamente. Forse perché sa molto più di quel che sembra. Se infatti il servizio segreto pachistano agisse veramente in autonomia rispetto ad Islamabad, ipotesi non scartabile, viene da chiedersi a chi fanno capo realmente gli 007 pachistani. Intanto, Washington non perde tempo a ritagliarsi un ruolo di primo piano nelle ormai tese relazioni indo-pachistane. Ha già annunciato l’invio a Mumbai di una squadra dell’Fbi che dovrà “aiutare” gli investigatori indiani nelle indagini, visto che gli 007 americani sembra giudichino prematuri i risultati raggiunti dai colleghi di Nuova Delhi, che individuano nei gruppi Lashkar-e-Taiba e Jaish-e-Mohammed, che lottano per l’indipendenza del Kashmir, gli autori delle stragi di Mumbai. Nella veste di gendarme planetario che si è cucita addosso, Washington ha quindi annunciato la visita, per mercoledì, a Mumbai, dell’ancora segretario di Stato Condoleezza Rice, che porterà a Nuova Delhi gli appelli alla calma nei confronti di chi vorrebbe un’azione militare indiana contro i campi di addestramento di Lashkar-e-Toiba, che si trovano nel territorio controllato dal Pakistan. Solo Washington, evidentemente, può bombardare il territorio pachistano a caccia di terroristi. Mentre cercano di far tornare Nuova Delhi a più miti consigli, gli Usa tengono anche a precisare che, a quanto gli risulta, non vi sarebbe alcun segno di un coinvolgimento del Pakistan negli attentati. Salvo poi stilare un rapporto, anticipato dal New York Times e redatto dalla “Commissione sulle prevenzione del terrorismo e della proliferazione di armi di distruzioni di massa” - un organismo “indipendente” creato dal Congresso – secondo cui il Pakistan costituisce la maggiore fonte di pericolo, a cui la nuova amministrazione Obama dovrà dare la massima priorità. “Se uno dovesse fare oggi la mappa del terrorismo e delle armi di distruzioni di massa, tutte le strade si incrocerebbero in Pakistan”, si legge nel rapporto. Islamabad è diventata centrale nella gestione dell’area e Washington lo sa bene, visto che ha “favorito” l’avvicendamento alla presidenza facendo in modo che l’ormai ingestibile generale Musharraf uscisse dai giochi. Ora c’è un governo “amico” pronto ad abdicare alla propria sovranità territoriale, come dimostra l’accordo segreto firmato per permettere agli Usa di bombardare il Waziristan. Così, Washington, da un lato fa da paciere tra Islamabad e Nuova Delhi per non permettere che si apra un altro fronte nell’area, dall’altro si prepara il terreno per una presenza sempre più invadente ad Islamabad. Nello stesso rapporto reso pubblico dal NYT si legge anche che “nei prossimi cinque anni i gruppi terroristici riusciranno probabilmente a compiere un grosso attentato con armi nucleari, chimiche o altre armi non convenzionali, se gli Stati Uniti e i suoi alleati non agiranno immediatamente per prevenirlo”. L’india ha già avuto il suo avvertimento. Chissà chi sarà il prossimo.
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