Dalla dottrina di Monroe (1823) ai 14 punti di Wilson (1918) gli Usa, attraverso i propri presidenti, trovarono i motti e le direttive per iniziare e consolidare il dominio sull’Europa e sul pianeta. Il primo dogma, quello di Monroe, non fu solo un chiaro messaggio al mondo bensì un tentativo, riuscito, di dar forma a quell’idea di Stato che i coloni statunitensi ancora non avevano ben chiaro, essendo interessati principalmente alla conquista delle frontiere occidentali. Fu la promessa di non intervento militare salvo provocazioni, seguito dalla richiesta di non interferenza europea. Fu anche l’implicito annuncio di un’economia decisamente nazionalistica e protezionistica. Mentre Monroe dettava la sua dottrina, fra uomini presunti eguali, ignorando il razzismo diffuso negli Stati del Sud, e invocava l’America agli americani (quelli giunti e non ai nativi), nell’Italia frammentata infuriava dura repressione (Stato pontificio, Borboni e austriaci). In anticipo sui dettami di Monroe, ci fu un primo assaggio terminologico con il farewell address (1796), un chiaro discorso di addio alle “alleanze durevoli” con l’Europa. Una nazione, quella statunitense, nata con una rivoluzione non in senso stretto, ove non c’era questione sociale né crisi economica e tensioni sociali bensì ideali di libertà e democrazia che coprivano, in realtà, enormi esigenze d’indipendenza economica; conclusasi nel 1776 con la Dichiarazione d’indipendenza, per molti non potrebbe neanche definirsi rivoluzione. Il principio del “destino manifesto” (si noti l’uso dei due vocaboli inoppugnabili), reso celebre non da un Presidente ma da un giornalista (tale O’Sullivan nel 1845, presidente Polk) espresse, in ogni caso, la vocazione messianica del popolo Usa di far trionfare la libertà partendo dal proprio continente, a spese, innanzitutto, dei nativi. Un’espressione già utilizzata dai Puritani che si autoidentificavano con il popolo eletto del Vecchio Testamento. Abramo Lincoln (1861 – 1865), costretto all’impegno sul fronte interno con la guerra di secessione, non ebbe tempo per lanciare moniti all’Europa. Fu l’autore del “liturgico” e celebre “Discorso di Gettysburg” in cui ricorda le vittime della guerra civile tra nordisti e sudisti (vittoria dell’emergente borghesia industriale su quella agraria) e invoca il proseguimento in tale sacrificio liberatore. Un precursore dei discorsi alla Nazione. E’ noto come l’imperialismo Usa e la fine dell’isolazionismo siano cominciati nel 1898, con la guerra contro la Spagna, tramite il pretesto dell’affondamento della nave Usa Maine a L’Avana (15 febbraio 1898), che provocò un breve conflitto, supportato dalla potente stampa interventista. Uno scontro risolto con la confisca di Cuba, Portorico e Filippine alla Spagna. “Il mondo non fu più lo stesso”, tanto per citare un’espressione cara ai buonisti contemporanei. Non lo fu per davvero per la Spagna coloniale, irrimediabilmente compromessa, né per la nuova potenza emergente. Il rischio, per quest’ultima, di non trovare mercati ai quali destinare la produzione in eccesso degli anni precedenti, fu felicemente risolto. In seguito alla “normalizzazione” statunitense delle Filippine, il giornalista e scrittore Mark Twain scrisse “Questa accumulazione planetaria di moralità ammaestrate, di principi elevati e di giustizia, non può fare una cosa non giusta, una cosa non onesta, una cosa non generosa, una cosa non pulita. Sa quello che sta facendo. Non sentirti a disagio; non c’è problema”. Curiosa avversione per le navi da parte degli Usa, visto l’attacco (non evitato) alla Lusitania, alle navi di Pearl Harbour per l’ingresso nella seconda Guerra Mondiale e alla Maddox, affondata dai vietnamiti, casus belli per la guerra al Vietnam del Nord. Il presidente McKinley (1897-1901) affermò di non riuscire a prender sonno in merito alla questione del dopoguerra filippino quando fu “illuminato” al punto da poter dire “Non si poteva restituire le Filippine agli spagnoli: sarebbe stato vile e disonorevole. Non potevamo consegnarle alla Francia o alla Germania che sono nostri concorrenti in Oriente: sarebbe stato commercialmente un errore e avremmo perso credito. Non potevamo abbandonarli alla loro sorte (sono incapaci di governarsi da soli)…”. “La dottrina della porta aperta”, ennesima frase preconfezionata, mirò nel 1899 a mantenere aperti, identici e appetibili i rapporti commerciali con la Cina; tutto ciò liberalizzando, creando un vero mercato e strizzando l’occhio, in maniera fedifraga, ai nazionalismi locali. Gli Usa come paladini della libertà in luogo di sfere d’influenza rivali. A Theodore Roosevelt (1901-1909) si attribuiscono altre due simpatiche locuzioni “il mandato della civiltà” per la conquista di Panama e il “parla piano e impugna il bastone” (del big stick) per il resto del mondo. A proposito di polizia internazionale nel continente americano si usò, addirittura, un terzo principio, il cosiddetto “corollario Roosevelt”. La “democrazia del dollaro” fu la teoria ispirata dal Presidente Taft (1909-1913), che investì estrema fiducia sulla moneta nazionale, al punto da considerarla naturale (e più efficace) strumento di penetrazione nel mondo, quasi a porre in secondo piano, a parole, le armi. Il piroscafo Lusitania, il 17 maggio 1915, subì l’attacco di un sommergibile tedesco U-20. Le gravi affermazioni contro i tedeschi furono il pretesto per entrare in guerra. Le armi ritrovate nella nave riabilitarono successivamente l’attacco all’obiettivo, dunque, di carattere militare. All’epoca, invece, si criticarono ferocemente le barbarie teutoniche contro i civili passeggeri del Lusitania. I tedeschi, inoltre, preannunciarono ufficialmente l’attacco al piroscafo e qualcuno sottovalutò o finse d’ignorare l’avvertimento. Furono contraddette, in maniera definitiva, dopo circa cento anni, le direttive di non intervento fissate da Monroe, profittando dell’incidente e del nuovo messaggio di civiltà e libertà da esportare nel mondo. Al termine della Prima Guerra Mondiale, detta anche “totale” per il notevole coinvolgimento di civili, Wilson (1913-1921) pretese di calmare gli animi e di “investire” sulla pace con i suoi famosi 14 punti, formulati l’8 gennaio 1918 (successivi ad accordi segreti delineati durante la guerra). Una guerra che finì per beneficiare proprio l’ultimo arrivato, quello da oltreoceano, quello che con Monroe aveva promesso il non coinvolgimento in Europa (ma si riprometteva di ridisegnarla). Il Paese, infine, che scavalcò Londra come prima piazza finanziaria al mondo. Il punto 9, dedicato all’Italia, recitava così “Una ratifica delle frontiere italiane dovrà essere effettuata secondo le linee di nazionalità chiaramente riconoscibili”. L’Italia, delusa dal non aver ricevuto la Dalmazia e Fiume, precipitava in una situazione di grave contraddizione, di sistemazione dei reduci e di conversione dell’industria bellica. Il tutto dinanzi agli impalpabili Vittorio Emanuele Orlando (ministro degli Interni) e Sonnino (ministro degli Esteri), il cui polemico ritiro non destò alcun effetto, se non gli sberleffi di Wilson. Fu il preludio non all’accettazione delle chiacchiere di Wilson bensì all’inevitabile “biennio rosso” (1919 - 1920), contrassegnato dall’agitazione operaia e contadina con occupazioni delle fabbriche, scioperi e scontri. Le parole di Wilson per l’Italia furono criticate aspramente dalla stampa e dal Governo dello Stivale. Furono ciance ribadite nel dicembre dello stesso anno, in occasione di un viaggio del Presidente in Europa, in cui illuse le classi proletarie e i lavoratori, mascherando la rabbia verso quel popolo di sporchi e scomodi emigranti italiani che infestava gli Usa. Le rimostranze italiane, supportate anche dall’enorme sforzo in termini economici, furono considerate eccessive dal presidente Usa, non giustificate da un presunto intervento risolutore nel conflitto! Il tributo Usa pagato in Europa fu pari a quello di un solo uomo caduto; dallo stesso Paese, arrivò una terribile pandemia conosciuta, però, col nome di “spagnola” che arrecò circa 20 milioni di morti nel Vecchio Continente (più di quelli del conflitto). Un’epidemia, chiamata in tal modo perché il paese iberico fu il primo ad ammettere la presenza del virus, che decimò soprattutto le truppe austriache e tedesche, profittando di diete povere di frutta e verdura (al contrario di quelle italiane) e contribuì a determinare l’esito bellico. Arduo sanare contrasti e pretendere forzate comunità, in contrasto a livello religioso ed etnico, nella stessa area. Le decisioni della Conferenza di Parigi e del Trattato di Versailles finirono per scontentare l’intera Europa, seminando risentimento e odio pronti a esplodere alla prima occasione. I socialisti rivoluzionari italiani ed europei, dinanzi all’immobilismo della sinistra moderata, scorsero l’occasione giusta per l’affermazione del proletariato, così come non avvenuto durante la Grande Guerra (a eccezione della Russia). Suonò beffardo, così, l’ennesimo slogan di un presidente Usa, quello di “un mondo sicuro per la democrazia”. La Società delle Nazioni, a cui Wilson dedicò l’ultimo e improbabile articolo, farcito di reciprocità e garanzie tra Stati, rimase un vuoto e inutile organismo, clamorosamente privo della presenza dello Stato promotore. Occorre considerare (particolare oggi arduo da capire) quanto, prima della Grande Guerra, gli Usa fossero ancora lontani dall’Europa e come si potesse ragionare senza la loro influenza. Dal coinvolgimento bellico statunitense nel conflitto, la situazione mutò radicalmente. Lo stupore dell’opinione pubblica, riguardo i ciclici autocoinvolgimenti Usa, compreso l’ultimo dell’11 settembre, deve esser rivalutata in quanto le scelte e le azioni non sono frutto e tesoro dell’intera popolazione statunitense, bensì di ristrette cerchie decisionali senza scrupoli. Non si illudano gli idealisti (veri o presunti) dell’unità europea, quelli che ancor credono alla genuina adesione all’euro: gli Usa, in special modo dal 1823 in poi, non desiderano un blocco unito e autonomo dell’Europa, lo hanno espresso in ridicoli slogan e perseguono attualmente tale obiettivo. Yes we can...
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