Su una popolazione mondiale di 6 miliardi e mezzo di persone, gli ebrei sono 15.871.000, appena lo 0,25%, Di essi 2.000.000 vivono in Europa, 5.391.000 in Israele e 6.155.000 negli USA. La biblica terra promessa accoglie quindi la più alta percentuale di ebrei in rapporto alla popolazione locale (76%), mentre la nuova promised land ne accoglie il numero più elevato, con una percentuale comunque maggiore (1,9%) rispetto all’Europa (0,3%). Queste cifre servono, da un lato, a confermare la rilevanza degli USA - come luogo dell’anima - nella definizione dell’identità ebraica. Dall’altro dovrebbero contribuire a minimizzare l’approccio cospirazionista allo studio del sionismo. Infatti, se questa minoranza domina il mondo, vuol dire che i loro mitici antenati hanno fatto davvero un contratto con l’Onnipotente, ed ai loro attuali avversari non resterebbe che arrendersi. Un’analisi più dettagliata dell’etnia ebraica nella società multirazziale americana, conduce ad una parziale revisione dei dati ufficiali. Gli aderenti alla religione ebraica, cioè le persone devote e praticanti, sono appena 4.000.000. La comunità in senso lato, cioè coloro che si definiscono ebrei senza riguardo alla halakha - che è l’ininterrotta discendenza matrilineare da un antenato ebreo o da una persona formalmente convertita all’ebraismo - sono circa 7.400.000. Diverse stime intermedie, tra questi valori limite, si basano su calcoli che identificano, con diversa rilevanza statistica, senso d’appartenenza e coscienza religiosa, essendo la religione - e non la presunta eredità di sangue e suolo, come avviene per altri popoli - l’elemento che caratterizza l’identità ebraica. L’ampio divario di stime sul conteggio degli ebrei negli USA, dovrebbe servire a sfatare un altro equivoco dell’approccio cospirazionista: considerare l’ebraismo un’entità omogenea, trascurando le divergenze e i conflitti tra le sue componenti. A parte le differenze tra sefarditi ed askhenaziti - che ha rilevanza culturale e razziale, oltre che religiosa - si distinguono quattro correnti principali: ebraismo ortodosso, conservativo, riformato, ricostruzionista. Le ultime due sono quelle più diffuse negli USA. Dall’ebraismo riformato è nata una quinta corrente, l’ebraismo laico umanista. Nell’ambito degli ortodossi, si distinguono i modern ortodox. Proliferano fazioni minoritarie caratterizzate da una maggiore o minore aderenza alla tradizione. Se tante divisioni affliggono i devoti, immaginiamo quale eterogeneità caratterizza coloro che non sono uniti alla comunità dal vincolo religioso, ma solo da una lontana discendenza. L’appartenenza a una lobby è basata sull’interesse economico. Altri legami, etnici o religiosi, servono a cementare la solidarietà non a fondarla. Ciò vale per gli ebrei come per tutte le global tribes - termine che Joel Kotkin riferisce ad alcuni popoli che, per ragioni storiche, si trovano dispersi in diversi Paesi e tendono a fare lobby nell’economia mondiale: ebrei, inglesi, cinesi, indiani, giapponesi. Lo stesso dicasi per altri popoli, come gli italiani, che sono migrati negli ultimi due secoli. In sostanza gli ebrei si aiutano vicendevolmente come fanno tutti gli individui che si sentono affini per razza e cultura. Ma il sionismo è qualcosa di diverso. Non è un prodotto identitario, come il B’nai B’rith, che è la massoneria ebraica. E’ una strategia di dominio geopolitico, cui partecipano ebrei e non ebrei. Molti ebrei non sono sionisti: sono contrari all’esistenza dello Stato di Israele oppure, essendoci nati, preferirebbero convivere pacificamente con gli arabi. Identificare tutti gli ebrei col sionismo, è come dire che tutti gli italiani sono mafiosi. Per capire il sistema di potere sionista serve quindi un approccio diverso, antimperialista e non antisemita. Tra i riferimenti fondamentali citiamo James Petras, professore emerito di sociologia all’università di Binghamton (New York). Ha scritto 62 libri, pubblicati in 29 lingue. Esperto di questioni latinoamericane, sostiene la lotta dei senza terra in Brasile e dei disoccupati in Argentina. Da qualche tempo studia la politica statunitense in medio oriente. In uno dei suoi ultimi successi, intitolato “The power of Israel in the United States” (2006) svela il sistema di potere che dirige la politica estera americana a sostegno di Israele. Non è uno dei tanti libri sull’influenza della comunità ebraica sulla politica e l’economia del gendarme planetario, ma un’analisi dettagliata dell’intreccio di interessi - condivisi da ambienti diversi, negli USA e nel mondo - che produce uno scenario di guerra permanente in un’area di grande rilevanza strategica per il controllo dell’industria petrolifera. L’apparato in questione è definito lobby, senza ulteriori attributi, a conferma dell’idea che il sionismo non è un prodotto dell’ebraismo, malgrado la propaganda sionista tragga da questa religione la sua mitologia, ma è un aspetto dell’economia globale, che va capito e spiegato in relazione alle strategie dei grandi conglomerati trasnazionali per il controllo delle risorse. Il petrolio non è soltanto una fonte energetica, che alimenta il sistema produttivo dei Paesi industrialmente avanzati con un’incidenza maggiore rispetto ad altri combustibili fossili (carbone, metano) ed alle fonti rinnovabili (energia nucleare, solare, eolica, geotermica, riciclaggio dei rifiuti). Ma è anche una materia prima non energetica per l’industria chimica e per le industrie derivate che utilizzano polimeri. Ci riferiamo, in particolare, a settori altamente pervasivi - come la plastica, le gomme e le fibre sintetiche - i cui prodotti sono destinati, come beni intermedi, ad aziende dei comparti più svariati, oppure entrano, come beni finali, nella vita di milioni di famiglie. Mentre in altri settori globalizzati - come l’agroalimentare, il tessile, l’elettronica - l’egemonia dei conglomerati transnazionali è garantita da regimi repressivi che, in nome del libero mercato, favoriscono lo sfruttamento di due fattori produttivi (risorse naturali e lavoro) a vantaggio di un terzo (capitale), nel settore petrolchimico, data la sua importanza strategica, persiste un imperialismo tradizionale, imposto dagli eserciti e basato sulla guerra permanente. Il sionismo non ha nulla a che vedere con la teologia di questo o quel popolo, giacché lo dirige e ne beneficia un’oligarchia che - al di là delle religioni dominanti nelle nazioni in cui sono insediati i suoi apparati - replica il paradigma imperialista per attuare un progetto di classe ateo ed apolide. I Paesi che l’appoggiano militarmente, non solo Israele, sono Stati sionisti. Gli USA rappresentano attualmente il cuore del sistema. Agli albori del sionismo, lo era l’Inghilterra. Il sistema di potere sionista - che James Petras definisce Zionist Power Configuration (ZPC) - è articolato in Political Action Committees (PACs), una rete di organismi, formali o informali, operanti a livello locale e nazionale. Da essi provengono il 60% dei fondi del Partito Democratico ed il 35% dei fondi del Partito Repubblicano, stanziati con il preciso obiettivo di propugnare il sostegno incondizionato degli USA al governo di Tel Aviv, anche in caso di presunte violazioni dei diritti umani. I finanziamenti giungerebbero da alcuni miliardari ebrei - considerato che circa il 30% delle più ricche famiglie statunitensi sono di origine ebraica - e da alcune multinazionali interessate a trasformare il medio oriente, con la scusa di esportare la democrazia, in una sfera di co-prosperità americana ed israeliana. In tale prospettiva operano due organi di disinformazione, ciascuno con una mission specifica. L’Office of Special Plans (OSP) agisce sul piano strategico a tutela degli interessi americani. Giustifica il crescente impegno militare nell’area con analisi geopolitiche e prove sulla pericolosità dei Paesi arabi, come il presunto possesso di armi di distruzioni di massa da parte dell’Iraq. L’Anti-Defamation League (ADL) ha il compito di far apparire ogni critica alla politica aggressiva degli ambienti zioncon come un’offesa, di stampo discriminatorio e razzista, nei confronti degli ebrei come comunità religiosa. Essendo Israele uno Stato confessionale, gli ebrei sono la componente della lobby più esposta alla propaganda antisionista e al terrorismo islamico. Identificare sionismo ed ebraismo - cioè il tutto con una parte - semplifica il quadro e serve a mascherare gli interessi della lobby nella sua complessità, più che a tutelare l’identità ebraica nella sua specificità. Il nodo centrale della rete formata dai PACs, ed il riferimento costante dei principali organi di propaganda e disinformazione sionisti, è rappresentato dalla American Israel Public Affair Committee (AIPAC). Sebbene l’opinione pubblica creda che la lobby sia circoscritta a questo organizzazione, essa non è altro che il forum ufficiale delle istanze sioniste. L’efficacia della sua azione dipende, non dal numero di aderenti - ne dichiarano 100.000 - e dalle cariche pubbliche che essi ricoprono, ma dalla sinergia con le altre componenti del potere sionista. Nel saggio intitolato “The Israel Lobby and the U.S.Foreign Policy” (2006), gli autori John Mearsheimer e Stephen Walt, entrambi docenti universitari, scrivono: “Il successo dell’AIPAC è dovuto alla sua capacità di premiare parlamentari e candidati che sostengono la sua agenda e punire coloro che la contrastano. L’AIPAC assicura ai suoi amici un supporto finanziario attraverso una miriade di PACs. Al contrario i nemici di Israele, stiano certi, troveranno l’AIPAC a sostenere apertamente i loro oppositori”. L’obiettivo dichiarato del sionismo - quello di governare militarmente un’area geopolitica denominata Greater Middle East US-Israel Co-Prosperity Sphere - è giustificato, non solo dalla importanza strategica del petrolio come materia prima energetica e industriale, ma soprattutto dalla sua scarsità. In medio oriente sono concentrate il 66% delle riserve mondiali di petrolio. Secondo le proiezioni più accreditate, esse dovrebbero esaurirsi tra il 2030 ed il 2070. Altre stime parlano dei primi anni del 2100, ma soltanto per i Paesi del Golfo Persico. Per risolvere il problema si intensificherà lo sfruttamento dei bacini già esplorati ed attualmente produttivi. Non si esclude la scoperta di nuovi giacimenti, ma è certo che estrazione e ricerca diventeranno sempre più costose. L’ebraismo, come tradizione religiosa e mitologia legittimante, è la maschera del sionismo. Il mondialismo, come sistema di gestione oligarchica delle risorse economiche del pianeta, è il vero volto della lobby. Il cospirazionismo reazionario - dal gesuita Augustin Barruel, a Giovanni Preziosi e Julius Evola - si ferma all’apparenza, interpreta la sovrastruttura del potere sionista. Offre analisi riduttive, spesso fuorvianti, talvolta funzionali agli apparati che pretende di colpire. Smascherare il sionismo significa invece ricostruire, nei limiti delle informazioni disponibili, il complesso sistema di interessi e complicità che produce uno stato di guerra permanente nel mare Mediterraneo, a danno di tutte le nazioni rivierasche, Italia compresa, che avrebbero interesse a renderlo un lago di pace in una prospettiva macroregionale di indipendenza dall’oligarchia mondialista. |