Rinascita ha incontrato il professor Robert Faurisson revisionista e storico.
Da alcuni anni a questa parte, il revisionismo si trova ad essere comunemente chiamato “negazionismo” in quanto si dice che esso abbia un carattere eminentemente distruttivo. Lei che cosa ne pensa? “Negazionismo” è un barbarismo e, a coloro che mi danno del “negazionista”, io potrei ribadire, forgiando a mia volta un barbarismo, che essi sono degli “affermazionisti”. Nel Faust di Goethe, Mefistofele è “lo spirito che sempre nega”. Ora, i revisionisti non sono affatto diabolici; non negano nulla, e soprattutto non negano l’evidenza. Galileo non negava nulla; egli constatava l’esistenza di un errore o di una superstizione ed insisteva affinché, in un ambito particolare della conoscenza, l’astronomia, si rivedesse, correggesse o revisionasse ciò che fino ad allora era stato creduto esatto e che, a suo avviso, era falso. Prima di ripetere che la Germania ha commesso il crimine più atroce di tutti i tempi, e di aggiungere che quasi tutto il resto del mondo è stato il complice di questo crimine sia partecipandovi, sia distogliendo lo sguardo, dobbiamo esigere delle prove. Con quale diritto si afferma che la patria di Goethe e di Beethoven si è disonorata al punto da costruire dei mattatoi chimici per asfissiarvi milioni d’uomini, di donne e di bambini? Con quale diritto tante istituzioni ebraiche si permettono di accusare confusamente di complicità in questo crimine il Papa Pio XII, il Comitato internazionale della Croce Rossa, Roosevelt, Churchill, de Gaulle, Stalin, gli alleati della Germania (ivi compresi i Giapponesi, il Grand Mufti di Gerusalemme, gli Indù liberi di Chandra Bose) e i paesi neutrali, a cominciare dalla Svizzera? È davvero possibile che solo gli ebrei e i loro amici abbiano visto chiaro, mentre il resto del mondo, o poco ci manca, sarebbe stato accecato dall’odio o dall’ignoranza?
Chi sono le persone che affermano che nei confronti dell’ “olocausto” ci sia stata una “complicità” a livello mondiale? Il canadese David Matas per esempio, avvocato provetto e un’autorità in seno al “B’nai B’rith” (una specie di frammassonneria esclusivamente ebraica, con ambasciatori presso l’Onu ed altre organizzazioni internazionali), il quale ha dichiarato, il 27 gennaio 2008: “L’Olocausto è stato un crimine di cui quasi ogni paese del globo è stato complice” (“The Holocaust was a crime in which virtually every country in the globe was complicit”). All’ateo che io sono, permetta la seguente riflessione: la religione de “l’Olocausto” non è che un avatar della religione veterotestamentaria. Alla pari di quest’ultima, essa è inumana. Insegna l’odio, la crudeltà, la sete di vendetta e la violenza. Essa ci tratta tutti come Palestinesi; si burla dell’uomo, e cerca di farci ingoiare le storie più balorde che ci siano. E deve, difatti, far così: come le ho detto, sul piano della storia e della scienza o, in una parola, della ragione, gli Hilberg e i Pressac sono stati ridotti a zero dai revisionisti. Allora, disperando per la causa, e per propria inclinazione, i sostenitori dell’Olocausto si sono rivolti ai Claude Lanzmann, agli Elie Wiesel, ai Marek Halter, agli Steven Spielberg, vale a dire a dei narratori di storie ebraiche, che hanno in orrore la scienza storica. Essi del resto non lo nascondono affatto. E. Wiesel, che è il più grande dei nostri falsi testimoni, ha finito con lo scrivere nelle sue memorie: “È meglio che le camere a gas restino chiuse agli sguardi indiscreti. E all’immaginazione” (Tous les fleuves vont à la mer…, Le Seuil, 1994, p. 97).
Cosa pensa della “storiografia cinematografica” sull’ “olocausto”? Il regista Claude Lanzmann, alla fine confessò d’avere pagato, e caro, i suoi “testimoni” tedeschi per il film “Shoah”, egli ha sempre proclamato il suo odio per gli storici e per i loro documenti, giungendo ad affermare che, se avesse scoperto un film che mostrava una scena di gassazione degli ebrei, lo avrebbe distrutto. Questa tipologia di commercianti è a favore dei racconti, dei romanzi, delle novelle, dei film, del teatro, degli spettacoli d’ogni genere, e parteggia anche per il kitsch, purché questo serva ciò che essi chiamano la Memoria. Essi sono a favore de “la Mémoria” tale e quale la si scrive ad Hollywood, allo Yad Vashem o in quelle Disneyland che stanno diventando, progressivamente, tutti questi musei degli orrori che proliferano ad Auschwitz, a Berlino, a Washington o in cento altri punti del globo. Costoro privilegiano i metodi hollywoodiani e le prassi scenografiche più disoneste e disdegnano apertamente la storia. Si interessano all’arte di suscitare delle emozioni. Questa gente segue le ricette dello “story-telling”, vale a dire l’arte di imbastire una buona storia, dove il lettore o lo spettatore, gustando simultaneamente il piacere dell’indignazione contro i cattivi nazisti e quello della commiserazione per i poveri ebrei, potrà abbandonarsi al pianto. Da parte mia, prendendo atto del fatto che, in questi ultimi dieci anni, la storiografia de “l’Olocausto” si è ridotta essenzialmente a queste sottoproduzioni, ho l’impressione che il mio ruolo sia sul finire. Come vede il futuro del revisionismo storico? Io ho 79 anni. Non consacrerò quel poco di vita che mi resta a dimostrare l’assurdità, sempre più grossolana, del commercio o dell’industria de “l’Olocausto”. I revisionisti l’hanno già ampiamente provata: La storia del preteso sterminio degli Ebrei e delle pretese camere a gas naziste è un’impostura che ha aperto la strada ad una gigantesca truffa politico finanziaria, di cui i beneficiari principali sono lo Stato di Israele e il sionismo internazionale, e le cui vittime principali sono il popolo tedesco – ma non i suoi governanti – e l’intero popolo palestinese. Sono giunto a questa conclusione nel 1980. Al giorno d’oggi, 5 febbraio 2008, non devo cambiarla di un iota. Le sono grato di avermi accordato la parola. Il primo giornalista che abbia voluto darmela per davvero è stato uno dei suoi connazionali. Si chiamava Antonio Pitamitz. Era nel 1979, sul mensile Storia Illustrata, poi scomparso. Oggi, un professore universitario si batte aspramente perché mi sia accordato il diritto di esporre le mie vedute – delle vedute che egli forse per parte sua non condivide – e si tratta ancora di un italiano. Lei lo conosce: si chiama Claudio Moffa. |