Nel Palazzo di Giustizia di Norimberga, una delle poche città tedesche scampate ai devastanti bombardamenti anglo-americani, tra il novembre del 1945 e l’ottobre del 1946, si tenne una serie di processi che vedevano sul banco degli imputati 200 esponenti nazisti accusati, a vario titolo, di aver perpetrato crimini di guerra e contro l’umanità. La corte era composta da giudici inglesi, americani, francesi e russi, in rappresentanza delle potenze che avevano vinto il secondo conflitto mondiale. In quello stesso lasso di tempo altri 1.600 tedeschi venivano sottoposti al giudizio dei tribunali militari. Sappiamo come le cose andarono a finire. Nel processo principale, che vedeva coinvolti 24 tra i maggiori esponenti del Terzo Reich, vi furono 12 condanne a morte, 4 all’ergastolo, 3 a pesanti pene detentive e soltanto 4 assoluzioni. Robert Ley, capo del Daf, il Fronte Tedesco dei Lavoratori, si suicidò prima dell’inizio del processo. Hermann Goering, comandante della Luftwaffe, si tolse la vita in carcere con una capsula di cianuro poche ore prima della esecuzione capitale. Un esito scontato, ampiamente previsto, che a quel tempo non scandalizzò nessuno. Peccato, però, che la cosiddetta ‘giustizia’ dei vincitori si sia indirizzata solo in una direzione ben precisa ignorando, a bella posta, feroci misfatti commessi impunemente da chi militava sullo stesso versante. Come definire, infatti, se non crimini di guerra e contro l’umanità i massacri e gli stupri dei quali si macchiarono le truppe di colore marocchine, tunisine e algerine nel Lazio meridionale nel maggio del 1944? Erano o non erano questi rudi selvaggi africani inquadrati nel Cef, il Corpo di Spedizione Francese? E non fu il generale Alphonse Juin, transalpino doc, il capo in testa di quell’orda famelica di predoni e di assassini? Abbiamo già trattato di questa orribile pagina della nostra storia patria (‘Rinascita’, 18/6/08, “Cinquanta ore di vergogna”), per cui non ci dilungheremo più di tanto. Non sarà inutile, però, riportare integralmente il proclama che l’invitto generale Juin indirizzò ai suoi prodi ‘goumiers’ prima che iniziasse l’avanzata sui contrafforti degli Aurunci. “Soldati. Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori al mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che vorrete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”. Per queste parole qualsiasi ufficiale sarebbe stato spedito davanti alla corte marziale e condannato alla pena capitale. Per Juin, invece, le cose presero tutt’altra piega. Non solo non venne punito ma fu addirittura premiato per la sua ignavia: già capo di stato maggiore della difesa nazionale, fu nominato nel 1952 maresciallo di Francia, per poi avere il comando delle forze Nato per il centro Europa. Gli stupri dei marocchini, insomma, gli fecero fare carriera. Nel torbido periodo del dopoguerra, nessuno né, tanto meno, le potenze vincitrici, vollero crearsi problemi, tutte prese com’erano a spartirsi goduriose la torta. Il bello, anzi, il brutto, è che neanche in seguito si è trovato il modo di parlare di quella immane tragedia che ha coinvolto 60.000 persone tra donne, uomini e bambini. Eppure di recente il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sotto la presidenza del Segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, ha definito lo stupro commesso in uno scenario bellico un crimine contro l’umanità. A questo punto, e considerata l’autorevolezza del pronunciamento, perché questa esplicita risoluzione dell’Onu non può essere applicata anche alle violenze commesse dai soldati di colore nel Lazio meridionale? Lo impedisce soltanto un asettico principio giuridico che vieta la validità retroattiva oppure manca la volontà di riscrivere, a tinte fosche ma drammaticamente vere, una vergognosa pagina di storia? Perché i nostri governanti, sempre pronti a prendere cappello anche per le quisquilie, non pensano di approfondire la vicenda, magari istituendo una apposita commissione di inchiesta? La cosa, del resto, è già stata fatta per le stragi nazi-fasciste. Non si comprende perché, ancora oggi, a più di sessant’anni da quegli eventi, ci sia così tanta difficoltà a far luce nel profondo ed oscuro armadio della vergogna. Intendendo come tale il comportamento dei cosiddetti alleati nel nostro paese a partire da quel nefasto 8 settembre 1943. In verità, negli ultimi tempi, qualcosa sembra muoversi. Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di remare controcorrente e di soffermarsi su quegli accadimenti, per così dire, scomodi, proprio come le violenze marocchine di cui sopra. Si tratta soltanto di un esile spiraglio ma, prima o poi, altri aggiungeranno fieno in cascina e, alla fine, la verità storica assoluta, e non quella partigiana di una determinata fazione, non potrà che essere ristabilita. Lo storico Romano Bracalini, nel suo bel libro dal titolo ‘Paisà’, edito da Mondadori, ricostruisce fedelmente e senza fare sconti ad alcuno, il difficile e drammatico periodo dell’occupazione anglo-americana in Italia. Il quadro che ne viene fuori non è idilliaco né accattivante, contrariamente a quanto scritto per anni e anni dalla vulgata ortodossa. Per questo la pubblicazione è uscita in sordina, completamente ignorata dalle rubriche di recensione che imperversano sulla carta stampata e che pure dedicano titoli cubitali a prodotti futili e scadenti. Oggi chi non si allinea alle posizioni storiografiche dominanti, è bollato con l’ignominioso epiteto di ‘revisionista’. Ne sa qualcosa il pur astuto Giampaolo Pansa letteralmente preso a ceffoni dai suoi antichi sodali comunisti. E, c’è da scommetterci, ci sarà qualcuno che, ancora una volta, si alzerà impettito e tronfio a difendere l’indifendibile. Fossero pure gli stupri dei quei selvaggi dalla pelle scura con tanto di turbante e scimitarra. Anche nei paesi del cassinate non si parla tanto volentieri di quel dramma. La gente ha preferito dimenticare, stendere un velo pietoso sulla terribile vicenda. Qui, però, non si tratta di celare ad arte, di occultare la verità, di mistificare il tutto. E’ soltanto pudore, riservatezza, vergogna. Sì, ancora oggi, la gente di Esperia, di Pastena, di Amaseno, di Pontecorvo, di Pico, prova vergogna a parlare di quei fatti. Come se la colpa di quelle violenze bestiali, in parte, sia stata anche la loro. E non di chi sguinzagliò quella feroce ciurma di tagliagole assetati di sangue, di carne fresca e di bottino. Del resto chi avrebbe mai prestato loro ascolto? Era povera gente, semplice, umile, abituata a chinare la testa e ad ammazzarsi di fatica nei campi. Dall’altro, invece, c’erano loro, i cosiddetti ‘liberatori’, quelli venuti da terre lontane per aiutare il derelitto popolo italico a recidere il soffocante cappio del fascismo. Di fronte ai cosiddetti ‘liberatori’ non si poteva far altro che inginocchiarsi e ringraziare il Signore per averli mandati. Certo, poi, tra i cosiddetti ‘liberatori’ giunsero anche i rozzi e famelici montanari dell’Atlante. Ma questo, alla fin fine, fu considerato soltanto un piccolo incidente di percorso. Un modesto quanto inevitabile sacrificio sulla luminosa strada della normalizzazione e della libertà. Chissà se qualcuno troverà mai il coraggio di andarlo a raccontare a quelle povere genti…
|