Il signor Hitchens dà alle stampe l’agile testo “Consigli a un giovane ribelle”, edito in Italia dalla Einaudi. Devo dire che il motivo scatenante la mia curiosità è stata la simpatica copertina, un prato tante pecore bianche, e in prima fila una pecora nera… quest’anglosassone erede della “migliore” tradizione del giornalismo Liberal, intesse una dotta ed arguta meditazione su cosa significhi vivere, pensare, “opporsi” (premetto che in quanto ad opposizione lascia veramente a desiderare, erede di un passato “glorioso”, quello della contestazione sociale, al razzismo sempre di matrice tutta anglosassone, alla guerra del Vietnam). Il testo è composto da 19 lettere immaginarie (ma non troppo) indirizzate ad uno studente. Lo scritto, per altro molto godibile, e per certi versi stimolante aspirerebbe ad essere un piccolo manifesto che eleva il dissenso a strumento del progresso, che dovrebbe rappresentare una pietra di libertà nella costruzione ragionata della democrazia, insomma dovrebbe al di là del fittizio appellarsi ai giovani, essere una personale indicazione, di quanto ribelle vorrebbe essere l’autore, ed è proprio qui, che il risultato è pessimo. Nella mia personale valutazione, pesano delle affermazioni sintomatiche come la seguente: “…ho pure una madre ebrea, e una volta sono stato sposato da un eminente rabbino. Il giudaismo ha, rispetto al cristianesimo, qualche vantaggio in quanto, ad esempio, non fa proselitismo…”, tale asserzione già delimita un campo preciso, finanche etnico e da un giudizio di valore, nei confronti di una fede, sia essa “religiosa”, che ideale, cioè quella del giudaismo filantropico ed umanista, che credo ad un ribelle europeo non serva a nulla. Altra freccia verso questa visione da disilluso socialista internazionalista, (che si vede socialista ieri, ma sostanzialmente rinnega oggi, con una scelta di campo progressiva, ma filo-occidentale e democratica), quando inizia una lettera (XV) con questa speculazione: “Ebbene, no, non penso che la solidarietà dell’appartenenza sia una meta cui valga la pena ambire…”, questa dichiarazione di chiaro stampo cosmopolita-imperialista, segna in maniera indelebile, tutto il libro. Dalle accuse al romanticismo tedesco, all’irrazionalismo passando per le velate accuse di paganesimo di certe correnti culturali europee… nel mentre analizza la figura di Rilke, ne attacca l’avvicinarsi e il fascino verso Martinetti, D’Annunzio e Mussolini, ne condanna parimenti la poca considerazione per la psichiatria (in particolare per Freud). Quest’altra indicazione durerà per tutta la sua opera. Arrivando persino a chiamare “idioti” coloro che (ed ovviamente, non credo si riferisse al sistema attuale liberal-democratico) cercano intorno a delle idee e delle comunità politico-cultuarali il “consenso”, istituzionalizzando nell’incedere nel libro il consiglio allo studente, di rifugiarsi nell’individuo, sì ribelle, ma solo. E credo che questa forma di intellettualismo, si commenti da solo… da socialista ad anarchico, il tutto sempre da posizione di cattedratico. Altra frecciata, qui anti-socialista per eccellenza, (sempre molto sottile) quando paragona la ricerca della “felicità”, dell’armonia sociale e comunitaria, espressione di una politica, alla noia, al vuoto, al prevedibile. Con questa dichiarazione sceglie il campo del conformismo americanista, del capitalismo liberale, della rivoluzione americana contro quella europea del giacobino Robespierre. Il suo inglesismo democratico, tocca le vette del ridicolo, quando quasi vorrebbe che nelle sei contee dell’Irlanda del Nord, uomini e donne sposassero l’ateismo e l’agnosticismo, dimostrando un odio viscerale nei confronti delle culture popolari, parimenti non condannando l’occupazione anglicana/protestante. Ma non è finita, quando imputa agli utopisti di essere seguaci della tirannia, della follia e dell’egoismo il libro balza nella deriva liberale bella e buona. Ne è chiara indicazione, quando mette in guardia lo studente da certa terminologia: ”…Sii ancor più sospettoso di quanto ti ho appena detto nei confronti di chi usa i termini noi o ci senza il tuo permesso. Si tratta di un’altra forma di coscrizione surrettizia, volta a suggerire che noi siamo tutti d’accordo sui nostri interessi e sulla nostra identità”. Si può notare come Hitchens, manovri in maniera dotta e camuffata, verso quella deriva spersonalizzante, sia essa comunitaria o culturale, che trova condivisione in liberal e conservatori, in consapevoli pensatori; fra le righe si scorge il risorgere di un vuoto e violento focolaio di intossicazione mondialista, dove anche fini intellettuali come l’autore di questo scritto fanno a gara a demolire la socialità dell’essere comunità, della solidarietà nazionale, del nazionalismo solidaristico. E questo odio, è indicato, dalla definizione affibbiata a Milosevic (che a noi di SN, trova d’accordo) di essere un fautore del “socialismo nazionale”, per altro definendolo novello Hitler in combutta con il fascismo croato, osannando la Bosnia martire (discorso molto clintoniano). Credo, di poter ritenere il lavoro di Hitchins, una digressione ben costruita, dove mostra come certo progressismo critico, diviene su temi importanti e non meramente cervellotici la guardia bianca del capitalismo assoluto, dove richiamandosi al dubbio supremo, quello della critica filosofica, si spalleggia in maniera netta la visione del potere dominante. Quindi se per questo signore ebreo/angloamericano, la ricerca del consenso (che nel libro sembra rivolto al potere, ma quasi usando uno stile occulto, può rintracciarsi l’attacco ai veri ribelli) è da idioti, ed usando la sua immensa cultura ritiene che gli ateniesi: ”…usavano il termine in un senso più blando, definendo come idiotis qualsiasi uomo fondamentalmente indifferente alla cosa pubblica”, può ritenersi che Christopher Hitchens è un idiotis. Quello che consola di questo libro, è l’ammissione dell’autore, che la sua passione socialista è tramontata, questo solleva in me la religiosità politica del socialismo, e fa sperare che il tempo scremi ulteriormente questi indegni personaggi dal richiamo ai valori e alle idee forza del socialismo e di quei pensatori nazionalisti definiti e dileggiati come utopisti.
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