Di scena al teatro Quirino di Roma ecco “Il Signore va a caccia”, una delle più smaglianti e delle più famose commedie assieme a “L’Albergo del libero scambio” e “La Pulce nell’orecchio” di George Feydeau. Quanto “teatro” si sfornava in quello scorcio del vecchio secolo diciannovesimo, mentre la gente impazziva di voglia di modernità e quella che sarebbe stata per sempre chiamata “la belle epoque” definiva i propri confini sociali e morali e codificava il divertimento! Morto per sempre quel teatro ufficiale, nel quale si distinguevano più gli attori che gli autori, ecco dunque il nuovo pubblico francese, una nuova società borghese sorta dalla tragedia della Comune di Parigi che, fra conquiste, polemiche, rivendicazioni sociali e voglia di avventure, si diverte nei café concert, nei cabarets des chansonniers , nelle ombre cinesi, che affolla gli spettacoli del “teatro d’amore” di Henri Bataille, del “teatro scanzonato” di Bernstein, del “teatro d’idee” di Mirbeau e di quel ”teatro di digestione” che aveva consegnato la corona e lo scettro a Georges Feydeau. Feydeau nasce a Parigi nel 1862 ed entra da conquistatore sui palcoscenici della capitale appena ventenne. Le sue commedie durano in scena per tempi interminabili (1032 recite per Champignol malgré lui), i guadagni da capogiro che ne conseguono per il giovanotto sono tali che qualsiasi benpensante scrittore di teatro si sarebbe sentito sollecitato a rimanere in panciolle a godersene i frutti e a mettere a riposo l’ immaginazione. Non così il nostro che contemporaneamente al successo scopre il Casino, divoratore di ogni risorsa monetaria. Ed è proprio grazie al viziaccio che oggi si possono gustare ben trentasei pièce e 20 monologhi, due libretti d’opera e una dozzina di libretti d’operetta. Lui è maestro di trame ad orologeria, con meccanismi ingegnosi, perfetti, dove ogni parola, ogni sia pur minimo accenno ad una frase hanno un carattere di assoluta necessità perchè destinati a moltiplicarsi in modo incalzante, diventando parte di una trama perfettamente congegnata per produrre il riso in modo graffiante. Le entrate e uscite di scena dei personaggi sono ordinate con un ritmo strettissimo, quasi vertiginoso che impone al regista una messa in scena senza sbavature e agli attori uno sforzo per rendere la recitazione adeguata. Una costruzione sapiente, una macchina meravigliosa che non dà mai la sensazione dell’artefatto presiede al suo universo fantastico che ha il perno sul mondo variegato delle donnine e dei mariti cocu, ma anche dei travestimenti, delle somiglianze che provocano equivoci di persone come di oggetti, di frasi dette lì con felice nonchalance ma destinate a diventare battute taglienti e inevitabili. Nel divertente “Il Signore va a caccia”, già presentato dalla compagnia Molière al XLI Festival teatrale di Borgio Verezzi, che si avvale della traduzione, dell’adattamento e della regia di Mario Scaccia, una deliziosa, ben omogenea al personaggio, quasi vaporosa Debora Caprioglio è Leontina Duchotel, moglie convenzionalmente fedele di Giustiniano (Edoardo Sala, e chi meglio!), inconsapevole di certi linguaggi cifrati che regolano la vita degli uomini sposati. Ella ancora crede che se il marito dice che va a caccia, effettivamente va a provare la mira su qualche innocuo animale e non finge invece di partire per controllare come si comporta la mogliettina lasciata sola. Né sa che quando il marito va ad incontrare l’amante dice di regola che va al circolo. La sua rispettabilità borghese tuttavia si arresterà bruscamente ove qualsivoglia prova la induca a considerare poco consono il comportamento del marito. E poiché c’è sempre un amico, un Gustavo Moricet, il simpatico e bravo Rosario Coppolino, che le risveglia gelosie e voglie di dispetti e la rassicura che l’onestà è solo una convenzione sociale, dunque, basta non far sapere nulla a nessuno... e che il vero marito, quello dell’anima è l’amante scelto dal cuore, perchè Leontina accetti di recarsi presso la compiacente pensione di Madame Latour du Nord. Questo personaggio, un cammeo di raffinata comicità, era stato ritagliato da Mario Scaccia che avrebbe portato in scena en travesti questa donna che aveva tanto vissuto e che nel declino rigoroso degli anni aveva trovato la gioia di rispettare e agevolare le debolezze delle signore sposate e non le cocotte, fornendo ambienti appassionanti alle varie Madame Cassagne, amante in carica del marito di Leontine e al nipote del signor Duchotel, quel giovane Gontrano (Fabrizio Coniglio) che ha una laurea pigra, e ha fornito il modello per un pantalone tutto quadri allo zio che permetterà di rendere le corna un grande equivoco salva famiglie e persino onestà. Una improvvisa indisposizione di Scaccia ha fatto sì che il personaggio della Madama venisse interpretato egregiamente da Gioietta Gentile. Nella commedia anche ruoli deliziosamente scanditi, come l’ammiccante camerierina Babet di Consuelo Ferrara, il signor Cassagne, marito cornuto inconsapevole e perciò amico di Duchotel , il commissario di polizia Bridois, Fabrizio Vona, aduso a trattar di spinosi intrecci, di relazioni intra e extraconiugali. Geneviève, la collaboratrice di Madame Latour Du Nord è Serena Marinelli, mentre l’agente di polizia è Francesco di Trio. L’allestimento scenico è stato curato da Andrea Bianchi e i deliziosi costumi, sapientemente eleganti quelli delle attrici e soprattutto di Debora Caprioglio, sono stati disegnati da Antonia Petrocelli.
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