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Un romanzo che diventa un dramma

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Mercoledì 26 Novembre 2008 – 10:34 – Franzina Ancona stampa
Un romanzo che diventa un dramma



New York, o meglio Manhattan, è certo condensata come un cioccolatino nelle note acute di Rapsody in Blue di Gerge Gershwin (foto) e l’opera americana? Esiste, certo, ed è Porgy and Bess, capolavoro che profuma di campi di cotone, di bellezze nere dagli occhi di gazzella e dai liberi costumi, di vecchie Mamie dai seni abbondanti che trasudano tenerezza, di uomini che hanno adottato costumi da strong man e hanno pance lardose di birra e sniffano coca e giocano di coltello. E dietro c’è il loro canto lamentoso, ci sono le lodi a Dio degli spiritual, ci sono le canzoni che rendono più leggere le schiene curvate sui batuffoli bianchi da cogliere nei campi sterminati. Questo è l’ambiente di un romanzo di Edwin DuBose Heyward che diventa dramma teatrale di grande successo ad opera della moglie dello scrittore e poi libretto anche con il contributo poetico di Ira Gershwin e capolavoro dell’opera contemporanea con la splendida partitura di suo fratello George Gershwin. Ed ecco la storia: quando a Catfish Row, tranquilla comunità dei negri Gullah discendenti di schiavi, in quel di Charleston, Sud Carolina, arriva imbottito di birra a buon mercato e fatto di cocaina il losco Crown, si fiuta nell’aria profumo di guai. La sua bella, Bess, procace e seducente, non gli può certo impedire la rissa né fermarlo mentre ammazza un abitante del villaggio. E rimane sola quando il delinquente se vola via a far l’uccello dei boschi. Ma c’è il buon Porgy, mendicante e storpio, che da una vita prega il Signore che gli mandi il suo granellino di felicità e quando se la vede abbagliante di bellezza le apre le porte della sua stamberga e quelle molto più sontuose del suo cuore innamorato. Lei, Bess, lascia fare. Poi si ripresenta Crown e la fedifraga si divide fra i due: ad uno le illusioni dell’amore, all’altro le certezze del corpo che si dà sfrontatamente. Ma Porgy trova la forza della ribellione e uccide il rivale. La comunità che l’ama lo copre di fronte alla polizia che se lo porta solo per il riconoscimento del cadavere. E Bess? Bess cede alle lusinghe di una vita di ricchezze a New York. A promettergliele è il poco affidabile spacciatore Sporting Life, ma si sa, il luccichio delle luci sfavillanti di Broadway è nel cuore di ogni buon nero d’America e perciò irrinunciabile. Quando Porgy torna di galera, Catfish non ospita più la sua bella e non gli rimane che andarle dietro a cercare lei e il suo sogno d’amore. Quando Porgy and Bess fu battezzata in anteprima nell’aristocratica città di Boston, in quel 20 settembre del 1935, fu come se un vento di tempesta si abbattesse sul bel mondo dorato, quello che riempiva i teatri musicali e gli Auditori. Portare in scena un mondo di neri, con cantanti neri e così popolani, e per giunta con un libretto che è un miscuglio di inglese e di storpiature anglo-angolane, dialetto di Gullah e memoria d’Africa nera, e quella musica che non puoi collocare! E’ Folk puro o ricreazione? Gershwin non lascia dubbi fin da subito. Lui è andato in Sud Carolina due volte anzi una notte su un’isoletta lo fecero partecipare a un ring shout, danza rituale degli antichi schiavi, e lui si dimenò con tale impeto da rubare la scena. Poi si concesse ai riti di preghiera collettivi per assaporare ogni umore, ogni emozione. Ma lui cercava l’unità dell’opera, perciò il folk è in realtà scritto sul pianoforte come le canzoni, come quella Summertime che gira il mondo vorticosamente da allora, deflagrante nella sua fulgente bellezza, raffinata e intimista ad un tempo, una rielaborazione dello Spiritual Sometimes I Feel like a Motherless Child. Porgy and Bess è anche la faccia colta di George, quella che ama i Maestri Cantori di Norimberga, modello di scrittura contrappuntistica, che ama il Musorgskij del Boris Godunov, ama Carmen di Bizet, ama il Wozzeck di Alban Berg e adora Puccini per quel gioco di Recitativi e Ariosi che rendono la trama perfettamente comprensibile. Ma il vecchio George non è tipo da prendere in prestito dai suoi maestri, lui forgia con straordinaria unità stilistica, si gioca nelle melodie, ha morbidezze e colori cangianti, ha le espressività del jazz. Quando Sporting Life canta la sua baldanza di nero che sa il successo, il clima è quello del musical di Broadway. L’opera originaria ha una lunghezza spropositata, oltre quattro ore, perciò molti musicisti ne propongono sintesi. Nello spettacolo di Santa Cecilia ad intervenire sul testo è il geniale direttore, organista e pianista Wayne Marshall, che ha la pelle nera, ma è inglese, e che ha ricavato una suite lunga quasi due ore. E lo ha fatto in maniera tanto intelligente da non menomare il capolavoro anzi da renderlo più pregevole all’ascolto. Ascolto perchè è stato proposto in forma oratoriale, con la bravura dei cantanti ridotti a quattro, fra cui primeggia certamente il magnifico baritono Rodney Clark nel ruolo di Porgy seguito a pari merito da Ronald Samm, tenore possente che riassume con la sua voce coinvolgente e la mimica i personaggi di Sporting Life, di Mingo e di Jake. Perfetta la resa vocale di Angela Renée Simpson, nei ruoli di Serena e Maria. E Bess? appena un po’ appannata rispetto agli altri; in scena è Indira Mahajan, a lei si devono anche i personaggi di Clara, Lily, Maria. Ottima la prestazione del coro di Marcovalerio Marletta e quello di voci bianche di Santa Cecilia, corroborato dai giovanissimi del Teatro dell’Opera di Roma istruiti da José Maria Sciutto.

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