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Marco Delogu: dall'umanità al ritratto alla libertà della natura

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Domenica 19 Ottobre 2008 – 13:10 – Tatiana Genovese stampa



Polaroid di grande formato dei volti di statue dei Musei Capito-lini e dei Musei Vaticani, maschere del tempo confuse ai volti dei romani incontrati ogni giorno e ai ritratti realizzati in Inghilterra negli anni ‘90; immagini inedite di uomini di Stato accanto a quelle di vecchi patriarchi della gerarchia ecclesiastica romana fermati in pose al contempo terrene e metafisiche; foto dei Sikh della Pianura Pontina e i visi di uomini e donne africani sieropositivi; e poi primi piani strettissimi da cui emerge una mappatura dei volti e delle vite dei fantini del Palio di Siena. L’umanità tutta è presente nella personale del fotografo Marco Delogu “Noir et Blanc” esposta a Villa Medici. Un’umanità fotografata con un occhio laico e un approccio libero, dove senza sovrastrutture e sfumature l’artista incentra il suo lavoro sulla semplificazione dell’immagine fotografica, sempre considerata nei suoi elementi essenziali.
È dunque un rapporto immediato, privo di vincoli, quello di Delogu con le sue due macchine - una Hasselblad formato quadrato e poi successivamente, quella che usa tutt’ora, un banco ottico 10x12 che “consente di avere subito la visione di un positivo e negativo” - risultato di un singolare percorso professionale di ricerca visiva e sociale del fotografo romano.
L’interesse di Delogu è quello per le persone vere, delle quali il fotografo ci offre ritratti inediti in cui rivela la sua grande capacità nel cogliere la dimensione più intima e la verità che alberga in ogni singolo individuo. Tutto questo emerge in modo esplicito nel lavoro Compositori, ma anche nel ritratto di un duplice Gorbaciov, durissimo uomo di Stato e padre e marito profondamente umano, o dal primissimo piano del Cardinal Josef Ratzinger, nel 1999, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dalla serie Cardinali. Ma l’umanità ritratta da Delogu non è solo quella che abita o ha abitato nelle stanze del potere, bensì la macchina fotografica dell’artista ha saputo dare una perfetta panoramica su diverse collettività che fanno sentire le propria voce e che attraverso i propri volti riescono a raccontare storie affascinanti e che con orgoglio raccolgono il concetto di unicità ed appartenenza. Come per il lavoro Cattività, protagonisti i detenuti, e per il quale tra il 1997 e il 2003 Delogu è tornato più volte nel carcere di Rebibbia; ma anche per il lavoro Zingari, dove il ritratto di una rom che allatta in un accampamento romano rimanda all’iconografia della Vergine, seppur ricontestualizzato con un approccio laico e contemporaneo al soggetto.
Poi le forte suggestioni del paesaggio già emanate dai ritratti dei contadini di Due migrazioni, si spingono verso il lavoro più attuale Nature, dove l’artista lavora con una libertà inedita. In queste immagini la natura, sospesa in un’atmosfera surreale sembra trovare assieme al fotografo e allo spettatore - perché di spettacolo si tratta - la libertà in modo del tutto graduale. Gli orizzonti iniziali delle fotografie infatti mostrano paesaggi fitti di alberi, ma anche campi boschi spiagge, tracce seguite senza una meta precisa; immagini che sembrano ingabbiare la fantasia umana; una sensazione accentuata dall’utilizzo del bianco e nero, in cui i contrasti tra grigi più o meno cupi, sembrano rendere ancor più forte l’idea di claustrofobia e della mancanza di una via d’uscita da questo non-paesaggio. Pian piano però l’orizzonte si restringe e le immagini, dalla totalità della visuale si concentrano sul dettaglio; e anche in questo caso il gioco del colore, con un passaggio verso un bianco sempre più assoluto, sembra far quasi respirare lo spettatore che ritrova la libertà, quella via d’uscita negli spazi tra i fili d’erba, tra i rami di un albero secco.
Questa scoperta graduale delle nuove relazioni tonali spinte sino a un bianco che buca spazio e tempo, un bianco grafico e assoluto, aveva di fatto già trovato la sua più affascinante realizzazioni nello studio sui Cavalli (2007), presentati a Villa Medici per la prima volta in un suggestivo formato in scala 1:1.
E così l’attenzione alle questioni sociali, ad un’umanità vera, ad una natura che si spoglia di ogni precisa connotazione geografica per ridursi a segni e tracce, simboli di una ritrovata libertà, sono i protagonisti di questa mostra a Villa Medici, in cui il visitatore diviene spettatore della vita dell’artista in un crescendo, non solo evolutivo dal punto di vista cronologico e professionale, ma soprattutto umano.

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