La casa in Italia è tassata in modo eccessiva. Secondo un’indagine realizzata dall’ufficio studi di Arpe-Federproprietà e Confappi per il “Sole24Ore”, lo Stivale ha un peso tributario sull’edilizia residenziale maggiore di quello dei colleghi europei e si colloca ai primi posti della classifica, con valori di gran lunga più alti sia per la compravendita sia per l’affitto. Un record negativo ancor più preoccupante se si considerano i frequenti e continui aumenti delle altre voci di spesa che gravano sul bilancio familiare, come quelli dei generi alimentari o delle tariffe per i servizi essenziali. Rincari spesso ingiustificati che contribuiscono a ridurre il potere di acquisto degli stipendi, già duramente corrosi dal gennaio 2002 in poi con l’entrata in vigore dell’euro. I dati parlano chiaro: su un canone di 18.000 euro, oltre 5.300 euro finiscono nelle tasche di Stato e Enti locali, ponendo l’Italia ben al di sopra degli altri Paesi europei, soprattutto per gli affitti. Complessivamente, il fisco italiano incassa oltre 21 miliardi all’anno di tasse sulle abitazioni, che vanno per la gran parte allo Stato e per circa 7,5 miliardi ai Comuni sotto forma di Ici e tassa sui rifiuti. Gli oltre 800.000 cittadini che ogni anno comprano una casa, oltre al prezzo dell’immobile, possono ritrovarsi a pagare anche un 15% in più tra tasse, burocrazia e costi di intermediazione. I cosiddetti costi “accessori”, infatti, ovvero quelli burocratici e fiscali, hanno un peso enorme al punto che, sottolinea il “Sole24Ore”, “chi compra cinque vani ne devolve un sesto per i costi occulti”. Se poi la casa viene acquistata come investimento, le pretese dell’erario sono anche maggiori: le imposte di registro salgono dal 3 al 7%, eccezion fatta per le abitazioni nuove acquistate direttamente dal costruttore, mentre quelle ipotecarie e catastali si applicano a l7% invece che in misura fissa. Stando ai risultati della ricerca, però, a costringere gli italiani a sborsare di più rispetto agli europei è soprattutto l’intermediazione che, nella realtà, impone conti anche più salati del 3% più Iva prudenzialmente stimato nello studio. Ancora più oppresso chi affitta appartamenti. Secondo la ricerca, l’imposizione fiscale è pesantissima e, con la sua percentuale del 30% del canone lordo di locazione, “fa balzare l’Italia a un poco invidiabile primo posto”. Su un affitto di 1.000 euro mesili, ben 300 finiscono in tasse. Ad esse vanno aggiunte le spese di manutenzione, che spettano al proprietario, e l’Ici. Come ha ben sintetizzato il “Sole24Ore”, “di fatto ne resta la metà”. Unica voce favorevole, la tanto discussa imposta comunale sugli immobili, attualmente nell’agenda dell’esecutivo che, richiamandosi ad una promessa pre-elettorale di Berlusconi, ha promesso di diminuirla in Finanziaria per la prima casa e i redditi più bassi: il confronto con i colleghi europei ha rilevato che le imposte analoghe sono in genere più pesanti. Nonostante quest’ultimo dato positivo, la ricerca ha risollevato un problema indubbiamente grave: quello della eccessiva onerosità del fisco su un bene di prima necessità come la casa, socialmente riconosciuta un diritto. Appare quindi indispensabile da parte del governo porre rimedio rapidamente alla situazione, tanto più che la crisi dei mutui sub-prime e la politica restrittiva della Bce hanno creato una forte instabilità del sistema finanziario mondiale e nazionale e, di conseguenza, una vera emergenza mutui. Molti italiani, consigliati malamente dalle banche, si sono infatti ritrovati a non poter più pagare la rata del mutuo e a dover vendere l’appartamento per estinguere il debito, tornando poi in affitto. Le proposte per affrontare la crisi, in teoria, non mancano. “Bisogna ricostruire un patrimonio pubblico con affitti calmierati”, ha dichiarato ieri a Torino il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, aggiungendo che “la situazione sta diventando disastrosa” e “gli affitti hanno raggiunto livelli pazzeschi” proprio per l’assenza di un sufficiente patrimonio pubblico con affitti calmierati che farebbero scendere gli altri prezzi. “La media europea degli alloggi pubblici è del 16%, mentre l’Italia è al 4%”, ha aggiunto il ministro, ricordando che “l’80% degli sfratti avviene per morosità”. Per affrontare il caro-mutui, invece, per il ministro serve un fondo, “per mediare con le banche” ed evitare “il pignoramento della casa”. Di diverso parere il presidente della Confedilizia. Per Corrado Sforza Fogliani, la soluzione è il rilancio degli affitti, soluzione già adottata negli Stati Uniti dove negli ultimi dieci anni si è verificato un progressivo ritorno all’affitto proprio a causa del caro-mutuo. “Se si vuole affrontare la situazione tempestivamente, realisticamente, e al di fuori di ogni intento speculativo, evidente in chi lancia piani megalattici di costruzione di immobili di là da venire e accusa la proprietà diffusa di non pagare le tasse”, per il presidente bisogna rendere meno onerosa la locazione. Per Confedilizia, la proprietà diffusa, quella cioè che fornisce case in affitto per i due terzi del mercato, “non teme di pagare le tasse, chiede solo una minima redditività per l’investimento”. Soluzione promessa già in campagna elettorale da Prodi con la cedolare secca al 20%, utile anche a rendere più trasparente il settore. Confedilizia chiede pertanto di inserire questa misura già in Finanziaria, senza lasciarsi incantare “da sirene illusionistiche, da proposte irrealizzabili o condizionate da altri interessi”, tanto più che questa ipotesi consente di guardare “avanti” e scavalcare il problema dell’instabilità del settore dei mutui immobiliari. Entrambe le ipotesi, a ben vedere, hanno una certa validità. La cedolare secca, infatti, è utile a risolvere il problema nell’immediato, rendendo meno onerosi gli affitti. Nel medio-lungo periodo, invece, la realizzazione di un piano di edilizia pubblica resta fondamentale per il contenimento dei prezzi che, altrimenti, tenderebbero inevitabilmente a salire per recuperare l’inflazione o l’aumento delle imposte. Proprio i dati del “Sole24Ore” confermano infatti che il peso dell’Erario su queste due voci è troppo alto. Ciò disincentiva affitti regolari e incentiva il nero, sia negli acquisti che negli affitti, peraltro con effetti negativi sul Pil, il gettito e i parametri di Maastricht. Come direbbe Totò, “è la somma che fa il totale” ed è questa che i cittadini si trovano a pagare, spesso con stipendi reali decrescenti.
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