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Salari: la Cgil scopre solo ora il boomerang dello stipendio di produttività

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Domenica 10 Agosto 2008 – 13:11 – Diana Pugliese stampa
Salari: la Cgil scopre solo ora il boomerang dello stipendio di produttività

Cara Cgil, benvenuta sul pianeta terra! Questo viene spontaneo pensare di fronte alla decisione della Cgil di portare in piazza a settembre lavoratori e pensionati perché l’accordo sui salari di produttività, assurdamente accettato dal sindacato guidato da Luigi Epifani insieme a Uil e Cisl, è di fatto una partita a perdere. Eh sì, perché trasferendo il rischio d’impresa anche sui lavoratori, ne sancisce la definitiva sconfitta di fronte agli interessi dell’impresa. Legare gli adeguamenti salariali alla produttività, variabile non facilmente calcolabile, significa infatti rinunciare agli aumenti stessi quando la produttività va male e lasciare che, quando le cose vanno meglio, sia il datore di lavoro a deciderne l’entità. La fin troppo elogiata produttività, poi, dipende anche dall’andamento generale dell’economia e dall’inflazione che corrode il potere d’acquisto del salario e degli adeguamenti; viene inoltre calcolata in base ai risultati aziendali, rappresentati in bilanci - spesso non aderenti alla realtà – sulla cui elaborazione i lavoratori non hanno alcun controllo.
“La verità è che siamo entrati in una fase di stagflazione, bassa crescita e alta inflazione, che conferma l’impraticabilità di qualsiasi patto basato sulla speranza della crescita”, ha affermato ieri il segretario confederale della Cgil, Agostino Megale, commentando i dati sul Pil diffusi dall’Istat.
Per il segretario della Cgil, ovviamente, la colpa non può che essere del governo Berlusconi che, per Megale, “ha sbagliato la manovra e dovrebbe avere il coraggio di un’autocritica e di un cambiamento radicale, a partire dal sostegno al potere d’acquisto di salari e pensioni, restituendo il fiscal drag (pari a 362 euro medi) o aumentando le detrazioni per lavoratori e pensionati”. La crescita, ha osservato, “non si spera, ma si sostiene. Vanno, dunque, sostenuti redditi e consumi, poiché, con un’inflazione ormai sopra il 4%, i consumi calano, con generi alimentari ed energia che colpiscono pesantemente le tasche dei cittadini più deboli”.
La crisi “ha indubbiamente caratteri internazionali, ma noi - ha continuato il dirigente sindacale - stiamo peggio degli altri Paesi Ocse, con il dato vero di un’Industria che riduce il suo valore aggiunto e fa prevedere un autunno ancora più difficile, in cui sarà necessaria la mobilitazione unitaria del sindacato per tutelare i lavoratori, i pensionati e le loro famiglie”.
La verità, però, è ben diversa: legare il salario ad una “variabile” incerta per definizione come la produttività è il suicidio del sindacalismo ed un boomerang per i lavoratori perché li trasforma in semi-imprenditori con tutti gli svantaggi e nessun vantaggio.
Come mai, allora, un sindacato storico come la Cgil scopre solo ora, di fronte al concretizzarsi del rischio implicito nel patto che ha accettato, ciò che ai più era già chiaro da tempo? Delle due l’una: o è in malafede o è incompetente. Non si sorprendano i dirigenti se qualche iscritto dovesse presto cambiar strada.

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