Per la Banca d’Inghil-terra e la Banca centrale europea la priorità resta il controllo dell’inflazione. E pazienza se questo finisce per andare a svantaggio della crescita economica. Nel mese di luglio l’inflazione in Gran Bretagna ha toccato il 4,4% su base annua superando per il terzo mese consecutivo l’obiettivo del 3% fissato dal governo di Gordon Brown. Di conseguenza la Banca d’Inghilterra non taglierà, almeno prima dell’autunno, i tassi di interesse (attualmente al 5%) perché un denaro più a buon mercato per i cittadini e le imprese comporterebbe spinte inflazionistiche. Un taglio dello 0,25% peraltro si era già avuto nello scorso aprile. Sulla stessa linea la Bce che, attraverso Lorenzo Bini Smaghi, membro italiano del comitato esecutivo, ha fatto sapere che nulla è cambiato nel modo di vedere dell’istituto di Francoforte. L’inflazione è nemica della crescita e l’economia può ripartire solo lottando contro l’inflazione. Perciò i tassi della Bce resteranno al 4,25% contro il 2% della Federal Reserve Usa. Ora la palla, insistono i burocrati della Bce deve passare alle imprese che, nonostante il momento economico non felice, devono ristrutturare, investire, fare innovazione ed aumentare la produttività. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi con il costo del denaro così caro. Se le imprese piangono, i cittadini comuni certo non ridono. Le famiglie non sanno più dove sbattere la testa con i prezzi dei beni di prima necessità cresciuti ben al di sopra di quanto attesti il paniere dell’Istat. Gli stipendi e i salari sono bloccati mentre la Bce e la Banca d’Italia ripetono ogni momento che non si deve innescare una rincorsa dei salari sui prezzi. In questo modo però le persone a diventano sempre più povere e gli aumenti del prezzo dei carburanti che si sono riversati sui costi delle bollette energetiche (elettricità e gas) hanno avuto effetti devastanti sulle finanze di quelle famiglie obbligate a sopravvivere con un solo stipendio. Di conseguenza, appare sempre più chiaro l’inadeguatezza delle mi-sure della Bce in materia di tassi di interesse che non fanno altro che peggiorare la situazione di crescente povertà che in Italia riguarda ormai milioni di famiglie. Le prospettive tragiche che si intravedono per settembre alla riapertura delle fabbriche, hanno spinto due associazioni di consumatori, Adusbef e Federconsumatori, a diramare un comunicato per stigmatizzare le scelte della Bce che non fanno altro che alimentare l’inflazione. Dopo aver ricordato che certamente i prezzi alti del petrolio sono determinati dalla speculazione operante da anni e dall’incidenza del rapporto tra domanda ed offerta, il comunicato lamenta però che anche la Bce ci mette del suo, con “gli interventi del suo ineffabile governatore, ap-poggiato da governi na-zionali altrettanto incapaci, che hanno procurato gravi sofferenze economiche per le famiglie europee”. Infatti, insistono le due associazioni, è sotto gli occhi di tutti che la “politica scoordinata” tra i tassi di sconto della Federal Reserve e della Bce ha procurato squilibri tra il dollaro e l’euro, provocando gli sconquassi attuali caratterizzati da un forte aumento del costo delle materie prime, causato essenzialmente dalla debolezza del dollaro. Soltanto un incompetente poteva infatti pensare che chi vende nei mercati le materie prime non reagisse alla debolezza del dollaro aumentandone i prezzi per mantenere ricavi e profitti. Da qui l’accusa al presidente della Bce, il francese Jean Claude Trichet, di avere di fatto introdotto una nuova tassa, la Trichet appunto, che ha impoverito circa 120 milioni di famiglie europee. Tutto bene, tutto giusto. L’unica cosa che ci lascia un po’ perplessi e preoccupati è l’uso di quel termine, “politica scoordinata”, che ci fa troppo pensare all’idea di un governo mondiale che in molti, troppi, ancora sognano. Un governo che sarebbe la consacrazione del ruolo delle banche e degli speculatori. Ne vale la pena?
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