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Economia
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La crisi dei mercati: quel sottile confine fra baratro e salvezza

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Mercoledì 26 Marzo 2008 – 16:44 – Marzio Paolo Rotondò stampa
La crisi dei mercati: quel sottile confine fra baratro e salvezza


Il confine fra baratro e salvezza è ancora molto sottile sui mercati finanziari. Ciononostante, alcuni dati positivi provenienti da indicatori economici basati sull’economia Usa, iniziano a far ipotizzare ad una possibile mitigazione della tempesta finanziaria. I grandi speculatori, intanto, sono già sulle pedane di partenza, pronti a far scattare una nuova bolla speculativa, mentre altri sembrano ancora non aver finito nel fagocitare i concorrenti in difficoltà.
Il dato che ha diffuso più fiducia in assoluto negli ambienti economici mondiali è senz’altro quello legato all’andamento dei prezzi immobiliari. La vendita di nuove case è salite nel mese di febbraio del 2,9% a 5,03 milioni di unità. Il dato si è attestato ben al di sopra del dato previsto, ovvero 4,85 milioni di unità.
Il rapporto diffuso ieri sull’andamento del mercato delle abitazioni “potrebbe significare che siamo vicino al fondo del mercato immobiliare”. È quanto dichiara Brian Bethune di Decision Economics. “In aprile potemmo vedere un altro rimbalzo e questo potrebbe essere molto positivo per il mercato - spiega l’esperto nel corso di un’intervista al canale satellitare Tv Bloomberg - per la ripresa piena ci vorranno però ancora diversi mesi in quanto si dovrà attendere che tutti i provvedimenti anticrisi varati finora entreranno in vigore”. “Nel frattempo - conclude Bethune - la chiave per questa settimana sarà il dato sugli ordini dei beni durevoli”. Le cifre fornite nei giorni scorsi dalle autorità economiche statunitensi hanno indubbiamente dato una ventata di positività e contribuito al rialzo dei listini azionari. Gli esperi si stanno infatti convincendo che la nuova corsa al rialzo potrebbe essere prossima.
L’ipotesi di un cambio di umore tra i grandi investitori è stata rafforzata anche dalla decisione dei giorni scorsi del Fomc, il braccio operativo della Federal Reserve, di tagliare l’obiettivo sui fondi federali di 75 punti base al 2,25%. La sforbiciata ha contribuito all’impennata della curva dei rendimenti, tanto da spingere lo spread tra il titolo di Stato a dieci anni e quello a due anni all’1,78%, il doppio rispetto alla media di lungo termine dello 0,88%. L’ampliamento del differenziale di rendimento è visto come una vera e propria manna per il sistema bancario, che tradizionalmente prende a prestito a lungo e investe nel breve termine generando profitti.
Un aiuto non indifferente era già arrivato la settimana scorsa con la decisione di allargare la finestra dei finanziamenti federali anche ai broker oltre che alle banche vere e proprie.
Un ulteriore segnale positivo per i mercati è poi arrivato il giovedì successivo con l’annuncio della riforma dei colossi delle cartolarizzazioni immobiliari Freddie Mac e Fannie Mae, cui è stato consentito il rialzo della quota di capitale destinata a rilevare sul mercato i mutui insolvibili: questo per far confluire più liquidità nel mercato dei subprimes.
In un contesto che sembra dare segni di distensione favorevoli, all’interno della comunità finanziaria internazionale inizia dunque a circolare la linea di pensiero che forse si sta avvicinando il momento di tornare a comprare soprattutto quei titoli particolarmente colpiti dalla crisi di liquidità. “Il mercato deve ancora farsi un’idea dell’efficacia dei provvedimenti varati finora in sostegno del mercato. Se però il panico dovesse rientrare, i grandi attori del settore finanziario potrebbero registrare aumenti tra il 10% e il 20%”, scrive il settimanale Barron’s.
Nessuno è però così ingenuo da pensare che la crisi sia finita. Nei prossimi mesi, infatti, nonostante una possibile situazione economico-finanziaria migliore rispetto ad oggi, le notizie di fallimenti o di salvataggi nel settore bancario occuperanno probabilmente ancora le prime pagine dei giornali finanziari. Quello che si spera è invece che il peggio sia passato, o quasi.
Che la situazione stia iniziando a mutare, però, lo ha evidenziato nelle scorse sedute anche il dollaro, oggetto di un ritorno di fiducia e dunque un apprezzamento sulle principali valute di scambio mondiali: un ottimismo che ha avuto grossi effetti anche sulle materie prime. Il cosiddetto sell off si è concentrato in particolare sull’oro, che dai massimi di martedì scorso nel pieno della crisi finanziaria a oltre 1000 dollari l’oncia, si è sgonfiato in pochi giorni del 12% a 904 dollari.
Il principale segnale che si può evincere da questa dinamica finanziaria è che gli investimenti stanno tornado lentamente dai beni rifugio ai titoli azionari convenzionali.
Il buon umore sembra dunque tornare fra i broker e gli esperti finanziari. Il più ottimista tra gli analisti è James Finucane di West Lafayette, secondo cui il Dow Jones arriverà a fine anno a 20 mila punti dagli attuali 12.361. La ragione di tanto ottimismo si basa sulla constatazione che “sia i governi che le banche centrali sono molto incentivate a spronare la crescita, quindi scommettere su un prolungato calo dei mercati significherebbe scommettere contro i governi, i mercati e la natura umana”.
A remare contro questa ventata positiva sui mercati vi sono però le società di rating, legate a doppio filo con le stesse banche d’affari.
Una raffica di downgrade nelle pagelle dei titoli del settore finanziario Usa sono state appena annunciate Jp Morgan e Ubs, secondo cui le rivali annunceranno nuove svalutazioni. Per contro Merrill Lynch ha ridotto il rating delle banche regionali Bank of America, PNC Financial e SunTrust Banks, spiegando come lo scoppio della bolla immobiliare continuerà a sortire un effetto negativo sull’attività di prestito e il valore delle case.
Questi giudizi sono però ancora frutto dello stesso conflitto d’interesse cha ha occultato la vera natura dei mutui subprimes, origine dell’attuale crisi, smistandoli a dismisura nel mercato finanziario come titoli solidi.
Dopo l’affare colossale conseguito da Jp Morgan Chase su Bear Stearns è molto facile pensare che qualche banca d’affari non ha ancora fatto shopping sulle concorrenti o vuole difendersi da potenziali attacchi: per alcuni, infatti, non vi è alcuna intenzione ancora di diffondere fiducia sui mercati per questioni affaristiche.

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