Il perdurare della crisi finanziaria spinge gli esperti di tutto il mondo a percorrere strade un tempo impensabili. Il tracollo che sta attanagliando le banche di Wall Street sta infatti spingendo molti osservatori a invocare un apporto di capitale in loro sostegno da parte dei cosiddetti fondi sovrani: un’ipotesi che fino a pochi mesi fa era giudicata molto pericolosa per la sovranità dei settori più strategici dell’economia occidentale. I fondi sovrani, però, sembrano sempre più scettici sull’intervenire in soccorso degli attori finanziari più in difficoltà del Vecchio e del Nuovo Continente. L’ultimo appello in ordine cronologico è quello di Anil Kashyap, professore della Graduate School of Business dell’Università di Chicago, e di Hyun Song Shin, docente di economia a Princeton. Sulle colonne del Financial Times, i due hanno evidenziato come, con il fire sale di Bear Stearns, ovvero la svendita per evitare la bancarotta di una delle maggiori banche Usa, “la crisi del credito sia entrata in una fase ancora più pericolosa”. Tre sono le considerazioni fatte dai due accademici. La prima si concentra sul fatto che “dal momento che le banche non hanno il capitale sufficiente per sostenere i rischi, continueranno a cercare di ridimensionare i propri bilanci fino a che non saranno in grado di ricostituire il capitale”. La seconda considerazione verte sul fatto che “la Fed non è equipaggiata per far pienamente fronte al problema, dato che per creare vero capitale dovrebbe effettuare acquisti sul mercato di collaterali al di sopra dei valori sul mercato”, cosa che non è autorizzata a fare. La terza considerazione è che “la ricapitalizzazione delle banche dovrebbe essere la priorità”. “La soluzione più veloce è trovare alcuni compratori prima che si verifichi la prossima spirale”, hanno scritto gli esperti, indicando tra i papabili i fondi dei governi mediorientali. A tal proposito è stata anche avanzata la proposta ai Paesi produttori di petrolio di destinare nel sistema bancario Usa 4 dei 17 dollari al barile di rialzo dei prezzi verificatosi dalla fine di gennaio a oggi. Così facendo si avrebbe un’iniezione di circa 4 miliardi di dollari nel mercato finanziario Usa. “Nel caso in cui la nostra proposta suonasse impercorribile, dovrebbe allora essere messa in relazione con l’alternativa in cui il sistema bancario si deteriori al punto da rendere la ricapitalizzazione pubblica inevitabile”, scaricando in questo modo i costi della crisi sui contribuenti. C’è però da considerare che alcuni fondi sovrani sono già accorsi negli scorsi mesi per ricapitalizzare degli importanti attori finanziari in cerca di liquidità, ricevendo però in cambio solo cocenti delusioni. Secondo una stima di breakingviews.com, i 50 miliardi di dollari d’investimenti complessivi varati dallo scorso anno a oggi da parte dei sovereign funds, hanno generato in media una perdita del 40% per via della prolungata volatilità dei mercati azionari. Per i fondi sovrani sarà dunque difficile ritornare ad investire sui protagonisti finanziari di Wall Street prima di essere certi che la crisi sia ormai alle spalle. Chiedere ai fondi sovrani di intervenire prima della prossima spirale è come domandargli di buttare diverse decine, se non centinaia, di miliardi di dollari accumulati in anni di bilance commerciali in positive. Sicuramente, in questo preciso momento della crisi, questo rappresenta una proposta soprattutto per fare incamerare all’oligarchia finanziaria occidentale anche i surplus commerciali dei Paesi emergenti. |