Qualcuno ha definito questa legislatura come l’inizio della terza repubblica, facendo riferimento al nuovo clima di dialogo che sembra esserci in parlamento tra maggioranza ed opposizione. Una definizione certo fin troppo pomposa, anche perché la cosiddetta seconda repubblica altro non è che il proseguimento della prima, con soggetti politici dal nome diverso, ma nulla di più. La bufera di tangentopoli spazzò infatti via la Dc, ma certo non i democristiani, oggi anzi moltiplicati sotto varie sigle. La mutazione centrista di An altro non è che la fine di un cammino già iniziato da Almirante con le sue prese di posizione atlantiche, ultraliberiste, sioniste e clericali. Quanto al Pci, oggi Pd, non ha cambiato i metodi del centralismo democratico al suo interno ed un certo modo di operare “leninista”: il fallimento dell’ideologia marxista su scala mondiale li ha resi però orfani di un pensiero politico, anche loro schiacciati dalle macerie del Muro di Berlino. All’Italia della prima repubblica è soprattutto mancato ultimamente quel dualismo tipo don Camillo-Peppone, scomparso anche lui sotto l’incalzare del pensiero politicamente corretto e della globalizzazione delle idee; è scomparsa l’Italia un po’ provinciale ma in fondo sana che era stata il segno di continuità tra gli anni del prima e del dopo della guerra. Il fatto è che sia don Camillo sia Peppone sono diventati politicamente scorretti e poco omologabili, come colui che l’inventò dalla sua penna. Non che negli ultimi tre lustri sia mancato, almeno apparentemente, il dualismo politico: Berlusconi contro Prodi, Berlusconi contro Rutelli, poi ancora Berlusconi contro Prodi e infine Berlusconi contro Veltroni, praticamente Berlusconi contro tutti. Il fatto è che non si è mai capito chi sarebbe potuto diventare don Camillo e chi Peppone, anche perché la tonaca sta certo meglio addosso a Prodi o a Veltroni che al Cavaliere. Fatto sta che dopo le alleanze impossibili contro Berlusconi, dopo i governi super allargati pur di conquistare una poltrona, questa volta c’è stata una “semplificazione” delle forze in campo, che poi significa la non rappresentanza in parlamento di milioni di elettori (o non elettori per scelta), che ha ora permesso questo nuovo clima di conciliazione. I discorsi di Berlusconi a Camera e Senato in occasione della richiesta della fiducia al suo governo sono certo stati fatti nuovi, per contenuti e per toni conciliatori, così come le dichiarazioni di voto dei rappresentanti dell’opposizione. L’unico che forse non ha ancora capito che i tempi di Mani Pulite sono definitivamente tramontati è Antonio Di Pietro che continua a sbraitare ed usare il vocabolario di qualche anno fa, quello che si componeva di parole come “conflitto di interessi” e poche altre. Tutti commentano positivamente questa aria nuova, ma non è il caso di fidarsi. Finora abbiamo avuto due coalizioni fotocopia nei contenuti, ma rissose nei rapporti tra loro e tutto ciò in fondo ha impedito al sistema liberalcapitalista di chiudere ermeticamente il suo mortale abbraccio. Il nuovo clima apre la strada a provvedimenti antipopolari attuabili senza una vera opposizione. Resta da puntare quindi sulle conflittualità interne. Sulla guerra fredda in corso tra D’Alema e Veltroni; sui rapporti che presto scoppieranno tra Pd e Idv; sull’amore solo di facciata tra Fini e Alemanno (nel governo penalizzata la corrente della Destra sociale); sugli umori instabili del Carroccio o sull’incapacità della sinistra cosiddetta radicale di convivere a lungo tutta sotto uno stesso tetto. Le polemiche devono, anche per dovere di immagine, legarsi ad un ideale, ma alla fine qualcosa resta. Sempre meglio di un parlamento “happy day” e due governi, uno vero e uno ombra, fatti di tanti fonzie.
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