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Somalia: la pace che non c'è

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Sabato 9 Agosto 2008 – 14:46 – Francesca Dessì stampa
Somalia: la pace che non c'è



La tregua si bagna di sangue. Gli accordi di Gibuti, firmati lo scorso 9 giugno, sono minacciati dalla violenza che ha colpito il Paese nelle ultime due settimane. A pagarne i danni sono, soprattutto, i civili e i volontari di pace, vittime sacrificali di una guerra mai finita. Una situazione d’insicurezza che ha destato la “profonda preoccupazione” del coordinatore dell’Onu per gli Affari umanitari, John Holmes, a causa degli “ abusi sulla cittadinanza e l’aumento delle vittime civili” nel Paese “ in cui gli operatori umanitari sono sottoposti a continue minacce”.
In un comunicato diramato dalla Nazioni Unite, Holmes ha evidenziato che il numero dei civili uccisi negli ultimi mesi, “principalmente vecchi, donne e bambini che non hanno nulla a che fare con il conflitto”, ha subito un’impennata “inammissibile”. Per questo motivo, “tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno l’obbligo di proteggere, in base al diritto internazionale, la popolazione ed evitare gli attacchi indiscriminati”.
Allarmismo, quello espresso dal coordinatore dell’Onu, giustificato e confermato dalla cronaca di guerra che giunge dal Paese. Nei giorni scorsi, un peacekeeper dell’Unione Africana è stato vittima di un ordigno esplosivo, mentre sabato gli insorti hanno attaccato la base militare di Towfiq, nella zona nord della capitale. Domenica scorsa, una ventina di persone, la maggior parte donne impegnate nella pulizia delle strade, sono rimaste uccise nell’esplosione di un ordigno, che si trovava nei rifiuti. La “strage delle donne”, in cui sono rimasti feriti anche 47 persone, è stata la punta di un iceberg di una situazione umanitaria che ha raggiunto livelli disperati. Lunedì scorso, altri 10 civili sono stati uccisi da un bombardamento delle truppe etiopiche. E infine, l’ultima vittima della carneficina è Abdu Qadir Abdi, il direttore del più grande orfanotrofio di Mogadiscio, assassinato, giovedì scorso, da un gruppo di uomini armati, che gli hanno sparato mentre si trovava alla periferia della capitale.
In questo contesto è difficile rispettare gli accordi di pace, come stanno dimostrando gli avvenimenti sul campo. Questa instabilità è per lo più determinata dalla scissione delle Corti Islamiche in due fazioni. L’ala più radicale, capeggiata da Sheikh Hassan Dahir Aweys, ha, infatti, delegittimato gli accordi di Gibuti, firmati tra il governo e il più moderato Sheikh Sharif, ormai ex capo della ribellione.
Le Corti, ora ribattezzate Alliance for the re-Liberation of Somalia, hanno dettato come unica clausola, per sedersi nuovamente al tavolo delle trattative, che le truppe etiopi, giunte in Somalia a sostegno del governo di transizione, lascino il Paese. La situazione si è ulteriormente complicata con l’arrivo di una crisi politica all’interno del governo, dopo che sabato scorso 10 ministri su quindici hanno lasciato l’esecutivo guidato da Nur Hassan Hussein, il quale ha fatto un passo falso: rimuovere il sindaco di Mogadiscio, Mohammed Dheere.
L’ex potentissimo signore della guerra, accusato di abusare dei fondi pubblici. È stato subito rimesso al suo posto dal presidente Abdullahi Yusuf, preoccupato delle conseguenze di un simile gesto. Già in passato, l’essersi messo contro il sindaco di Mogadiscio costò l’incarico di Mohammed Gedi, predecessore di Nur Hassan Hissein. Dheere è intoccabile, a lui appartengono buona parte degli uomini che combattono contro i guerriglieri delle Corti Islamiche.
Così la pace rimane un miraggio lontano. Alla crisi politica si aggiunge quella umanitaria, acuita dagli ultimi attacchi contro gli operatori di Ong e organizzazioni internazionali, molte delle quali hanno lasciato la Somalia o, comunque, sono state costrette a ridurre gli aiuti. Dall’inizio dell’anno, infatti, 21 umanitari sono rimasti uccisi nel Paese, in cui almeno 2 milioni e mezzo di persone hanno bisogno di assistenza. Le ultime cifre, fornite dall’Onu, parlano di 8.000 morti dal gennaio 2007, data d’inizio della rivolta delle Corti islamiche, e di un milione di sfollati a Modadiscio.

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