Quarantotto dopo l’inizio dell’attacco, venerdì il terrore continuava a paralizzare Mumbai. La tensione rimaneva infatti, molto alta, mentre le forze dell’ordine, capeggiate dalle teste di cuoio della Guardia Nazionale, cercavano di riportare la calma, liberando gli ostaggi. Durante la giornata, infatti, i commandos indiani sono stati protagonisti di poderose operazioni in diversi fronti: hanno portato via gli ostaggi occidentali dai due alberghi di lusso, l’Oberoi e il Taj Mahal, e, soprattutto, hanno messo fine all’assedio nel centro ebraico Mariam House, dove gli attentatori tenevano alcuni cittadini di Tel Aviv. Nonostante il blitz dei commandos indiani all’Oberoi avesse portato alla liberazione di tutti gli ostaggi, circa 150 persone tra cui sette italiani, e l’uccisione dei due terroristi, le operazioni nell’hotel Taj Mahal e nel centro ebraico, fino a venerdì sera, non erano ancora concluse. Nell’albergo i combattimenti sono stati intensi e fortemente ostacolati dalla presenza di un miliziano che si spostava tra due piani tenendo con sé due ostaggi, un uomo e una donna. Nella Mariman House, un complesso residenziale e di uffici, invece, dopo l’irruzione delle teste di cuoio, è scoppiata una violenta battaglia con gli attentatori, durante la quale hanno perso la vita cinque civili, tra cui il rabbino e la moglie, e due terroristi. A seguito degli ultimi sviluppi, il bilancio delle vittime, a venerdì sera, era di 151 morti e 327 feriti. Intanto, è continuata la discussione sull’identità degli attentatori. I servizi segreti indiani sembrano non avere più dubbi: il massacro di Mumbai sarebbe stato realizzato dal Lashkar-e-Taiba, gruppo jihadista pachistano legato ad Al Qaida e ai servizi di Islamabad. Tanto è vero che il loro obiettivo si focalizzava sulla cattura di stranieri statunitensi e britannici. Questa visione, sostenuta anche dalla potenze occidentali, con continui richiami all’11 settembre e alla guerra contro il terrorismo, sarebbe il prodotto delle confessioni di tre terroristi catturati giovedì nella capitale finanziaria dell’India. Questi avrebbero sostenuto di essere tutti pachistani e di appartenere al Lashkar-e-Taiba. L’accusa indiana e occidentale non trova però riscontro nella dichiarazione pubblica dell’organizzazione incriminata, che più volte ha smentito ogni coinvolgimento. Non solo. I Mujaheddin Indiani hanno rivendicato l’azione, già prannunciata in un chiaro messaggio a settembre. Anche la dinamica dell’attacco è estranea alle tattiche di Al Qaida. Nonostante ciò, l’ Occidente e l’India continuano a sostenere la loro tesi. Una forzata ostinazione, che sembra celare un progetto machiavellico, che trova conferma nell’insistenza di paragonare la tragedia di Mumbai a quella dell’11 settembre del 2001 e soprattutto nel continuo richiamo a una nuova guerra al terrorismo, che si trasferisce però dall’Iraq all’Afghanistan, accusato di nascondere il leader di Al Qaida, e ultimamente il fronte più caldo del Vicino Oriente, nonostante la sua occupazione da parte degli Usa risalga a sette anni fa.
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