Quasi all’unisono si sono levate le voci di condanna verso la Russia, rea di avere attaccato la piccola ed indifesa ex repubblica sovietica della Georgia. Laici e religiosi si sono affrettati ad indicare in Mosca l’aggressore, senza aver prima fatto un’attenta analisi geopolitica e geostrategica dei motivi di tensione nella regione. Motivi che vanno ricercati nel tentativo tutt’ora in atto da parte degli Usa e della Nato di circondare la Russia, per mezzo di “stati alleati”, con il compito preciso di soffocare Mosca, toglierle gli accessi ai mari, controllare gli oleodotti che trasportano gas e greggio, e con la scusa della “guerra al terrorismo”, installare sistemi missilistici a ridosso del confine russo. In spregio della “tregua olimpica” e dell’auspicabile distrazione dei media, il presidente georgiano Sakasvili, ha cercato il colpo a sorpresa attaccando l’Ossezia del Sud e le forze d’interposizione russe, con le forze armate di Tbilisi che si sono rese colpevoli di massacri e crimini di guerra presso la popolazione civile. E’ evidente che Sakasvili non ha agito in proprio, ma deve essersi mosso dietro il suggerimento di qualcuno, evidentemente sicuro di avere anche un appoggio “pratico”, non pervenuto...”, che sarebbe arrivato assieme alle solite belle parole. Una spallata contro la Russia e la sua influenza nella regione che disturba i piani statunitensi di controllo delle fonti energetiche del Caspio, e dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyan ed il futuro Nabucco per il gas, antagonisti di quello russo Atyrau- Novorossiysk. Già il 20 aprile di quest’anno erano iniziate le provocazioni georgiane, quando un aereo spia era stato abbattuto dai russi nei cieli dell’Abchazija, alleata di Mosca nella regione. Ai primi di luglio tiri di mortaio vengono indirizzati verso la capitale osseta Tschinvali e Tbilisi inizia a concentrare le proprie truppe ai confini fino ad arrivare all’offensiva sferrata successivamente, che è finita come tutti ben sappiamo. La contro offensiva russa ha spazzato via l’esercito georgiano, nonostante il frettoloso ponte aereo intrapreso dall’US Air Force per portare gli uomini del contingente georgiano dall’Iraq in patria. Quello che a tutt’oggi, dopo la fine momentanea delle ostilità traspare, è l’indebolimento della figura di Sakasvili, uomo della “rivoluzione delle rose”, filo americano, antirusso e xenofobo, giurista, formatosi nella Columbia Law School, ministro della giustizia con Sevardnadze, reo di brutali repressioni, e che poi una volta giunto al potere ha soppresso volentieri tutta l’opposizione. Dopo dure contestazioni fu costretto a dimettersi e nel 2008 ad indire nuove elezioni, vinte ma con forti dubbi di legalità da parte dell’OCSE, di solito di manica larga quando vi sono in gioco interessi Usa. Ora dopo questo ennesimo passo falso, sarà difficile che possa accreditarsi agli occhi dell’opinione pubblica come un moderato. Altra conseguenza da trarre dalla breve campagna del Caucaso è il rafforzamento della Russia, dove Medvedv e Putin hanno agito all’unisono senza tentennamenti, dispiegando sul terreno le forze armate e riconfermando di fatto che la Russia non ha alcuna intenzione di lasciarsi accerchiare dalla Nato e dai vari stati e staterelli vassalli degli Usa, un duro monito verso Washington. Terzo punto, la credibilità americana esce indebolita, perché dietro le solite parole di condanna, e velate minacce, nulla ha potuto fare se non restare a guardare lo svolgersi degli eventi. La Russia evidentemente non è la Serbia e nemmeno l’Iraq. Quarto punto, è provata la “collaborazione militare israeliana” alle forze armate georgiane, con “consulenti militari” e di “compagnie private”, le quali hanno agito attivamente alla pianificazione e alla logistica del piano d’attacco georgiano. Israele ha inoltre fornito alla Georgia i velivoli senza pilota Hermes-450, così come pure l’industria militare sionista ha provveduto ad ammodernare gli aerei Su25, migliorandone l’avionica e le capacità di combattimento. Israele è inoltre socio dell’oleodotto che parte da Bakou sul Caspio ed arriva a Ceyhan in Turchia, poco conosciuto però è il progetto che vedrà il collegamento di Ceyhan con il porto israeliano di Askelon - a 400km di distanza - per mezzo di condutture sottomarine o navi cisterna e da qui verso il Mar Rosso, sfruttando la rete interna d’Israele. Obiettivo di Tel Aviv è, oltre a soddisfare il proprio fabbisogno energetico, quello di porsi come distributore di petrolio per l’Asia. A nulla sono valsi in questi giorni “le minacce della Nato e dell’Ue”, giunte però frammentate e senza formare un fronte compatto di Stati, segno che qualcosa scricchiola tra le colonie Usa-Europa e il padrone a stelle e strisce, nonostante l’intensa offensiva mass mediatica orchestrata da Washington. Ora il problema è europeo, perché se gli Usa vorranno continuare sulla strada intrapresa di includere nella Nato la Georgia et simili, gli europei si dovranno preparare ad una terza guerra mondiale, perché le regole di reciproco soccorso all’interno dell’alleanza atlantica non consentono eccezioni. Vorranno le cancellerie del Vecchio Continente combattere per un’altra Danzica? Speriamo – ma non sarà così, purtroppo, ancora… - che l’Europa questa volta colga l’opportunità offerta da quanto accaduto per prendere definitivamente le distanze da Washington e dalla sue mire egemoniche. Russia ed Europa hanno interessi comuni e non da oggi. |