I colloqui di pace indiretti tra Siria e Israele, con al centro la restituzione a Damasco delle Alture del Golan, sono stati rinviati. La quinta sessione di dialogo “a distanza” era prevista per il 7 settembre, ma giovedì, in apertura di lavori del vertice quadripartito tra i leader di Francia, Qatar, Turchia e Siria in corso a Damasco, il presidente siriano Bashar Assad ne ha annunciato la posticipazione. Ieri il clima a Damasco era positivo, tanto che il quotidiano siriano governativo at-Thawra aveva definito quello tenutosi nella capitale “il vertice dell’ottimismo”. Ma all’inizio dell’incontro a quattro è stato lo stesso presidente siriano Bashar Assad (nella foto) a porre un freno ai facili entusiasmi annunciando che la quinta tornata di colloqui indiretti tra i rappresentanti del suo Paese e quelli israeliani era stata rinviata, un incontro che, nelle parole di Assad, sarebbe stato “cruciale”, in quanto avrebbe “determinato lo svolgimento dei negoziati” veri e propri. “Stiamo cercando una formula, una dichiarazione di principi per il processo di pace, che sarà una base per i negoziati diretti” con Israele, ha detto il presidente siriano, ma “le dimissioni del capo negoziatore israeliano”, Yoram Turbowicz, hanno causato il rinvio dei colloqui. Difatti Turbowicz, capo dello staff del premier Ehud Olmert, aveva dato le dimissioni nel luglio scorso in seguito all’annuncio dato dallo stesso Olmert, sotto inchiesta per corruzione, di aver deciso di lasciare la guida del governo dopo le primarie di Kadima, il suo partito, che si terranno il prossimo 17 settembre e che dovrebbero indicare il nuovo premier israeliano. L’ex collaboratore del premier israeliano dimissionario era disposto a continuare a rappresentare Israele nelle trattative indirette con Damasco, ma la procura generale israeliana non ha concesso l’autorizzazione. Non a caso Assad ha commentato “Adesso aspettiamo le elezioni israeliane”, alludendo chiaramente alle primarie di Kadima. E non è casuale, quindi, nemmeno l’annuncio, dato sempre dal vertice di Damasco, con cui il premier turco Recep Tayyip Erdogan (la Turchia sta svolgendo un attivo e importante ruolo di mediazione tra le due parti, ndr), ha comunicato che la quinta serie di discussioni dovrebbe svolgersi il 18 e il 19 settembre, proprio il giorno dopo le primarie del partito di Ehud Olmert. Con Tel Aviv, ha affermato durante il vertice il presidente siriano, è necessaria una pace globale, che coinvolga i governi e le popolazioni, e non sia solo un trattato. Per questa ragione Assad ha chiamato in causa il ruolo di mediazione che dovrebbero avere gli Stati Uniti affermando però che sarà necessario aspettare novembre con l’insediamento della nuova amministrazione Usa. Bashar Assad sa bene come sia impossibile, nel Vicino Oriente, trattare diplomaticamente scavalcando Washington, primo alleato di Tel Aviv da sempre interessato a controllare l’area, ma nel contempo non rinuncia a sottolineare come la pace debba essere raggiunta in tutta la regione, sottintendendo la necessità della risoluzione delle questioni palestinese e libanese. Assad ha voluto coinvolgere nella sua tela diplomatica anche la Francia, chiedendo a Sarkozy, presidente del Paese che per il semestre in corso guida l’Unione europea, di ricoprire “un ruolo nei negoziati indiretti”. Un lavoro paziente e delicato quello di Bashar Assad, che deve fare i conti con una controparte che difficilmente farebbe digerire alla propria popolazione la restituzione di un territorio fertile e ricco d’acqua come le Alture del Golan. Sono sicuramente dovuti a questo principale ostacolo tutti i freni e gli stop posti di volta in volta da Israele alla risoluzione del contenzioso con Damasco. Tanto che la rivelazione da parte di Assad dell’esistenza di un documento in sette punti fatto avere a Tel Aviv tramite Ankara ed ora in attesa di una risposta da parte israeliana non è piaciuta alla controparte. Tel Aviv, ovviamente a distanza, ha infatti subito bloccato con asprezza le affermazioni del presidente siriano: “Non intendiamo commentare in alcun modo ciò che riguarda i colloqui, peraltro ancora indiretti, in corso con la Siria. Pensiamo che per avere successo (i colloqui, ndr) debbano rimanere riservati”, ha riferito ad Apcom Yigal Palmor, il portavoce del ministero degli Esteri israeliano. Israele non ha confermato che la Siria abbia consegnato una proposta di pace e stia ora aspettando una risposta, come affermato da Assad. “Sino ad oggi tra le due parti c’è stato solo uno scambio di idee, come accade durante i colloqui di carattere diplomatico”, ha precisato Palmor che ha poi aggiunto: “le parti coinvolte (nel summit di Damasco, ndr) hanno annunciato di voler discutere del negoziato israelo-siriano, noi diciamo che non si può parlare di Israele senza la presenza di Israele, senza almeno informare Israele”. Insomma, se Damasco cerca di dare una spinta al dialogo, Tel Aviv pone un freno, impegnata come è a mediare tra il malumore di coloni e cittadini convinti del loro diritto a possedere il Golan e la necessità di mitigare le relazioni con i vicini siriani in un momento storico ormai lontano dall’apice della potenza militare israeliana che se ne impossessò nel ’67.
|