Si avvicina la fine dell’anno e Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, sta già facendo le prove per il tradizionale discorso di fine anno. L’occasione per fare quella generale gli è stata fornita dalla visita a Napoli di questi ultimi giorni. Tanti i temi toccati dal Capo dello Stato, che non poteva certo non aprire il suo monologo con un lungo panegirico sul Mezzogiorno; almeno a parole l’ex comunista ha tentato di rilanciare la necessità di una nazione unita. Il Presidente ha esordito ricordando l’invito ad un’azione risoluta per lo sviluppo di Napoli e la Campania da lui auspicata fin dalla sua nomina al Quirinale, allargando subito dopo il discorso all’intero Mezzogiorno. Snocciolando i dati di Palazzo Koch che certificano le differenze di sviluppo tra centro-nord e sud, ha sottolineato come: “Non si può non trarre da ciò materia di seria riflessione sulle politiche portate avanti nell’ultimo quindicennio dallo Stato e dalle istituzioni regionali e locali rispetto all’obiettivo di una riduzione del divario tra queste aree del paese”, chiedendosi retoricamente se ogni intervento anti crisi non dovrebbe mirare in particolare al meridione. Il successore di Ciampi ha quindi fatto un esplicito riferimento all’impiego dei fondi europei nel Mezzogiorno che vedono “ritardi nell’utilizzazione, scelte dispersive, insufficienze progettuali e ripiegamenti fuorvianti sui cosiddetti progetti sponda”, con grave rischio di perdere una grande occasione. Senza scomodare troppo le istituzioni comunitarie, l’ex ministro dell’Interno ha comunque chiesto maggiore attenzione da parte di tutte le forze rappresentative del Paese ed un rinnovato sforzo da parte di quelle nazionali, regionali e locali. “Sono persuaso - ha poi spiegato - che se oggi non si dà il senso di una forte capacità di autocritica e di autoriflessione nel Mezzogiorno, poi la partita per far passare politiche corrispondenti alle esigenze del Sud diventa enormemente difficile”. Esplicito il riferimento al discutibile federalismo fiscale che la maggioranza di centrodestra vorrebbe varare sul quale poi puntualizza ulteriormente: “Si possono denunciare rischi e paventare esiti infausti, ma se ci si sottrae all’esercizio di responsabilità per quello che riguarda l’amministrazione della cosa publica nel Mezzogiorno, non si hanno titoli per resistere, anche alle interpretazioni più perverse del federalismo fiscale”. Esaurito il capitolo relativo al meridione, l’inquilino del Colle ha iniziato a bacchettare l’attuale classe politica; “l’impoverimento culturale e morale della politica - ha asserito - è un fenomeno che è sotto l’occhio di tutti”. Secondo Napolitano infatti emerge l’assoluta necessità di ripensare il rapporto fra cultura e politica e di reagire a un fenomeno sempre più pesante, tanto che si fa sempre più una grande fatica e di conseguenza “si incontrano enormi difficoltà a reagire”. Secondo il Capo dello Stato il rinnovamento delle formazioni politiche può anche venire al di fuori di questi, esempio eclatante quello delle fondazioni che già un tempo: “erano proiezioni dei partiti politici” che si realizzavano attraverso le iniziative culturali e i momenti di elaborazione. Il neo atlantico Napolitano non poteva poi non dedicarsi anche all’Unione europea. “Si fa ancora molta fatica a far avanzare il tema dell’Europa” accusa subito dopo, denunciando contemporaneamente “una grandissima miopia nelle classi dirigenti e nelle leadership politiche nazionali. Eppure, stanno accadendo eventi che prepotentemente dimostrano il ruolo che la Ue è chiamata ad assumere”. Napolitano ancora una volta quindi si dimostra più realista del re e con le solite frasi fatte cerca di non scontentare nessuno. Lui è il garante dell’unità nazionale e quindi dovrebbe essere il primo a scagliarsi contro la nefasta ipotesi di creare un vero e proprio spezzatino, invece arriva quasi a benedirla. L’Italia avrebbe bisogno di ben altre leggi, ma nessuno sembra volersi prendere l’onere di sponsorizzarle.
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