La parola d’ordine di questo esecutivo è tagliare. Roberto Calderoli si dedica all’eliminazione delle leggi ritenute inutili o obsolete; Renato Brunetta passa le giornate ad evitare gli sprechi nella pubblica amministrazione; Maria Stella Gelmini, titolare del dicastero di viale Trastevere, sembra invece aver deciso di adoperare le cesoie nel modo più sbagliato: riducendo sensibilmente il corpo insegnante. Continuando nella sua opera di rinnovamento dell’istruzione pubblica, l’esponente del Popolo della libertà ha annunciato che a breve nella scuola: “Ci sarà un taglio intorno al sette percento della spesa”, proposito nobile se solo non lo si volesse realizzare nel modo peggiore ovvero a discapito dei lavoratori visto che, nelle previsioni, nei prossimi tre anni ci saranno ben 87.000 occupati in meno. La forzaitaliota ha tentato una strenua difesa della sua linea, ribadendo che razionalizzare la spesa è un percorso obbligato, puntando l’indice contro quel 97 percento delle risorse bloccato sugli stipendi, ma invece di aumentare l’esborso per l’istruzione pensa bene di penalizzare i docenti. “Non verrà meno il tempo pieno, anzi riusciremo, non spendendo più soldi, ad aumentare lo spazio ad esso riservato”, ha affermato la Gelmini, evidentemente consapevole che questo è l’unico metodo possibile per evitare che la maggior parte degli insegnati attualmente impegnati nel tempo modulare, tre insegnati su due classi, si trovi spiazzata con il ritorno al maestro unico. Per quanto attiene alla didattica l’azzurra ha poi assicurato che non ci sarà la riduzione delle ore destinate all’insegnamento di italiano e matematica, “ma - ha precisato - voglio sottolineare che la qualità della scuola non dipende dal numero di ore che si trascorrono in classe ma dalla qualità della didattica”. Tra le tante novità proposte dalla Gelmini quella relativa al ritorno al maestro unico alle elementari appare la migliore, tuttavia il trucco c’è e si vede. Auspicabile infatti sarebbe stato tornare a questo strumento per permettere agli alunni di avere un’istruzione migliore e soprattutto più vicina, visto il grave affollamento che affligge la scuola, infatti formare classi con appena quindici alunni per docente sarebbe stato il modo migliore per rilanciare un insegnamento fondamentale e decisivo qual è quello primario. Il governo invece ha deciso questo ritorno all’antico solo per tagliare un terzo dei posti di lavoro penalizzando così troppi insegnati o aspiranti tali. Il ministro si lamenta del fatto che la quasi totalità dei fondi stanziati per la scuola finisca in stipendi, eppure basterebbe aumentare questa cifra, magari dando all’istruzione pubblica quei soldi fin troppo generosamente elargiti agli istituti privati, per ovviare a questo problema, rendendo perfino un grandissimo vantaggio alla comunità. Strade per migliorare la situazione della scuola italiana ce ne sono molte, peccato che il governo una volta imboccata quella giusta abbia deciso di proseguire su quella peggiore.
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