Giustizia per i fatti del G8 di Genova? Macchè, le ultime e continue prese di posizione dei politici di centrosinistra su quei giorni del 2001 sono mera propaganda elettorale. Anche il titolare del ministero dell’Interno si è prestato al “gioco” per tentare di strappare i consensi alla sinistra radicale, da tempo paladina dei “torturati” di Bolzaneto e della Diaz. Così dopo Franceschini e Veltroni, venerdì è toccato a Giuliano Amato, tornare a parlare di quei terribili eventi e dell’assurdità della mancanza del reato di tortura nel nostro codice penale, chiosando: “Non possiamo giudicare quei comportamenti inumani e vessatori semplicemente come violenza privata e abuso d’ufficio. È qualcosa di più. Deve esserci una severità maggiore quando si esercita violenza contro chi è assoggettato al tuo potere”, aggiungendo “per la Diaz e Bolzaneto si va al di là di ogni capacità di comprensione”. Giustificate però le forze dell’ordine che, ad avviso dell’inquilino del Viminale, dovevano “fare i conti con la pressione della piazza”, per il Dottor Sottile, la responsabilità delle “malefatte” nella caserma genovese è da addebitare interamente alla polizia penitenziaria che, “custodendo persone assoggettate”, si sarebbe dovuta “guardare dall’abuso di autorità”, e avrebbe dovuto saper “rispettare la dignità umana”. Ma non finisce qui perché per quanto attiene alle responsabilità politiche, l’unionista ha detto che “è possibile che, con un governo di centrodestra, ci sia stato chi tra le forze dell’ordine abbia pensato di dare una lezione ai comunisti” e a proposito del silenzio della politica, ha commentato: “Non parlerei di silenzio, parlerei di indifferenza, o meglio di ritrosia. Sorprendente, se ci pensa: si è strillato molto più per Guantanamo che non per Genova”. Parole assurde se si considera che lo stesso ex socialista in questi anni non ha mai detto una parola su quel G8 e su quei fatti che solo oggi, in odor di elezioni, definisce come “una bruttissima storia”, che ha riportato il Paese “agli anni cinquanta/sessanta, in un’Italia prepasoliniana” in cui vigeva “un’interpretazione riduttiva dei principi costituzionali” e “una cultura dello Stato non ancora consapevole di dover essere al servizio del cittadino”, ma che tuttavia non necessita di un organo d’inchiesta ad hoc. Ma in realtà ciò che più lascia esterrefatti, al di là della più che tardiva presa di posizione dell’ulivista, è la strenua e incosciente difesa che Amato fa dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, anche lui indagato per i fatti di Genova. Il titolare dell’Interno ha sostenuto infatti di non credere che “immolare il capo della polizia avrebbe risolto il problema”. Secondo Amato, dopo Genova si voleva mettere al rogo De Gennaro, “facendo l’incendio più fiammeggiante”, “perché lui era quello più in vista”, ma il ministro ritiene che “va sempre accertato chi ha fatto cosa” e aggiunge: “Il capo della polizia ha ritenuto di non dimettersi Ha con fermezza detto di non essere il responsabile di quanto accaduto. - prosegue Amato - Le violenze di Genova gli sono parse così lontane dalla sua cultura professionale, dalla sua storia di poliziotto che ha pensato di restare al suo posto, di difendere se stesso”. Non può dunque che lasciare senza parole questa difesa d’ufficio dell’inquilino del Viminale, tanto più se si tiene presente che l’anno scorso fu lo stesso presidente del Consiglio Romano Prodi, dopo che si era insinuata la voce sull’iscrizione sul registro degli indagati di de Gennaro per i fatti di Genova, ad annunciare repentino l’avvicendamento ai vertici della polizia. Un gesto che a molti, e non senza ragione, era sembrato un contentino alla sinistra radicale, tanto più che De Gennaro era stato “premiato” con un posto di capo gabinetto dell’Interno, quindi guarda caso, come vicino d’ufficio di Amato, e al suo posto era stato messo, Antonio Manganelli, braccio destro dell’ex capo della polizia, al suo fianco anche durante i giorni di Genova. Per fortuna però che la politica è strana e che quando si è in odor di elezioni, vince sempre il motto “mors tua vita mea”; un motto che attualmente sta decretando una vera e propria lotta, a suon di colpi bassi, tra Pd e sinistra radicale, per cercare di strapparsi vicendevolmente consensi. E per questo motivo non poteva andar giù agli esponenti della Sinistra arcobaleno il fatto che gli esponenti del centrosinistra gli togliessero il primato di paladini della richiesta di giustizia per i fatti di Genova. E così venerdì la senatrice Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci e capolista della Sinistra arcobaleno in Toscana per il Senato, ha lanciato parole infuocate contro l’intervista di Amato, definendola “brutta, ambigua” e “volutamente orientata ad evitare problemi” e aggiungendo stizzita: “Leggendo l’intervista ho provato sollievo all’idea che la Sinistra arcobaleno non sia più alleata del Pd”. Ad avviso della Palermi, per la quale è assurdo e “troppo comodo” il fatto che il ministro dispensi da ogni responsabilità De Gennaro e colpevolizzi la sola polizia penitenziaria, è “un’infamia accusare un intero corpo di polizia assolvendo chi aveva il compito e il dovere di dirigere. E un’altra infamia è quella di affermare che di una commissione parlamentare d’inchiesta non si sente assolutamente il bisogno”. A fornire poi un esempio esaustivo di come in realtà quella sui fatti di Genova sia divenuta una vera e propria diatriba tra Pd e sinistra radicale, ci sono anche le parole del leader della sinistra Arcobaleno, Fausto Bertinotti. L’ex presidente della Camera, a proposito della dichiarazione di Amato, ha infatti commentato: “Non ce ne siamo occupati? Pensate per voi. Noi c’eravamo in quei giorni”. Ha concluso poi il comunista dichiarando ancora: “Ci siamo stati dalla sera stessa della repressione con la denuncia di quello che è accaduto da lì è partita una incessante denuncia nel silenzio colpevole di coloro che ora dicono che c’è stato silenzio. - ha concluso infine Bertinotti riferendosi alle accuse tardive del Pd - Francamente è inammissibile. Questo Paese deve almeno fare delle prove di verità, si può cambiare opinione, ma si deve dirlo”.
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