Completata l’analisi delle manovre che trasferirono, foglia dopo foglia, il carciofo social-comunista dall’area di obbedienza sovietica a quella americana prenderemo ora in considerazione il pericolo storico dell’altro partito ritenuto “antisistema” presente nel Parlamento italiano: si tratta del Movimento Sociale Italiano. Sono molti a sostenere che quella formazione politica, nata come continuatrice dell’esperienza politica fascista in generale e della RSI in particolare, fosse in realtà una creazione del ministero degli Interni, intenzionato a controllare i superstiti militanti in camicia nera e ad integrarli, “adattarli”, un po’ alla volta, al sistema democratico appena importato. Mancano le prove, non i fatti capaci di dar valore a questa tesi. L’interrogazione del resto, era il fine già dichiarato in sottotono dallo statuto del partito: la celebre voce “non rinnegare, non restaurare” dice forse tutto. La politica è fatta di idee, delle quali gli uomini sono vettori d’affermazione: reintegrare gli uomini è dunque una cosa, reintegrare le idee è un’altra e se si parla dell’elemento umano la reintegrazione non può essere che sinonimo di accettazione, di sottomissione alla “democrazia”: un cedimento totale, dunque, anche se abilmente mascherato (“anche voi, ora, potete tornare a fare politica”). Per le idee – tutto è noto – il sistema si era protetto utilizzando l’aiuto concentrico offerto dai vincitori (che, in sede di stipulazione del trattato di pace, imposero il varo della c.d. “norma transitoria” che vietava la ricostituzione del partito fascista). E delle sinistre, che volevano togliere di torno la presenza di rivoluzionari concorrenti: la legge Scelba fu la prevedibile conseguenza di queste pressioni. Ma un Msi che si fosse comportato per ciò che diceva di essere davvero avrebbe davvero rischiato il bando? Non è detto, perché, se si esclude il periodo immediatamente successivo alla fondazione, un movimento rappresentato in parlamento e che a partire dal 1953 raccolse sempre, suppergiù, il 5% dei voti non è facile da mettere fuorilegge, e non è neppure tranquillo farlo, perché la militanza di allora era, ingenuamente o no, disposta a molto per farsi valere: la “giustificazione storica” offerta dalla dirigenza per spiegare il deviazionismo ideologico è solo una scusa magra. Il clima difficile e la distrazione dell’elettorato assorbito dal dilemma Dc-Pci; Usa-Urss non permise, nel 1948, di andare oltre il 2%, percentuale di suffragi tuttavia bastante per ottenere la rappresentanza nei due rami del Parlamento: il minimo indispensabile era, perciò, assicurato. In quest’epoca, veramente, l’Msi presenta al pubblico un programma discreto: pari ostilità nei confronti delle superpotenze e opposizione all’alleanza atlantica. Questo programma dimostra di funzionare a lungo termine e nel 1953 le cose vanno bene; la morte di Stalin da una parte e la fine della politica d’intransigenza anticomunista da parte degli Usa fece presente che i due cosmocolossi che governavano il mondo non fossero poi tanto nemici tra loro; lo spazio per concezioni alternative si stava riaprendo e il clamoroso successo elettorale nella Fiamma che quasi triplica i suoi voti, dà, in qualche modo, l’idea di quello che era la nuova situazione. Caratteristica peculiare del Msi era il disaccordo intercorrente tra la base militante, spesso autenticamente rivoluzionaria e la dirigenza , molto più tranquilla per propositi e stile comportamentale. La base si aspettava che l’occasione fosse sfruttata, si aspettava il lancio di una nuova, dinamica, linea politica; accadde il contrario, visto che l’occidentalizzazione dell’Msi, ufficialmente, iniziò proprio allora: tutto ciò sembrò inspiegabile, sorsero malumori e tendenze alla scissione. Il moderato, perbenista Michelini condusse il movimento, comunque, nei paraggi della maggioranza e lo mantenne fino al 1960. E’ probabile che l’accettazione, più o meno ufficiosa, dell’elemento umano ritenuto “neofascista” (ripetiamo, solo “l’elemento umano”, non le idee) nell’area costituzionale, abilitata al governo, fosse allora favorita dalla stessa diplomazia americana, orientata a promuovere, nei paesi satelliti, la formazione di coalizioni-catenaccio anticomuniste, coalizioni che dovevano includere tutti i partiti ostili al sovietismo. Tale politica divenne obsoleta dopo il 1956; il partito socialista disapprovò l’atteggiamento assunto dai comunisti di casa nostra nei confronti della depressione sovietica della rivolta nazionalista ungherese e iniziò a guardare con simpatia l’occidente: l’occasione per rompere il “fronte popolare” e deflazionare la presenza filo-moscovita nella politica italiana era delle più favorevoli. La nuova situazione rendeva sempre meno utile (e sempre meno opportuno) l’appoggio missino agli esecutivi conservatori di allora; e tutto ciò proprio quando, una volta tanto, l’on Michelini tentò di agire conformemente alle idee che, ufficialmente, ispiravano la sua compagine politica. L’Msi appoggiò il governo presieduto dall’on. Tambroni. Tambroni fu corteggiato dal presidente-dittatore francese, gen. De Gaulle e dal cancelliere tedesco-occidentale Adenauer: i tre avrebbero voluto e potuto costituire un forte asse di nazioni europee, in grado di mettere al tappeto l’Internazionale comunista senza bisogno di ricorrere all’“aiuto americano”: se certe intenzioni erano comprensibilmente intollerabili per Usa e Urss, il New York Times (che non era la Prava) pubblicò un articolo che parlava di una “svolta autoritaria” in Italia; la sinistra si scatenò in piazza, Tambroni si dimise, Yalta si salvò: tutto questo è noto. I socialisti (per allontanare il pericolo della citata “svolta”) accettarono di collaborare con la Dc, cioè con gli americani (in politichese si diceva “allargare le basi della democrazia”) e la Dc accettò la collaborazione, nonostante i malumori del suo elettorato: si vede che per Washington lo spirito santo fa questo ed altro. Il punto di svolta è rappresentato dal congresso democristiano di Napoli, all’inizio del 1962; in quell’occasione la dirigenza scudata decise di escludere a priori qualunque accordo con i “partiti estremisti”, Pci e Msi; la politica doppiopettista dell’on. Michelini che puntava alla “legittimazione della democrazia” (forse allora si usavano termini diversi) del suo partito è fallita pur dopo essere stata ad un passo dal successo. L’epoca della persecuzione è, a questo punto, ancora molto lontana (inizierà pressappoco dieci anni dopo) ma l’Msi è emarginato, trasformato, anche se non ufficialmente, da erede del fascismo a tranquilla formazione d’ordine, è un qualcosa che non serve più, né ai veri fascisti - ai quali lascia la ritualità ma rinnega le idee - né ai democratici, che dopo l’assorbimento dei socialisti nell’area filo-americana (completato grazie al millantato colpo di stato dell’estate 1964) hanno notevolmente ampliato la propria rappresentanza parlamentare e notevolmente ridotto quella sovietizzante ora limitata al solo Pci. Gli anni ’60 sono quelli del declino, dello smarrimento e dell’indebolimento elettorale, lieve ma costante, sancito chiaramente alle “politiche” del 1963 e del 1968; Michelini muore nel 1969. L’era Almirante inizia proprio quando il clima riprende a scaldarsi. E’ molto probabile che già da prima della morte di Palmiro Togliatti i servizi Usa abbiano preso in esame la possibilità di far fare al Pci la fine del Psi: si voleva atlantizzare Botteghe Oscure. Per riuscirci - l’operazione era fattibile ma di sviluppo molto lento - era necessario, in una prima fase, trovare un collante culturale, un qualcosa che dimostrasse che i comunisti, in fondo, avevano molti più legami col mondo demoliberale di quanto si credesse. Qual era il principale di questi legami? Subito detto, era la partecipazione comune alla c.d. “guerra di liberazione” cioè alla “resistenza”. Di questa resistenza, durante gli anni ’50 non se ne parlava, e in effetti non vi era ragione. Per farlo, il fenomeno, sotto l’aspetto storico, era stato insignificante. La costruzione del mito inizia – timidamente – durante i primi anni ’60, la sua codificazione risale al periodo in cui fu presidente della Repubblica l’on. Giuseppe Saragat, personaggio a suo modo singolare, spedito al Quirinale in extremis, sotto le festività natalizie del 1964, grazie ai voti comunisti, ottenuti nonostante il suo filo-americanismo invasato: tutto chiaro naturalmente il vivere di ricordi non poteva bastare; affermata in meno di una decina d’anni l’affabulazione resistenziale fu necessario creare una ragione contingente, attuale, in grado di rafforzare il legame clerico-liberal-comunista: sorse allora il pericolo “neo fascista”, contornato da una varietà di trame e di colpi di stato immaginari. Il nuovo “fronte antiresistenza” partorì la “solidarietà nazionale”, cioè l’alleanza tra democristiani e comunisti; questi ultimi, di fronte al detto “pericolo”, si sottomisero al diktat NATO: le ragioni della “strategia della tensione” sono queste. Almirante, comunque, da segretario si trovò di fronte a due insidie: mistificazione resistenziale e antifascismo militante: cosa fece per fronteggiarle? Nulla, assolutamente nulla. L’uomo preferì aggirare il problema e cercare la via più semplice per ottenere voti. L’atteggiamento condiscendente tenuto dalla tuttologia nei confronti dell’universo marxista diffuse in molti ambienti l’idea di una imminente sovietizzazione dell’Italia: sappiamo che sotto vi era dell’altro, ma certo, l’uomo della strada non era in grado di immaginare certe manovre. Facile e redditizio, da come si mettevano le cose, far proprio il ruolo di anticomunisti intransigenti che vent’anni prima era appartenuto al degasperismo al quale la “destra nazionale” si sostituì: la fusione con i monarchici (e si dimentica che ne fu tentata persino una con i liberali) fu la mossa decisiva. L’elettorato missino tipico, per quanto slegato dai suoi rappresentanti partitico-parlamentari, costituiva un insieme ideologicamente abbastanza omogeneo e, tutto sommato, non proprio esiguo; l’elettorato “Destra Nazionale” era qualcosa di completamente diverso: un coacervo di tranquilli (troppo) cittadini che protestavano, nulla più (ma anche a ragione, per la verità) contro il sinistrismo imperante. Questa gente pavida, scostante (appena possibile rientrava all’ovile democristiano) era assolutamente impossibile da mobilitare: una massa innocua. Tale massa produsse, tuttavia, il successo elettorale del 1972, successo che scatenò la reazione persecutoria dell’“arco costituzionale”, tollerata e forse voluta anche da servizi d’oltreoceano, ai quali l’anticomunismo non conveniva più: gli anni ’50 erano decisamente passati. Sotto quest’ottica va inquadrato il progetto di creare una scissione, stavolta d’orientamento moderato, in seno allo stesso almirantismo: per i poteri forti le sinistre, allora, dovevano vincere e non essere contrastate, purché, si capisce, si sottomettessero – e lo stavano facendo – all’ordine costituito atlantico. A sottomissione accertata (il Pci si schierò a difesa delle “istituzioni democratiche” durante l’offensiva dell’ultrasinistra) il clima di persecuzione iniziò a venir meno, la medianicità, poco a poco demostrificò la fiamma; il fatto è che la tattica della cooptazione funziona e può essere utilizzata in tutti i versanti della politica: ora toccava ai missini. Craxi, appena eletto presidente del Consiglio, spazza via l’arco costituzionale, contatta Almirante, crea scandalo, non per tutti, ma per qualcuno sì. Craxi si rivela ben presto un personaggio scomodo, troppo deciso, troppo autoritario, troppo indipendente, specie nei confronti di Washington (e nei confronti dei poteri catto-comunisti di casa nostra); l’apertura verso i missini può diventare un’arma a doppio taglio: servirà a completare ufficialmente (ufficiosamente c’era sempre stato) l’allineamento occidentalista dell’Italia, o servirà ad affermare una nuova politica d’autonomia, all’interno e all’estero? Di fatto non si va oltre il caso di Sigonella: l’Msi-Dn, tra i soliti alti e bassi elettorali, diviene un partito “normale”: Almirante, oramai, vecchio e malato, abbandona la segreteria e muore nel 1988. Chi era, chi è Gianfranco Fini? Non Carneade, ma quasi. Un superprotetto dello stesso Almirante? Certo, ma la sua giovane età attirava l’interesse generale del mondo politico. Non fu subito una delusione, quell’uomo lasciò il pubblico interdetto; era di quel tipo che abitualmente si definisce insipido, totalmente privo di immaginazione e intuito psicologico: il suo aspetto, del resto, ricordava quello di un passacarte democristiano o comunista del primo dopoguerra. Rievocare pedantescamente ciò che è accaduto negli ultimi tre lustri sarebbe oltremodo noioso: Fini dimostrò di tenere saldamente in mano “l’apparato” del partito, che riuscì a governare anche per quel breve periodo che lo vide perdere la segreteria. Fin cavalca la tigre di quella colossale montatura che è stata chiamata “tangentopoli” (certo che c’era corruzione, la corruzione è un fenomeno fisiologico in democrazia) voluta dall’Internazionale finanziaria e costruita dalla magistratura marxista. Fini sa che la magistratura è marxista e forse intuisce (ma non è detto che lo faccia, scettico com’è) la presenza di un complotto, ma si presta lo stesso al gioco che distruggerà politicamente lo statista che, molto prima di Berlusconi e senza pretendere abiure ideologiche troppo pesanti, aveva, se non altro, provato a sdoganare il suo partito: perché lo fa? Non è un enigma: Fini è un uomo vuoto di idee, ma in grado di intuire con notevole pressione la direzione della “corrente” che sa seguire come pochi altri. La scelta del Cav. Silvio Berlusconi di dedicarsi alla politica è, quella sì, un vero enigma: di sicuro possiamo soltanto affermare che se tutto fosse dipeso dalla volontà di tutelare i propri interessi, quel grande imprenditore si sarebbe schierato con la sinistra, come molti suoi colleghi. Fini segue Berlusconi perché lo vede un uomo nuovo e vincente, si capisce e inizia un processo di ripudio delle origini del suo partito le cui modalità sono note a tutti: ma questo ripudio non è stato tempestivo. La linea politica adottata molto spesso dal movimento sociale fu uno sfregio alle origini fasciste: ma Fini, candidato alla carica di sindaco di Roma, sfiorò quasi la maggioranza assoluta; quasi la metà dei romani lo votò come fascista: l’incantesimo del 1945 era rotto, nessuno chiedeva di abiurare nulla. Follia o opportunismo da bassa politica? I regimi comunisti si erano miserevolmente dissolti, le “democrazie” mostravano la corda e iniziavano a rivelare le storture del loro “sistema di valori”; dopo mezzo secolo il fascismo si stava prendendo la rivincita e la storiografia ufficiale (parliamo all’incirca di una quindicina di anni fa) ne stava rivalutando l’esperienza storica e politica: non si è trattato, dunque, né di follia né di opportunismo, ma solo di miope perbenismo politico e di deficit d’intraprendenza, male vecchio. E’ stata, senza dubbio, l’attività di quel massiccio culturale, amministrativo e di potere comunemente definito “di sinistra” a produrre tutti i mali che hanno colpito l’Italia durante gli ultimi trentacinque anni. Quel massiccio stava crollando, nel 1992-93, insieme con l’intera “democrazia nata dalla Resistenza”, ecc… La casa sarebbe crollata con un solo calcio alla porta, quel calcio che nessuno ebbe il coraggio di sferrare, come temendo di dissacrare l’indissacrabile. Stiamo passando dalla storia alla cronaca, da Fiuggi all’adesione al Polo della Libertà; tutti sappiamo quel che è successo, inevitabilmente. La “sinistra” era morta, l’intervento del cavaliere l’ha ricompattata, l’ha resa di nuovo presentabile: davvero un prezioso, provvidenziale nemico, il signor Berlusconi.