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Domenica 11 Marzo 2007 - 16:11
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Sergio Di Primio |
Grandi opere. Già di primo acchito ci vediamo confrontati con la questione più superficiale del come esse vengano finanziate, se l’economia langue, il debito pubblico è in crescita esponenziale e le casse dello stato sono insanabilmente vuote? Certo non attingendo le somme necessarie dal gettito fiscale, ossia aumentandolo secondo la trita e ritrita ricetta della sinistra; le tasse, è vero, divorano la fetta più consistente dei profitti e inibiscono in nuce, come la classica palla al piede, qualsiasi forma di iniziativa tesa a tradurre nei fatti, idee nuove per un rilancio e, del resto, sono del tutto insufficienti, assorbite come sono dal servizio interessi che lo Stato, ridotto a infimo ruolo di esattore, rende ai capitali, e quand’anche esso inasprisse la lotta all’evasione, non estirperebbe, con ciò, il male alla radice; e allora? Non resta che rassegnarsi a quell’eterno ricorso ai crediti bancari, specificatamente presso la banca centrale (ed è qui che incentreremo la nostra attenzione) che invischia i manager della politica nel circolo vizioso dell’indebitamento da interessi, la cui estinzione comporta spesso accensione di nuovi prestiti ed ulteriore indebitamento? Le banche (in primis le centrali) non concedono, d’altro canto, crediti a chi non dispone di acclarate capacità produttive, di creare ricchezza, e quindi ci chiederemo, se la nazione, tutti noi insomma, che paghiamo lo scotto di questa tanto inveterata quanto malsana forma di finanziamento, sa(ppiamo) mobilizzare tutto il suo (nostro) potenziale, fisico e intellettuale, per riavviare, prima e al di là della moneta di banca, che rarefacendosi blocca, anziché fluidificarli, gli ingranaggi dell’economia, e se sì, se non si possa noi, di converso, fare bene a meno delle banche, che nulla apportano o aggiungono (di valori) ma piuttosto tolgono, e come? In secondo luogo, se l’incremento di produttività non tiene il passo col galoppante indebitamento, nel qual caso si imporrebbe di rigore l’abiura radicale al ricorso ai capitali speculatori, e questa è già un’altra sfaccettatura della vicenda. Comunque ci troviamo di fronte ad una svolta obbligata, nella situazione di chi non può volgersi indietro, rinunciando ad una grande, forse la sola opportunità di rilancio; deve affrontare un’impresa non priva di rischi, e proiettarsi con coraggio in avanti: questo stato può garantire, nelle condizioni in cui versa, la sua solvibilità o non è piuttosto sulla via della bancarotta Le tanto decantate grandi opere impongono non solo una risposta puntuale a questi scomodi interrogativi, ma involgono pure l’opportunità di portare al “proscenio”, in un momento topico (o critico) come il presente, una concezione delle finanze, e cioè in ultima analisi della moneta, che vuol essere radicalmente alternativa, che spezzi l’incantesimo, in cui siamo tutti inconsciamente avviluppati. Riaffermare intanto il lavoro come il vero fattore creatore, indipendente dalle banche, è tutt’altro che banale, è l’asserto-caposaldo, su cui verte tutta la nostra esposizione. C’è poi, d’altro canto, la moneta: ma cos’è essa altro se non mera certificazione di un lavoro eseguito o prestato, di un valore prodotto? (e solo nel caso dell’effettiva esistenza di un deposito - ciò di cui manca lo stesso euro - titolo rappresentativo o fede dei valori della riserva); una definizione concettuale, questa, dove l’accento risiede più sulla potenzialità del lavoro e meno nell’aspetto di certificazione, attestazione. E’ purtroppo innegabile che nello schema di finanziamento imperante, bancocentrico, ha luogo una perversione delle posizioni, per cui si anticipano importi consistenti di moneta cartacea assolutamente priva di valore e senza riserve alcune che ne sostanzino un qualche valore. Qui ecco scaturire l’aspetto più deprecabile del capitalismo (veramente “selvaggio”) che impone alla parte attiva della Nazione, nel momento in cui essa li accetta per mera convenzione (detti importi all’emissione) un duplice obbligo: quello di lavorare per creare quella copertura che, a monte, non c’è, per restituirli quindi all’emittente dotati di valori - così assistiamo ad un primo furto - senza che essa si accorga peraltro di ridursi a novella servitù della gleba, ad umile soggetto passivo tributario di interessi, che configurano anch’essi la fattispecie del secondo reiterato furto, perpetrato per il falso diritto, permanente, sul lavoro altrui, solo derivante dal semplice possesso di moneta, per giunta priva di valore! Non a caso gli italiani, come risulta da ogni indagine, pur collocando l’assetto dell’economia al primo posto tra i compiti primari del governo, relegano invece molto più in giù la questione del debito pubblico, come se non fosse affatto il principale fattore condizionante, in negativo; una cecità che è, appunto, sintomatica di una diffusa insipienza o irresponsabile disinformazione circa l’effettiva portata della problematica degli interessi; eppure 1300 miliardi di euro non sono mica noccioline!
usura e profitti
Se parliamo di furto, di tributo estorto al lavoro, non vorremmo ingenerare equivoci circa la nostra vocazione anticapitalista, né giustificare l’accusa mossa dalla sinistra conformista ai governi fagocitatori e “capitalisti”; non è mai stata la proprietà del denaro di per sé, ad operare lo sfruttamento del lavoro altrui, come avviene invece, e qui sta il sottile quanto fondamentale distinguo, col cosiddetto capitale a prestito o speculatore; se mai c’è un afflato di giustizia in questa idea di fondo, ebbene solo in tanto, in quanto essa è sociale e mira solo ad eliminare forme di reddito non sostanziato da lavoro; perché è l’interesse, a ben vedere, un furto, non già la giusta proprietà. Per questo non abbiamo nulla contro il capitale di per sé quale impulso motore di nuove imprese; il capitale investito in tal senso può ben considerarsi come distillato, precipitato o concentrato di un lavoro. Siamo, invece, contro la maturazione di interessi quale presunto diritto di usufrutto derivante dalla cessione di propri averi, ciò che si rivela addirittura devastante sul piano macro-economico, laddove la banca centrale, venendo meno la riserva, crea moneta dal nulla (cioè se la stampa ad libitum a costo zero) e la presta allo stato scippando la corresponsione di interessi, secondo lo schema “collaudato” che ha già prodotto la voragine del debito pubblico e che si riproporrebbe, ora, anche per le opere pubbliche, che richiedono un sì massiccio intervento dello stato. Qui non si tratta più di rapporti di piccolo cabotaggio usuraio, tra privati e viene da chiedersi perché mai i trattati di economia politica si occupano solo del credito privato e mai della forma moderna del credito di Stato. En passant facciamo notare che nemmeno in Marx fu mai fatta menzione della problematica degli interessi! Rimarcate di recente giustamente come uno dei punti di forza per il rilancio del sistema Italia le grandi opere celano quindi il risvolto negativo della medaglia (ignoto od ignorato) se si risolvessero solo in una ghiotta occasione di profitti per i prestatori di capitali, anziché dischiudere chances di nuove risorse e duratura prosperità e non già di “asservimento”. Una situazione che si farebbe infatti ancora più acuta, se si applicassero, per giunta entro margini di manovra ridottissimi, se non inesistenti, per via dell’indebitamento, i classici strumenti di politica economica della sinistra; in ogni caso la servitù da interessi è irrisolvibile, facendo leva sulla semplice tassazione. La riproposizione, nei termini di sua concezione, delle grandi opere, equivarrebbe cioè a suggellare l’inveterato ruolo di mucche da mungere del suo elettorato; la rinuncia, a priori, produrrà inevitabilmente dei fenomeni di stagnazione e recessione. Il coraggio di osare, a destra, un progetto criticabile per l’impostazione di finanziamento, ma perfettibile, può, invece tuttora aprire un dibattito su soluzioni alternative, fino a suggerire l’idea di un premier, che, una volta legittimato dal consenso popolare, avrebbe potuto “dotare” la comunità, magari egli stesso, la figura in cui si condensa tutto lo Stato, dei mezzi finanziari necessari. Non è forse vero che egli esercita di già un’immensa potestà, nel momento in cui garantisce per l’adempimento a pagare di quanti concorrono al reddito nazionale? Se tra gli attributi di uno Stato rientra la sua sovranità finanziaria, di elevare cioè tasse sempre crescenti ed in rapporto alle esigenze, perchè non immaginarsi che possa emettere, per diritto suo proprio e per i suoi impegni, dei “buoni infruttiferi”, rivendicando così anche la sua sovranità monetaria? Ci si consenta, per ora, solo un primo, vago accenno: nella fase iniziale esso rilascerebbe carta moneta quale mezzo di pagamento convenzionale per l’avviamento dei lavori, non soggetta alla logica della redditività, e quindi, in tanto, differente dall’euro, che rifluirebbe nelle casse dello Stato “sostanziata” di valori e per la quale, esso stesso darebbe in cambio beni o servizi, avendo ottenuto, d’altro canto, quegli utili, che le opere, una volta ultimate (e qui tutti hanno interesse a che lo siano) sono in grado di produrre (per esempio i rigassificatori) solo una peregrina o geniale eresia? Se i depositari del credo bancocentrico vogliono proprio insistere sulla necessità di quella copertura di cui ben si guardano di ammettere, men che meno evidenziare l’inesistenza, (avete notato che l’euro non è pagabile a vista al portatore?) non sarebbe nemmeno peregrino pensare che il premier avrebbe potuto mettere a disposizione, per la copertura, una frazione del suo patrimonio, il che non vuol dire de-privatizzare e ri-distribuire, ma solo costituirlo in garanzia ed a copertura. Tanto sarebbe bastato a svelenire le polemiche dell’ex-opposizione sul “conflitto di interessi” e a dare al suo liberalismo un’impronta - a suo stesso dire - senz’altro sociale. Dopo i sommari accenni al rivoluzionario sistema di finanziamento, procediamo infine ad una visione sintetica che ci consenta anche un più puntuale raffronto. E’ inconfutabile che a monte di tutto, quale che sia la forma di società che ottengono gli appalti -che ci sia partecipazione dello Stato, di privati o meno che siano - comunque ci sono le banche. Di regola si tratta di S.p.A. che sottoscrivono, garante lo Stato, un mega-prestito di x-milioni caricato ovviamente di 1) interessi; se la data del contratto non collima con quella dell’avvio dei lavori, incideranno pure 2) gli interessi durante la spanna di tempo intercorrente; 3) gli interessi paralleli al tempo necessario ai lavori, nonché 4) quelli relativi al periodo di ammortamento, senza contare 5) i dividendi sul capitale azionario versato; insomma, già al primo approccio ci si svela come la commistione di interessi è causa di sperpero da parte dello Stato. Quasi sempre poi i costi preventivati risultano insufficienti, imponendo un ulteriore ricorso ad altri prestiti, facendo svanire in contorni indefiniti il miraggio di una estinzione del debito entro un certo volgere di tempo. Una vera cuccagna per chi ha le mani “in pasta”, perchè, a ben vedere, poco importa, se e quando saranno ultimate; anzi, tanto meglio, quanto più tardi, se una calamità naturale le distruggerà ci sarà mai forza od evento superiore alcuno capace di annientare o anche solo intaccare la fruizione degli interessi; indipendentemente pure dalla circostanza, se mai matureranno, d’altra parte, quei beni e servizi, per cui furono costruite. Né in realtà si può affermare che la comunità tragga un vantaggio pieno ed incondizionato, senza lati oscuri, dal lavoro profuso dai progettisti, ingegneri, fino agli operai, se è vero che l’utenza risulterà vieppiù rincarata dall’ipoteca degli interessi, come se fossero cioè le S.p.A. le vere proprietarie di quelle infrastrutture e non già i contribuenti. Il tipo di finanziamento capitalistico-bancario, quello “ortodosso” invalso nella nostra civiltà occidentale “superiore” contempla, non meno che nel nostro modello alternativo, l’immissione, in circolazione, di titoli cartacei (obbligazioni) con un loro potere di acquisto; questo, tanto per parare eventuali obiezioni di chi ne paventasse un effetto inflattivo; anzi, venendo ad un raffronto, non ci sarebbe nemmeno bisogno di emettere quantità in esubero di buoni di cassa; lo Stato ne stamperebbe, di volta in volta in misura limitata, proporzionata al procedere e relative necessità; non gli occorrerebbe che una frazione, di gran lunga inferiore all’impegno globale sottoscritto all’atto dell’accensione di un mega-credito corrispondente ai costi complessivi, senza contare la possibilità di pagare a mezzo di moneta scritturale, ovvero per assegno od altre forme di accreditamento che ridurrebbero ulteriormente il volume di moneta circolante. Nella dinamica propria di questa nuova concezione alternativa, troveremo comunque sempre dei nuovi valori a fronte delle “note” emesse; la classica moneta di banca come l’euro, non dispone del resto di altri valori, a copertura, che non siano quelli creati dal lavoro. Forse vale la pena ricordare la saggia ricetta friedericiana (del re di Prussia) secondo cui può considerarsi sana solo quella gestione dello Stato che sostiene le spese ordinarie coi proventi delle aziende attive dello Stato e con le tasse. Non fare il passo più lungo della gamba, è vero, ma negli ancien regimes non era ancora invalso il malvezzo del rapporto di indebitamento verso le banche quale incomodo terzo; ed è appunto questo nuovo contesto, proprio del capitalismo moderno, che rende impossibile promettere la quadratura del cerchio; ma se fosse lo Stato a detenere, o meglio a ri-appropriarsi per “diritto suo proprio” del potere monetario, certo esso potrebbe avviare imprese di amplissimo respiro e, con queste, dare nuovi impulsi di crescita, senza che ciò gli imponga necessariamente di appesantire il carico fiscale. Se l’economia attualmente non decolla (ma anche se ciò fosse, non risolverebbe mai il problema dell’indebitamento, e del resto è inutile invocare l’involo di un sistema, cui le banche tarpano, indebitandolo, già “a terra” le ali) e le casse sono precisamente per tale ragione asfittiche o vuote, ciò non vuol dire che la comunità sia povera, ma solo che è stata e continua ad essere salassata, ma, finché essa è capace di produrre, (per questo dicevamo più sopra “prima ed al di là della moneta di banca” ) non sarà mai povera - a meno che non si pensi che la ricchezza sia una qualità immanente a dei semplici biglietti di carta straccia - la crisi, semmai, è solo indotta da questa perversa concezione, che da un lato sottrae moneta alla circolazione come sua linfa vitale, e, dall’altro, va via via affossando il fattore-valore, imprescindibile, del lavoro.
lo stato deve creare la sua moneta
In sostanza la moneta fu una mirabile invenzione quale medium semplificatore degli scambi, quindi da sempre un utile servitrice e solo con l’avvento del moderno capitalismo si è “erta”, o meglio degenerata, a fattore dominante dell’economia. Ma cos’è, fatta questa premessa, il concetto che proponiamo, di creazione di moneta “per diritto proprio”? Il suo funzionamento si basa sulla riflessione, che un certo numero di soggetti può stipulare la convenzione di impegnarsi ad accettarla come mezzo di pagamento. Potremmo muovere dall’esempio più banale di un manipolo di amici o commercianti che intendono scambiarsi prestazioni, ossia merci ad uno stadio più evoluto del baratto; allora nulla impedisce che uno di loro si serva anche di un volgare foglietto di carta per scriverci sopra “pagabili a vista al portatore per tot euro” e che ci apponga sotto la sua firma, immettendolo quindi nel circolo di quanti aderiscono, in cui tale biglietto acquisisce a pieno titolo la qualità di moneta corrente. E’ vero che essa ha validità limitata, nella fattispecie al “giro” degli amici, ma dall’esempio può prodursi, come da sassolino nello stagno, un’amplificazione della visuale, passando al caso storico dei comuni battenti moneta propria - là dove per avere il crisma dell’ufficialità e piena legalità reca la firma del sindaco o di tal assessore alle finanze - ed è legale entro i confini della relativa area o distretto giurisdizionale fino a prefigurare o poter ispirare, grazie ai notevoli effetti sanatori che sa dispiegare, la creazione di una moneta di Stato nella dimensione più vasta della macro-economia, ossia realtà nazionale. Se lo possono fare dei privati nel loro ristretto “entourage”, perché non dovrebbe poterlo fare lo Stato? Qualsiasi moneta è, al giorno d’oggi, una volta che è venuta meno la riserva, priva di valore e quindi solo lo Stato può conferirglielo, imponendo dall’alto il riconoscimento entro quei confini, che si definiscono non tanto come linee geografiche segnate da storia cultura e tradizioni, quanto per il fatto -almeno in materia politico-economica - che tutti i soggetti attivi, lavoratori e contribuenti, sono sottomessi alla sua potestà o meglio dovrebbero in quanto essa è, oggi, rimessa ad una istituzione non pubblica che è la banca centrale, autonoma ed autonominatasi di emissione! La moneta non è altro che una promessa di pagamento; l’essenziale è che dietro la promessa ci sia l’adempimento, la garanzia, cioè, della trasformazione-conversione in un bene effettivo, reale, quando in concreto un partner, nell’anzidetto giro fornisce una qual si voglia prestazione o il Comune nel suo ambito di sovranità producendo o erogando per esempio corrente elettrica, gas o acqua con delle centrali, di cui ha finanziato nel modo descritto la costruzione e si fa pagare coi detti buoni di cassa oppure, nel caso dello Stato, quand’esso li accetta pro-soluto al posto dell’usuale pagamento per i suoi servizi, dando in cambio per esempio dei biglietti delle sue ferrovie. E’ lo stesso meccanismo come avviene con le obbligazioni, i debiti cambiari, o altro genere di regolamento a termine, se è garantita la solvenza non ci sono obiezioni che tengano. Solo se si comprenderà che lo Stato non deve essere considerato alla stregua di un privato e bisognoso, che i suoi mezzi di potere non si esauriscono nel provvedere alla corresponsione di interessi, solo allora la moneta sarà riportata alla sua originaria, autentica accezione.