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Quando il cinema si chiamava... cinematografo

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Venerdi 21 Dicembre 2007 – 14:40 – Enea Baldi stampa
Quando il cinema si chiamava... cinematografo


Nel 1924 nasce a Roma l’Istituto Luce, la più antica istituzione pubblica destinata alla diffusione cinematografica a scopo didattico e informativo del mondo. L’Istituto nasce come SIC (Sindacato Istruzione Cinematografica) da un’idea del giornalista Luciano De Feo, come strumento di istruzione per agricoltori e operai: la proiezione di documentari in scuole, circoli sociali e sindacati per smuovere la coscienza dei cittadini e dei lavoratori. Ma il progetto, forse troppo avveniristico per quei tempi, non riscuote il successo sperato. L’unico che si interessa al progetto è Giacomo Barone, che suggerisce a De Feo di presentare l’idea a Mussolini. il SIC si sarebbe occupato di girare documentari educativi, ma sarebbe servito contemporaneamente alla presidenza del Consiglio dei ministri come organo di comunicazione.
Mussolini si rende subito conto dell’importanza del progetto; accetta e cambia nome alla casa di produzione di De Feo, che da questo momento in poi diverrà un ente morale di diritto pubblico con il Regio Decreto legge n. 1985 del 5 novembre 1925:
L’Istituto LUCE (L’Unione Cinematografica Educativa).
Nell’estate del 1925 la presidenza del Consiglio dei ministri diffonde una circolare al ministro degli Interni, della Pubblica Istruzione, dell’Economia e delle Colonie invitandoli a servirsi esclusivamente dell’organizzazione tecnica del Luce a scopi educativi e propagandistici. La principale finalità dell’ente è la “diffusione della cultura popolare e della istruzione generale per mezzo delle visioni cinematografiche, messe in commercio alle minime condizioni di vendita possibile, e distribuite a scopo di beneficenza e propaganda nazionale e patriottica”. Nel ’27 avviene il salto di qualità determinato dalla nascita dei Cinegiornali Luce – gli antesignani dei telegiornali -, prima muti, poi in sonoro, all’inizio proiettati nelle grandi sale cinematografiche urbane prima degli spettacoli, poi diffusi anche nei piccoli centri ad opera di cinemobili dotati di proiettori e schermi. Sono proprio questi cinegiornali gli elementi più rilevanti e più interessanti da un punto di vista di fonti storiche, non soltanto per ciò che riguarda la storia politica o economica, ma anche e soprattutto per poter tracciare una storia del costume, della società, della mentalità del tempo.
Il prestigio dell’Istituto Luce raggiunge l’apice del successo con la nascita dell’Istituto Internazionale di Cinematografia Educativa, una sorta di grande Luce internazionale all’interno della Società delle nazioni. De Feo diviene segretario generale di questo organo che fra gli incarichi più immediati e prestigiosi assolve alla realizzazione del film ufficiale delle Olimpiadi di Amsterdam del 1928. Nel 1930, la diffusione in Italia dei primi film sonori porta le succursali delle compagnie di Hollywood (soprattutto Metro Goldwyn Mayer, Fox e Paramount) ad allestire in Italia impianti per il doppiaggio dei loro film. Nasce la Società anonima Stefano Pittaluga, una ditta nazionale che ha lo scopo di diffondere nelle sale italiane la maggior parte della produzione cinematografica straniera. Pittaluga intorno alla metà degli anni ‘20 inizia la sua professione nel settore della distribuzione.
La sua società, nel 1930, possiede circa 200 delle 2500 sale italiane, la maggior parte delle quali è dotata di impianti per la riproduzione del sonoro. E’ suo il merito di presentare al “Supercinema” di Roma “Il cantante di jazz” (primo film sonoro del 1927), ceduto dalla Warner proprio a Pittaluga. Accusato dai critici e dai cinefili di non prendere posizione nella produzione, Pittaluga, pur ritenendo che la situazione industriale del cinema italiano sia pessima, nel 1929 ristruttura a Roma gli studi della Cines, lanciandosi così nella produzione. Il suo primo film è “La canzone dell’amore” (1930) da un soggetto di Luigi Pirandello, diretto da Gennaro Righelli. In seguito la legge sul cinema del 18 giugno 1931 accoglie i consigli di Pittaluga: da un lato, impone un tributo a chi importi o doppi i film stranieri (tributo ora scomparso ma ereditato dalla Francia che ancora lo adotta utilizzando poi gli introiti per finanziare il proprio cinema); dall’altro concede crediti ai produttori e premi in denaro calcolati sugli incassi. La legge contribuisce ad incrementare la produzione cinematografica italiana, mentre Pittaluga prosegue il suo lavoro di produttore, producendo numerose commedie “leggere” come “Patatrac” di Righelli, “Rubacuori” di Brignone, “La segretaria privata” di Alessandrini, ma dando anche possibilità di lavoro ad alcuni tra gli autori più interessanti di questo decennio con film come “Sole”, opera prima di Alessandro Blasetti, e “Rotaie” di Camerini, entrambi del 1929. Continua intanto la produzione da parte dell’Istituto Luce di documentari, i precursori di quella che sarà la produzione cinematografica successiva. E proprio a questo riguardo si sono analizzati i rapporti fra i cinegiornali e la cinematografia contemporanea, sottolineando come l’ideologia e la politica rimanessero sostanzialmente esclusi dalla produzione di fiction del tempo. Nel 1935 l’Istituto Luce dà vita all’ENIC, Ente Nazionale Industrie Cinematografiche, entrando direttamente nella produzione cinematografica: uno dei primi film prodotti è il kolossal “Scipione l’africano” di Carmine Gallone. Nel 1935, in un’Italia divenuta da poco “imperiale” con la conquista dell’Etiopia, sugli schermi italiani dominano ancora incontrastati i film hollywoodiani. Luigi Freddi, direttore generale della cinematografia, insieme a collaboratori come Luigi Chiarini e Jacopo Comin, cerca di rimettere in sesto le sorti della cinematografia nazionale attraverso un difficile lavoro, che vede l’ente impegnato in ogni fase della realizzazione di un lungometraggio: dalla revisione della sceneggiatura alla ricerca di capitali, dalla scelta degli attori e del regista, all’affitto degli studi in cui girare. Consapevole dell’importanza della promozione, Freddi imita i colleghi d’oltreoceano creando una sorta di agenzia stampa destinata a fornire ai giornali materiali sui film in lavorazione. Più avanti Freddi favorirà il sorgere di riviste specializzate, alcune con un intento di ricerca e specialistico (“Lo Schermo”, “Cinema”, “Bianco e nero”), con l’unico scopo di creare aspettative intorno alle nuove produzioni. Nel 1936 il Luce cessa di dipendere direttamente dal Capo del governo per passare al Ministero Stampa e Propaganda (Minculpop); nello stesso anno si dà il via alla costruzione della nuova sede dell’Istituto accanto alle strutture di Cinecittà e del nascente Centro Sperimentale di Cinematografia.
Il 27 aprile del 1937 Mussolini inaugura i nuovi stabilimenti cinematografici di Cinecittà. Il complesso è imponente, dotato di strutture all’altezza non solo di quelle americane ma senza pari in Europa. I nuovi studi offrono 75.000 metri di strade, piazze e giardini, una grande piscina per le riprese in mare, tre ristoranti, diverse palazzine per dirigenti e impiegati, sedici teatri di posa e camerini dotati di ogni comfort. In quegli anni si può entrare negli studi con la sola idea del film ed uscire con il prodotto finito. La nascita di Cinecittà, insieme alla costituzione della legge Alfieri del 18 gennaio 1939 (che concedeva ai film nazionali un generoso contributo finanziario), oltre ad una politica autarchica di distribuzione che vede le grandi compagnie americane disertare il nostro mercato, sono i principali motivi che contribuiscono all’aumento vertiginoso di produzioni e al definitivo boom del cinema italiano anteguerra. Ad una media di ottanta produzioni l’anno (una cifra enorme se si pensa all’attuale produzione nostrana) il cinema italiano vede il sorgere di decine di riviste specializzate destinate a far crescere la popolarità di dive e divi italiani. La diva per eccellenza è Isa Miranda, che conosce una breve ed infelice parentesi hollywoodiana, seguita da Elsa Merlini, di Doris Duranti (amante del ministro della Cultura popolare Pavolini), di Assia Noris che ha la fortuna di interpretare tutti i film del marito Camerini, di Luisa Ferida (che troverà la morte insieme al compagno Osvaldo Valenti alla fine del secondo conflitto mondiale); e poi la bellissima Clara Calamai (che scandalizza le platee con il suo seno nudo, il primo nella storia del cinema italiano, ne “La cena delle beffe” (1941) di Blasetti) e Alida Valli (il suo esordio avviene con “Ore 9 lezione di chimica” (1941) di Mario Mattoli) destinata, in pochi anni, a diventare la diva più amata del cinema italiano.
Tra gli attori, invece, si segnalano Vittorio De Sica, Gino Cervi, Fosco Giachetti e Amedeo Nazzari. La crisi giunge con la Seconda Guerra Mondiale, e ancor più con la divisione dell’Italia dopo l’8 settembre.
Il Luce, rimasto fedele alla Repubblica di Salò, non riuscirà più a realizzare prodotti che vadano al di là di documentari nelle caserme; le stesse immagini degli scontri bellici sono ormai lontani dalle glorie del passato. A partire dal dopoguerra l’Istituto Luce si occuperà della produzione di numerosi documentari e di film (diretti, tra gli altri, da Pupi Avati, Marco Bellocchio, Claude Chabrol, Liliana Cavani, Mario Monicelli, Ermanno Olmi, Ettore Scola). Nel 1960, l’Istituto Luce produrrà un lungometraggio in technicolor sulle Olimpiadi di Roma. Poco più di un decennio dopo inizierà la grande crisi del Cinema italiano, prima con la chiusura delle sale parrocchiali, poi dei cinema d’essai e quelli di seconda visione; stessa sorte, poco dopo, toccherà alle sale di prima visione, che faranno posto a supermercati, grandi magazzini e garage privati.

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