“Comunico ai miei compatrioti, che in questi giorni mi hanno fatto un grande onore eleggendomi a membro del parlamento, che io non aspirerò né accetterò - ripeto - non aspirerò né accetterò la carica di presidente del consiglio di Stato e di comandante in capo”. Con queste parole scritte sulla edizione di ieri di Granma, l’organo ufficiale del regime, il presidente cubano Fidel Castro ha ieri annunciato ufficialmente, dopo 49 anni al potere, la sua rinuncia a presidente di Cuba, carica che ha esercitato finché la malattia non l'ha allontanato dal potere 19 mesi fa. Da tempo si attendeva una simile decisione e Fidel, pur vecchio e malato, ha saputo scegliere con attenzione tempi e modi del suo ritiro. Non lo fece all’inizio della malattia per non destabilizzare Cuba e non ha voluto attendre la sua morte per lo stesso motivo. Fidel resterà il garante del cambiamento di guida ed ha voluto lasciare ai cubani un messaggio forte, chiaro, scritto (all’interno del giornale potrete leggere parte del suo discorso), perché l’anziano presidente sa bene come la piovra nordamericana sia pronta a gettarsi sulla sua isola. Cuba ha vissuto in prima linea la guerra fredda ed ha pagato caramente sia il feroce embargo yankee sia l’abbraccio interessato, ma indispensabile per sopravvivere, con i sovietici. Fidel ha trovato una nazione trasformata in parco di divertimenti per i ricchi statunitensi, tutta piena di bordelli e casinò, dove i poveri morivano di fame, dove l’istruzione era riservata a pochissimi e la sanità era un lusso. Lascia una nazione dove la sanità è gratuita per tutti e c’è la percentuale più alta al mondo di medici per abitante, dove l’istruzione è gratuita per tutti, ma lascia ancora una nazione povera, perché gli Usa non hanno mai allentato la presa dell’embargo e perché i sovietici hanno smesso di inviare aiuti, dopo aver fatto modificare la produzione cubana a loro uso e consumo. Cuba resta però ancora un simbolo di libertà, di indipendenza, di sovranità nazionale conquistata a poche decine di chilometri dalle coste della Florida. La prova concreta che un popolo unito con il suo governo può trovare risorse incredibili e resistere ad ogni assedio. La morte di Fidel, nei piani di Washington, dovrebbe essere l’occasione per riportare il capitalismo selvaggio sull’isola, ma Fidel ha voluto far sapere al mondo che la rivoluzione cubana non morirà con lui, che una nuova classe dirigente è pronta a prendere la guida del Paese, che il sogno può continuare. Un sogno che noi italiani guardiamo con tristezza, perché forse saremo (forse) un po’ più ricchi, ma certo molto meno liberi dei cubani.
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