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Nani e ballerine

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Giovedì 21 Febbraio 2008 – 13:12 – Paolo Emiliani stampa
Nani e ballerine

In aritmetica uno più uno fa sempre due, lo sanno anche i bambini. In politica, però, i conti si fanno diversamente e raramente due partiti uniti sotto un solo simbolo hanno portato un risultato pari o superiore alla somma delle due precedenti unità. In politica uno più uno fa spesso uno e mezzo o giù di lì, a volte anche peggio. Si potrebbero fare in tal senso tantissimi esempi: dal primo, quello del blocco social-comunista del 1948 che con Garibaldi in effige fu sconfitto dalla Dc; ci sono poi i reiterati tentativi di riunione di Psi e Psdi con puntuali disastri del Psu (dove u stava per unificato); in epoche più recenti ci fu lo scellerato matrimonio tra Pli e Pri alle europee dove il risultato di uno più uno fu addirittura uno o l’unione tra An e Patto Segni, con precoce disfatta dell’elefantino. Insomma la storia non dovrebbe infondere ottimismo né al Pd né al Pdl entrambi frutto di recenti accorpamenti. I precedenti fallimenti sono stati tutti causati dall’impossibilità di fondere realmente i vari soggetti e soprattutto di mettere d’accordo le aspirazioni delle diverse classe dirigenti, spesso più impegnate a conquistare la supremazia interna che a battere l’avversario di turno. Veltroni va dicendo che il suo Pd è un vero nuovo partito e che non esistono più Quercia e Margherita, ma le prime grandi manovre per la formazione delle liste sembrano dimostrare l’esatto contrario. Sono state messe delle regole, ma anche previste molte eccezioni e proprio queste stanno scatenando parecchie polemiche. Per la regola dei tre mandati oltre i quali non si potrebbe più essere ricandidabili, il Pd ha chiuso la porta ieri ad un pezzo da novanta della prima repubblica: Ciriaco De Mita. E l’ottantenne di Nusco non l’ha presa affatto bene. Ha deciso lì per lì di lasciare il Pd, ma continuerà a far politica altrove ed ha precisato “contro il Pd”. De Mita non è il solo ex diccì o comunque ex Margherita caduto sotto la mannaia del nuovismo veltroniano, una scure che sembra più benevola con gli gli ex comunisti. Siamo insomma alle solite: il Pci cambia nome, si converte al liberismo, ma mantiene gli atteggiamenti dell’epoca togliattiana ed il primo comandamento resta sempre lo stesso: occupare più posizioni possibili. De Mita non è più il leone di una volta e certo non controlla più quella massa di voti, ma sarebbe sbagliato sottovalutare sia la sua defezione sia quella di altri che potrebbero presto non sentirsi più “a casa” nel Pd. Tutto ciò potrebbe fare il gioco di Casini e di chi sta ora brigando per ricostruire in fretta e in un modo qualsiasi una nuova Dc. Nel centrodestra sembra invece regnare una nuova armonia. Questo perché Fini si sente già investito come delfino ed a questo punto è meno interessato a presidiare le singole posizioni dei suoi colonnelli. Qualcuno potrebbe rimanere deluso e magari scappare tra le braccia di Storace che comunque di poltrone da offrire ne ha pochissime e potrebbe trovarsi presto a sua volta a dover fare i conti con una schiera di delusi, leggi non eletti. In ogni caso il nuovismo, sia di Berlusconi sia di Veltroni, non produrrà liste con una effettivamente nuova classe politica. Ritroveremo vecchi tromboni, qualche aspirante tale e il solito contorno di volti noti, cioè noti al grande pubblico perché televisivamente proposti ancorché politicamente irrilevanti. Non siamo ancora al tempo dei nani e delle ballerine, ma questa è la strada, perché questa è la politica italiana.

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