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Roma 1949, storia di una rivoluzione dimenticata

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Venerdi 8 Agosto 2008 – 16:29 – Luigi Carlo Schiavone stampa
Roma 1949, storia di una rivoluzione dimenticata



“La Repubblica Romana del 1849 visse per cinque mesi. Il popolo la fece nascere. Mazzini ne fu l’anima politica. Garibaldi il difensore. Mameli, Manara, Dandolo e tanti altri gli eroi che morirono per essa. Gli eserciti di Austria, Francia, Spagna e Regno delle Due Sicilie, per volontà di Pio IX, ne decretarono la morte. Mentre l’invasore entrava in Roma per distruggere la nuova Repubblica Romana, in Campidoglio si dava lettura al popolo della Costituzione che non sarebbe mai entrata in vigore. Un comportamento degno dell’antica Repubblica Romana. Fede in Dio, nel diritto e in noi. W la Repubblica Romana. W l’Italia”. Con queste parole si chiudeva uno degli ultimi comunicati dei triumviri che per pochi mesi avevano guidato una delle più intriganti parentesi della nostra storia. In un tempo in cui, finalmente, alcuni eventi storici sembrano essere analizzati anche da punti di vista diversi da quelli dei vincitori, sembra opportuno, quindi, riesaminare le vicende che riguardarono la Repubblica Romana (o seconda Repubblica Romana ) del 1849.
Considerata da molti storici come una semplice appendice dei moti rivoluzionari che per tutto il 1848 sconquassarono l’intera Europa, la Repubblica Romana del 1849 fu, a mio avviso, un’esperienza eccezionale nel suo genere; socialista, repubblicana e liberale, ma allo stesso tempo patriota, unitaria, combattentista e volontarista, essa fu fulgido esempio di un coacervo di intenti e di anime legate insieme da due ideali immortali: Roma e l’Italia unita.
La Repubblica Romana del 1849 ebbe origini da una delusione: nel 1846, infatti, era salito al soglio pontificio, con il nome di Pio IX, il cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti che da tempo aveva fama di essere un riformista. Ma con l’approvazione e la ratifica della carta costituzionale concessa da costui ai “sudditi” dello Stato della Chiesa ci si rese ampiamente conto che la citata fama non aveva validi fondamenti; esemplificativo fu l’atteggiamento del Papa durante la prima guerra di Indipendenza quando, ricordando di essere comunque il “rappresentante di tutti i cristiani”, Pio IX chiese al generale Durando, comandante del suo esercito, di non varcare il Po e quindi di non scontrarsi con gli austriaci. La vecchia raison d’Etat era ancora una volta giustificata dalla missione spirituale del papa e l’unità d’Italia messa in secondo piano di fronte alla possibilità di scontentare una delle più grandi potenze cattoliche del tempo.
Messa da parte l’unità nazionale, quindi, Pio IX dimostrò ben presto di essere, al pari degli altri governanti, interessato esclusivamente alla conservazione del potere e ad essere disposto a difenderlo a tutti i costi e con tutti i mezzi. Un atteggiamento che, però, non era più gradito a quei romani che, avendo smascherato il “tradimento” del papa, cercavano ora il modo migliore per farlo capire al “santo” inquilino. Per calmare le acque turbolenti che minavano la Capitale in quei mesi, Pio IX tentò la carta del primo ministro laico, tale Pellegrino Rossi che, scovato negli alti gradi della polizia, si comportò, nel poco tempo della sua carica, da vero reazionario, finendo per scontentare tutte le fazioni. Nominato nel novembre del 1848, infatti, egli fu assassinato da un “commando” rivoluzionario il 15 novembre. Sembra, inoltre, che la coltellata ferale sia stata vibrata proprio da Luigi Brunetti, figlio del più celebre Angelo, capopopolo noto con il nome di “Ciceruacchio” e reso immortale dalla celebre interpretazione datane da Nino Manfredi nel film “In Nome del Popolo Sovrano”. Nel giro di poche ore furono molti i romani che iniziarono per le strade ad intonare il ritornello “… benedetta la mano che ha ucciso il Rossi…”. La morte di Rossi e la mancata commemorazione alla Camera permise, al popolo romano di comprendere quanto fosse debole lo Stato pontificio. Era dunque questo il momento per colpire al cuore una delle più vecchie e logore delle istituzioni e Roma divenne un coacervo di manifestazioni di piazza e moti popolari; i popolani, di ogni rione, infiammati dai comizi tenuti da Ciceruacchio, “ n’ omo che se ‘mpiccia”, tentarono anche, senza fortuna, un assalto al palazzo del Quirinale. Rilevante fu, inoltre, la partecipazione a queste manifestazioni di personaggi del calibro di Carlo Luciano Bonaparte che, in contrasto con le idee della propria famiglia, appoggiò l’insurrezione romana. Questo clima infuocato divenne per Pio IX incandescente tanto da indurre l’illustre personaggio ad abbandonare Roma; travestitosi da semplice curato, infatti, la notte del 24 novembre 1848, aiutato dalle sue guardie civiche, si recò ad Ariccia con l’intento di proseguire poi per Gaeta dove sarebbe stato accolto, con tutti gli onori, da Ferdinando II. La Repubblica Romana era sul punto di divenire realtà: immediatamente, dopo la fuga del papa, presero il via i lavori che porteranno alla formazione del nuovo Stato e il 5 dicembre Mazzini proclamò: “ … Pio IX è fuggito: la fuga è un’abdicazione. Principe elettivo egli non lascia dietro a sé una dinastia. Voi siete, di fatto, Repubblica”. A tali affermazioni, naturalmente, faceva da cornice un clima politico tutt’altro che pacificato: nonostante i tentativi orditi dai settori conservatori, che mantenevano i rapporti con il papa dal suo esilio di Gaeta, i repubblicani erano decisi a non arretrare di un solo passo e controbattevano, colpo su colpo, ad ogni tentativo di discredito che avrebbe favorito la scelta del governo provvisorio e, quindi, un possibile ritorno del papa. Per tutto lo Stato della Chiesa fervevano i preparativi elettorali per l’elezione dell’Assemblea Costituente.
Tenutesi il 21 gennaio 1849 queste videro la vittoria dei repubblicani che, incuranti della scomunica che Pio IX aveva emesso all’indirizzo dei costituenti, il 5 febbraio davano ufficialmente il via all’apertura dei lavori. La scelta fondamentale riguardava, soprattutto, la forma di governo, una scelta che, come affermò il deputato ravennate Monghini, non lasciava ampi spazi di discussione perché: “ […] mi pare che a soli tre si riducano i partiti da prendere, o papa, o governo provvisorio, o Repubblica. Del papa mi vergognerei a parlare: il governo provvisorio non sarebbe che una prolungata agonia, dunque non rimane che la Repubblica”. Così, all’una di notte del 9 febbraio 1849, si votò un decreto di quattro articoli in cui, oltre a dichiarar decaduto il papato dal governo temporale dello Stato romano e a garantire le guarentigie necessarie per permettere a Pio IX di esercitare il suo ruolo di guida spirituale, si affermava, orgogliosamente, che la nuova forma di governo dello Stato Romano sarebbe stata quella democratica ed avrebbe assunto il nome glorioso ed antico di Repubblica Romana. Retta dal triumvirato composto da Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini ed Aurelio Saffi, come emblema, affiancato al motto “Dio e Popolo”, la Repubblica Romana assunse un’aquila impegnata a sorreggere il fascio littorio in modo da instaurare un legame ancestrale con la Repubblica Romana dell’antichità classica; come vessillo si scelse il tricolore, nel nome del quale, si sarebbe compiuta, in seguito, l’unità nazionale.
Mentre a Roma i costituenti iniziavano a gettare le basi del nuovo Stato, il papa, che non era per nulla disposto ad abbandonare il suo antico feudo, cominciava a tessere la rete che lo avrebbe riportato sul soglio “politico” da cui, al pari dei suoi predecessori e posteri, avrebbe potuto continuare ad amministrare, tramite superstizioni, paure e scomuniche, l’ “antica” fede. Aiutato da un Luigi Napoleone intento a consolidare il suo potere, Pio IX poté, infatti, contare sulle truppe del generale Oudinot che, scontentando apertamente l’opinione pubblica francese arridente alla giovane Repubblica e memore della rivoluzione del 1789, sbarcavano a Civitavecchia iniziando, il 26 aprile 1849, dietro il pretesto di difenderlo dall’attacco austriaco, la marcia contro Roma e il suo nuovo governo.
Il 28 aprile 1849, però, in un tempo in cui le velleità leghiste erano ancora lontane e le istanze federaliste miravano ad unire anziché sfasciare il Paese e Roma era ancora un simbolo nel cui nome l’Italia doveva essere unita, Luciano Manara e 600 bersaglieri “lumbard” sbarcarono a Porto d’Anzio per correre in aiuto dei repubblicani che di lì a due giorni si sarebbero trovati a fronteggiare un assedio che sarebbe durato più di un mese e si sarebbe concluso nel peggiore dei modi.
Oudinot, dunque, cominciò il proprio attacco e Roma si trasformò, in poco tempo, in un immenso campo di battaglia: da Villa Pamphili, occupata dai repubblicani a Porta Portese passando per San Pancrazio e Porta Angelica è tutto un clangore di armi. A San Pancrazio Garibaldi impose ai suoi legionari il corpo a corpo con baionetta, manovra da cui scaturirono esiti più che positivi tanto da far ben sperare i repubblicani, i quali iniziarono a pensare di poter ricacciare i francesi; ma Mazzini, politico ed idealista e non uomo d’armi, diede l’ordine di fermare Nino Bixio facendo sfumare tale possibilità. Nel frattempo, le bande di Ciceruacchio imperversavano nella Capitale creando scompiglio e problemi tra le file delle truppe francesi, mentre a Velletri i soldati borbonici, sollecitati da Ferdinando II, fecero dietrofront. Questa prima fase dell’assedio sembrò, dunque, arridere alla Repubblica Romana, benché l’ombra della disfatta fosse dietro l’angolo; le errate strategie militari dell’alto comando repubblicano, unite alla maggiore disponibilità di armi e uomini dell’esercito francese, fecero il resto. Di fronte ad una ricostituita potenza di fuoco, infatti, poco poterono le barricate erette dai romani, che si servirono in tale impresa anche dei confessionali sradicati dalle chiese finite sotto il controllo del popolo. Il 16 maggio Bologna, martoriata dal fuoco degli austriaci corsi in soccorso di Pio IX, decise di arrendersi; per Mazzini fu chiara la necessità di trattare con gli occupanti e iniziò così ad instaurare relazioni con il plenipotenziario francese, Ferdinand de Lesseps, per ottenere una tregua e salvaguardare parte di quanto fatto dalla Repubblica Romana. Oudinot, che non era disposto a cedere nulla, approfittò della tregua per riorganizzare le sue truppe ed il 1 giugno, dopo aver affermato che Leppses non era investito di alcun mandato valido, ruppe ogni esitazione e riprese l’assedio forte di 30.000 effettivi pronti a far bottino pieno.
Il 2 e 3 giugno Villa Pamphili fu oggetto di un massiccio cannoneggiamento; negli scontri di quei giorni vale la pena di ricordare le gesta eroiche di Nino Costa ed Annibali che, armati fino ai denti, si gettarono nel fuoco nemico per soccorrere due bersaglieri gravemente feriti. Nel trasporto di questi verso la propria trincea ai due italiani fu tributato il plauso dalle truppe francesi che interruppero il fuoco commossi da quel sacrificio; nel frattempo, però, il capitano Enrico Dandolo venne ucciso a tradimento fra Villa Valentini e Villa Corsini. Al Vascello, unico feudo repubblicano fuori le mura della città, si combatté strenuamente; tra tutti emerse la figura del capitano ventunenne Goffredo Mameli che, ferito gravemente ad una gamba, morì per i postumi della cancrena il 6 luglio 1849.
C’è da dire, inoltre, che, oltre alla superiorità numerica e militare, altro fattore che giovò all’azione dei francesi è da ritrovarsi nel contrasto sorto, nel frattempo, fra Giuseppe Garibaldi e il napoletano Carlo Pisacane. Quest’ultimo, infatti, già ufficiale dell’esercito borbonico e studioso di problemi militari, era decisamente a favore della tesi di trasformare l’azione militare in “guerra di popolo” vedendo in tale tecnica l’unica remota possibilità per opporsi decisamente all’avanzata francese e volgere l’esito della battaglia a favore dei repubblicani. Purtroppo, però, le tesi del socialista partenopeo non trovarono molti sostenitori.
Col passare dei giorni la battaglia divenne sempre più cruenta: il 21 giugno Villa Savorelli cadde in mano francese; a San Pancrazio e al Gianicolo, sommersi da una pioggia di bombe, le forze repubblicane, ormai dimentiche della vittoria, offrirono un ultimo esempio di strenua e gloriosa resistenza alle forze d’occupazione mentre le mura crollavano sui cittadini in lotta. Il 29 giugno, approfittando di un temporale ed infrangendo la tregua stipulata per la festa di San Pietro e Paolo, i francesi entrarono in Roma. Negli scontri che ne seguirono trovò la morte l’eroico Luciano Manara, che spirò tra le braccia di Emilio Dandolo fratello del capitano Enrico. Il 30 giugno, mentre il triumvirato era intento a decidere sul da farsi, Garibaldi, ormai in aperto contrasto con Mazzini che non volle concedergli l’instaurazione di una dittatura, decise di abbandonare una città ormai indifendibile e di far rotta verso Venezia, ultimo bastione delle forze rivoluzionarie italiane. A Roma, intanto, veniva proclamata l’insurrezione permanente, che permetterà l’esistenza della Repubblica fino al 4 luglio del 1849.
Diversi furono i personaggi di spicco della Repubblica Romana che decisero di seguire Giuseppe Garibaldi nella strada verso nord; tra essi ricordiamo il disertore austriaco Antonio Livraghi ed il padre barnabita Ugo Bassi, oltre al capopopolo Ciceruacchio. Livraghi e Bassi furono uccisi dalle truppe austriache l’8 agosto 1849; mentre il 10 agosto a cadere per mano austriaca furono Angelo Brunetti “Ciceruacchio” e il figlio Lorenzo di tredici anni ai quali si aggiunsero altri rivoluzionari come quel Luigi Brunetti, probabile assassino di Pellegrino Rossi, che dopo tale gesto aveva mutato il suo nome in Luigi Bossi. Carlo Pisacane, intanto, veniva arrestato e rinchiuso a Castel Sant’Angelo dai francesi.
Fautrice di una Costituzione che sebbene non vide mai la luce ma che si poneva come tra le più all’avanguardia in Europa grazie all’esaltazione di principi che prevedevano l’abolizione della pena di morte e la promulgazione del suffragio universale maschile e la libertà di culto, la vicenda storica della Repubblica Romana è stata per lungo tempo consegnata all’oblio da uno scellerato modo di gestire il patrimonio storico da parte dei nostri intellettuali, intenti soprattutto nei settori culturali della destra politica, a cercare valide alternative al Risorgimento italiano. Figlia di una fuga, ignominiosa al pari di quella compiuta da Vittorio Emanuele III dopo l’infausto 8 settembre del 1943, la Repubblica Romana può esser degnamente riconosciuta come la valida antenata della Repubblica Sociale Italiana.
I parallelismi tra le due esperienze, infatti, vanno molto al di là dell’utilizzo della medesima simbologia; entrambe frutto di uomini provenienti dalle posizioni politiche più disparate e fautrici di documenti dai quali si evince la comune matrice sociale, le due Repubbliche possono essere considerate, in due momenti diversi della nostra storia, baluardi di difesa dell’unità del nostro Paese che ha la sua origine nei tratti ancestrali del nostro patrimonio storico. Contro di essi, così come nel 1849, nel 1943 e fino ai giorni nostri si è visto lo scagliarsi, finora senza alcun esito, di piccoli e meschini uomini che, mossi da vili interessi di bottega, cercano di distruggere quanto dal sangue degli eroi è stato faticosamente costruito e temprato.

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