Il governo Prodi forse non cadrà sulla riforma del welfare, ma sinistri scricchiolii annunciano la sua fine imminente. L’unico strumento nelle mani del Professore per far vivacchiare ancora il suo esecutivo, cioè il voto di fiducia, verrà posto alla Camera sul maxiemendamento al ddl che recepisce il protocollo su welfare e pensioni. L’annuncio è stato dato ieri dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Vannino Chiti. Secondo il sottosegretario al Lavoro Antonio Montagnino, il testo “rispetterà il protocollo raggiunto con le parti sociali” e nello stesso tempo “la sovranità del Parlamento” ed ha poi aggiunto che con tutta probabilità il testo conterrà l’eliminazione dello staff leasing e non conterrà norme che potrebbero portare all’allargamento della platea sui lavori usuranti: in parole povere, sarà un gigantesco pastrocchio, realizzato nel disperato tentativo di tenere uniti i cocci della maggioranza. “Troveremo una soluzione che mette d’accordo tutti”, aveva infatti annunciato Prodi a margine dell’assemblea nazionale della Cna, invece è stata trovata la soluzione che scontenta tutti e le reazioni non si sono fatte attendere. Il leader dei socialisti Enrico Boselli, dopo una colazione con Prodi a Palazzo Chigi, ha infatti definito l’incontro “insoddisfacente” annunciando “mani libere” da parte del partito socialista. Ancora peggiore è l’aria che si respira a Rifondazione. In prima battuta c’è stata un’agenzia della Velina rossa di Pasquale Laureto, nella quale si ipotizzava la volontà di Rifondazione comunista di votare sì alla fiducia sul pacchetto welfare, per poi trarre “le conseguenze politiche della situazione con il ritiro della propria delegazione dal governo”. Poi c’è stata la retromarcia di Giordano: nessun ritiro immediato, ma la richiesta di una verifica politico-parlamentare a gennaio. L’appoggio esterno al governo avrebbe lasciato certo nei guai gli altri partiti della cosiddetta sinistra radicale che, se rimanessero nel governo, consegnerebbero tutta l’area di insoddisfazione della sinistra nelle mani del partito di Bertinotti e Giordano. Se però anche Pdci e Verdi decidessero di imboccare questa strada si giungerebbe ad una crisi di fatto, anche perché non si potrebbe proprio più parlare di rimpasto, ma di vero e proprio nuovo governo con una nuova maggioranza, dovendo anche verificare se questa possa esistere veramente. Forse per questo c’è stato il dietro front di Giordano. Se Rifondazione, da sola o in compagnia di Pdci e Verdi, uscisse poi dal governo non garantendo nemmeno l’appoggio esterno ci sarebbe assai poco da discutere: sarebbe crisi aperta e, probabilmente, ci si troverebbe davanti solo due soluzioni: il voto anticipato o un governo “tecnico-istituzionale”, magari di transizione per cercare un accordo, uno qualsiasi, sulla riforma elettorale. Il pacchetto welfare è proprio inaccettabile, ma la sinistra avrebbe forse digerito anche questo se non si fosse ingolosita dalle liti interne alla CdL che potrebbero aprire uno spiraglio di vittoria, in caso di voto anticipato, negato dai sondaggi fino a qualche giorno fa. Il centrosinistra potrebbe insomma decidere il suicidio a gennaio credendo che il terreno sia più favorevole adesso di quanto potrebbe esserlo tra qualche tempo. Ma questa, ormai, più che politica è la roulette del potere. L’ultima volta hanno fatto credere che fosse uscito il rosso, invece era uscito… lo zero.
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