Non esiste una formula magica che garantisca la governabilità. A meno che non si voglia creare un mostro di legge elettorale che consegni una maggioranza ampia al partito (o alla coalizione) di maggioranza relativa. Ed a questa mostruosità antidemocratica si potrebbe giungere sia con un meccanismo maggioritario sia con un proporzionale corretto da soglie di sbarramento abnormi. Alla fine, poi, non si sarebbe nemmeno certi del risultato. Sì, perché per ottenere il risultato si potrebbero creare partiti contenitore del tutto disomogenei al loro interno. In fondo proprio il Pd deve ancora dimostrare tutta la sua eventuale compattezza di fronte a temi dove potrebbero riemergere le antiche anime di ex pci ed ex dc. Paradossalmente sono più stabili i governi formati da coalizioni composte da molti partiti e frutto di elezioni proporzionali pure e senza sbarramento. Alla fine si può giungere ugualmente ad una maggioranza ampia e nessun partito da solo può metterla in crisi, impedendo così ricatti e ricattucci che invece hanno condizionato la politica italiana degli ultimi anni. Non pensiamo solamente al dualismo tra sinistra cosiddetta radicale e ultra liberisti che ha impantanato Prodi, ma anche al federalismo sconsiderato del Carroccio che ha pesato non poco nella vita dei governi Berlusconi. Il potere dei piccoli partiti cresce in modo esponenziale se questi diventano determinanti alla stessa sopravvivenza del governo. Mastella in Senato aveva (originariamente) solo tre voti: il problema stava tutto nel fatto che Prodi ne aveva solo due di maggioranza ed il centrosinistra aveva pure preso meno voti del centrodestra per Palazzo Madama. Ieri Veltroni ha espresso al capo dello Stato la completa contrarietà del Pd ad elezioni immediate, proponendo un governo a medio termine per legiferare le riforme istituzionali o uno a brevissimo termine che confezioni una legge elettorale nuova, come se questo potesse risolvere la crisi profonda di una politica che non ha più ideali di riferimento. Di contro Berlusconi ha tirato dritto verso il voto immediato, certo di una vittoria più che probabile, ma senza risolvere i problemi di convivenza interna al centrodestra emersi sia alla fine del suo governo sia durante il periodo di opposizione. Alla fine Napolitano, conformemente ai desideri di chi l’ha portato sul Colle, deciderà per una soluzione interlocutoria: un mandato “esplorativo” probabilmente affidato alla seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Marini. Un inutile accanimento terapeutico per salvare una legislatura malata allo stato terminale? Forse sì, ma forse no. Dal cilindro potrebbe uscire un esecutivo “tecnico” guidato dallo stesso Marini o da un altro personaggio certamente centrista che potrebbe raccogliere il gradimento di una parte, seppur piccola dell’Udc che però, insieme ai diniani che in fondo hanno sempre espresso gradimento per questa soluzione, potrebbe riportare un’esigua ma determinate maggioranza anche in Senato. Dal governo delle grandi intese si potrebbe così giungere a quello delle piccole intese, che in fondo permetterebbe a Berlusconi di continuare la sua attività dall’opposizione, che tanto sta pagando in termini elettorali. Inoltre Berlusconi potrebbe incassare una legge elettorale favorevole al suo Pdl ed il procrastinare del voto potrebbe consegnare al cavaliere il parlamento giusto per portarlo al Quirinale, quello che voterà il prossimo presidente, compito che invece, se si votasse nella prossima primavera, spetterebbe alla legislatura successiva. Così vissero tutti felici e contenti (ed i parlamentari avrebbero pure garantita la pensione). In ogni caso questa favola non ha lieto fine per il popolo italiano.
|