Per tutta la giornata di ieri è continuata la processione di leader politici sul Quirinale, per riferire al presidente Napolitano che oggi terminerà le consultazioni e prenderà la sua prima decisione. Il partito di Veltroni (che poi dovrebbe essere anche quello di Prodi) vuole ostinatamente un governo di transizione che porti a termine la riforma elettorale. Le ragioni di questa scelta sono fortissime, quasi decisive per la stessa sopravvivenza di un partito che altrimenti rischierebbe di nascere già morto. Se infatti si votasse subito il Pd, per avere qualche remota speranza di vittoria, dovrebbe immediatamente annientare la sua nuova identità e aderire ad una coalizione. La sensazione è quella che Veltroni abbia già esaurito tutta la sua dote di “buonista per tutte le occasioni” e che la sua popolarità sia in picchiata. La sinistra cosiddetta radicale, con l’eccezione di Rifondazione che ha un atteggiamento più ambiguo, forse sperando di poter diventare il polo d’attrazione di tutta l’area, punta invece decisamente alle elezioni con questo meccanismo temendo gli sbarramenti ad uso e consumo di Pd e Pdl. Sia che si giunga ad un governo di larga coalizione (ma senza la sinistra estrema) sia che si voti subito senza una coalizione di centrosinistra unita, il matrimonio tra centristi e sinistra radicale sotto un’unica insegna sembra naufragato irrimediabilmente. Lega e An, in fondo per motivi simili a quelli della sinistra radicale, vogliono anche loro le elezioni, ma nel centrodestra sussistono maggiori spazi di manovra per una coalizione simile a quella attuale, anche perché mentre il Pd è la fusione di almeno due partiti, il Pdl è solo il cambio di denominazione di Forza Italia. L’Udc, per dimensione numerica, dovrebbe essere interessato al voto immediato, invece il partito di Casini continua ad insistere per un governo istituzionale. Un gioco forse rischioso, ma certo ambizioso quello di Casini. I neodiccì sanno che procrastinare le elezioni significherebbe un clamoroso passo in avanti verso il bipartitismo in Italia, ma sanno anche bene che resterebbe uno spazio importante e forse decisivo al centro utile per qualsiasi maggioranza. Il ruolo chiave in questa fase della crisi sta però nelle mani di Berlusconi. Il Cavaliere dice di volere le elezioni (che certamente vogliono i suoi elettori), ma ha parecchi motivi per non desiderarle veramente. Votare subito significherebbe annientare il suo nemico Pd, ma rinforzando la sinistra più radicale e forse anche la riproposizione di un Ulivo o giù di lì. Un governo di grossa coalizione permetterebbe a Berlusconi di mettere da subito il naso nelle stanze del potere ma soprattutto di scavare un solco profondo tra le componenti della sua parte avversaria. Potrebbe poi far approvare una legge elettorale su misura ed inoltre il prossimo parlamento (se eletto a primavera 2009) sarebbe anche quello che eleggerà il successore di Napolitano e tutti sanno quale sia il vero sogno nel cassetto del Cavaliere. Proprio Napolitano, del resto, sta facendo di tutto per non sciogliere le Camere. Insomma, inciuci in vista? Possibili, anzi probabili, ma gli italiani, appena passata la sbornia di felicità per la caduta del peggiore governo della storia, hanno capito che per loro non cambierà niente, soprattutto per quel 30% di italiani che già oggi fatica ad arrivare alla fine del mese. Questo è il teatrino della politica, anzi il cabaret, ma non fa più ridere nessuno. |