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Neresine: una storia da "revisionare" o da dimenticare?

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Giovedì 27 Marzo 2008 – 14:05 – Maria R. Sequenzia stampa
Neresine: una storia da



Neresine è un piccolo paese all’estremo nord della meglio conosciuta isola di Lussino. Questa, divisa dalla contigua isola di Cherso da un breve stretto di mare, fa parte dell’arcipelago adriatico dalmata, oggi interamente sotto sovranità slava, dopo essere stata ceduta alla ex jugoslavia, in seguito alla II Guerra Mondiale.
A questo ridente angolo di mondo mi legava finora soltanto un senso di appartenenza spirituale, insieme al rimpianto di averlo troppo tardi conosciuto, quando, negli anni ’60, mia madre aveva sentito il richiamo della sua terra di nascita, e vi era ritornata per la prima volta con me, affrontando un viaggio alquanto disagiato in quella Jugoslavia di allora. Conobbi così un certo numero dei suoi abitanti, una ridotta parte dei superstiti “rimasti” dei suoi compagni d’infanzia, spariti non tanto, a causa dell’età, ma per le tragiche vicende che avevano colpito le nostre popolazioni. A partire dagli anni ‘40, proprio quando esse avevano raggiunto, con la massima crescita (2.000 anime) il loro migliore livello economico e sociale, dando all’Italia diversi capitani di lungo corso, qualche armatore, persino un paio di ministri, era cominciata
la fine della loro esistenza. Con i ritrovati suoi contemporanei, come lei ancora in piena forma (essendo nata nel 1901), sentii mia madre rievocare fatti, vicende, personaggi, già più volte presenti nei ripetuti ricordi di storie familiari e collettive, che evocavano quell’antica atmosfera di vita di una comunità ben ordinata, non solo grazie alla risaputa organizzazione civile dell’Imperial regio governo austriaco, ma all’onestà, al carattere degli stessi neresinotti, al loro attaccamento al duro lavoro, di terra e di mare, alle tradizioni, civili e religiose, patrimonio per cui, avevo sentito accennare, ma vagamente, essi avevano lottato un tempo. Ma perché?
Ed ecco, quasi a riprendere i fili di quelle memorie, spezzati dalla scomparsa della instancabile narratrice,a confermarne l’autenticità, a completarne soprattutto l’intero contenuto, a restituire alla verità storica il suo ignorato valore, mi arriva inaspettato un libro:

Neresine. Storia e tradizioni di un popolo tra due culture.Ed.LINT-Trieste pag.249. s.p.-di Nino( Giovanni) Bracco.

L’Autore è uno dei discendenti delle più antiche famiglie fondatrici della comunità, al pari dei Zorovich e di molti altri loro contemporanei da secoli presenti nelle cronache raccolte, ma oggi, come mi risulta, non più conservate nell’archivio del convento dei Frati Minori osservanti di San Francesco, trasferite, dopo la sua chiusura in anni recenti, al centro di cultura istriana di Rovigno. Convento la cui importanza per l’intera storia, non solo del paese in cui fu fondato nel 1505, ma di quelli in cui l’Ordine aveva da secoli posto radici e acquistato privilegi e influito sulla politica in quel tormentato settore europeo, il libro fornisce documentate prove.
Di quegli antichi cognomi, spente le loro generazioni, sono rintracciabili oltre che le incisioni sulle lapidi tombali dell’arioso cimitero presso il mare, anche l’analisi che se ne fa a pag.210-11, tendente a investigarne la provenienza dalle più svariate regioni, sia dalla penisola italiana, che da isole e prossime terre marittime, già indicate da famosi miti greci, o dall’interno di altre vicine. A tale proposito non si può non sottolineare come la questione dei cognomi, e nomi, sia stata manipolata dalla propaganda nazionalista slava e filocomunista italiana.
Senza entrare nel merito, osservo che essa riceve una scherzosa ma non inopportuna conferma dalla citazione di un ritornello popolare, di più di un secolo fa: “L’Europa e la Cina xe s’ciave anca quele, xe s’ciava la luna, xe s’ciave le stele, xe s’ciava Trieste, xe s’ciavo Pisin e Dante e Petrarca xe nati a Tolmin”. Esso coglieva quello spirito, già virulentemente nazionalista antiitaliano, ben prima delle “offese e repressioni fasciste” spirito mai spento, del quale precisi sintomi anche il libro di Bracco fornisce le prove. Prima di dare spazio ad esse, mai rilevate da nostri famosi esperti, per diffusa ignoranza, o per interesse a non discostarsi, o dissociarsi da versioni “antifasciste” approvate ottusamente, riporto la citazione di un recentissimo documento ufficiale, rilasciato dal convento di San Francesco, già da secoli facente funzioni anagrafiche, che attesta la morte, avvenuta nel 1949, di un Dinko Zorovic (figlio del precedente Nonno Sule) tranquillamente croatizzando il nome –Domenico - e il cognome Zorovich, privato della H e segnato con la “pipa” sopra la c, secondo la pronuncia slava. Errore? Svista? Macché. L’ennesima, minuscola ma significativa conferma di come questa operazione non autorizzata, né minimamente giustificata, venga esercitata su tutti i nomi di qualunque italiano, di lingua di cultura, scrittore, poeta, artista, scienziato o personaggio di fama a qualunque titolo (o no, come lo zio materno) che sia nato o abbia lavorato in terre che oggi sono slave politicamente.
Ogni singolo particolare, diligentemente esaminato, concorre a formare un vero “thesaurus” una “summa” enciclopedica, dedicata a una comunità, per quanto piccola degna di rappresentare un modello di qualunque altra maggiore comunità adriatico-quarnerina, con cui ha condiviso le vicende millenarie delle nostre genti vissute in ininterrotta simbiosi con la civiltà latino-veneto-italica.
La trattazione che ne fa Bracco espone, con chiarezza e puntualità il succedersi delle fasi del lungo contenzioso con le due più potenti autorità del tempo (pag.61-69), e le loro rappresentanze istituzionali, sia laiche, che religiose, in perfetto accordo tra loro.
Lo scopo finale era per esse lo sradicamento di quanto, né i secoli di rinnovate invasioni devastatrici, né sempre nuove dominazioni, né pestilenze, carestie, dissidi interni tra signori o potentati locali, avevano mai potuto intaccare, che solo la caduta di Venezia aveva lasciato indifesa: l’appartenenza a una sola tradizione, a una sola cultura. Molte riflessioni potrebbero nascere da queste antiche, ben poco, o per nulla considerate lotte di un popolo, oggi completamente ignorate.
Lotte esemplarmente civili, oggi si direbbero nonviolente, per il ricorso, oltre che ai rispettosi documenti di rivendicazione di diritti scritti (come da secoli) in perfetto italiano, anche per le altrettanto civili, ma decise e coraggiose (ne andava di mezzo l’incriminazione penale )manifestazioni pubbliche di protesta di tutta la comunità,più volte scoppiate in piazza o durante cerimonie tenute con inaccettabili formule in glagolito o in croato. Proteste e manifestazioni che l’Austria respingeva con metodi decisi, ma tutto sommato civili; alla fine i neresinotti ebbero partita quasi vinta, mantenendo la scuola italiana, preferita dagli stessi slavofoni alla loro. Ben più violenti furono i metodi con cui il vescovo della, italianissima fino allora, isola di Veglia, Mahnich, dopo aver imposto l’insegnamento del catechismo in quella lingua croata che nessuno conosceva, nemmeno i dialettofoni slavi, e avere trovato comprensibili resistenze, ma non per lui, e ripetute difficoltà, fece ricorso all’arma più solenne e temuta da ogni cattolico: la scomunica ai maestri che s’erano rifiutati e la proibizione per chiunque di avere contatti con loro.
In seguito a ciò una deputazione di cittadini, che già s’era rivolta al Patriarca di Venezia in proprio favore, si recò da lui, divenuto Papa Pio X Sarto e trovò l’ascolto altrove respinto. Risulta dagli archivi vaticani che il Papa “intervenne personalmente e duramente” per sanare la questione del catechismo, e in seguito esentò il vescovo dalla sua carica, richiamandolo a Roma.
Oggi la stessa chiesa croata sembra impegnata a completare quella operazione che solo l’intervento del Santo Papa Pio X Sarto per troppo poco tempo arrestò o meglio ritardò. Sparita l’Austria, altri alleati, questa volta - incredibile dictu - all’interno del Vaticano stesso appoggiano quell’operazione sopra nominata come croatizzazione di ogni nome italiano volta a far apparire l’opera legata a quel nome frutto della autoctona cultura croata, nei più svariati campi dello scibile, dai quali essa ampiamente è mancata da secoli, né brilla ora.
Troppo doloroso sarebbe elencarne i quotidiani esempi, rintracciabili da chi conosca l’autentica storia delle nostre un tempo terre adriatiche.
Delle “due culture”, di cui il libro di Bracco fornisce un significativo, parziale spaccato, al popolo di Neresine, ai discendenti, ormai rimasti in pochi dei suoi antichi fieri abitanti, nulla appartiene, se non questo, è da temere, (troppo difficile sperare il contrario) solo a loro dedicato prezioso ricordo.

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