Mario Draghi, il governatore pro-tempore di quella ex istituzione, ormai del tutto privatizzata e di proprietà di banche, di assicurazioni e di enti di lucro vari, ma che purtroppo ancora si fregia dell’altisonante denominazione di “Banca d’Italia”, è uomo ambizioso, e tetragono. Nulla lo ha mai distolto dal perseguire il suo destino manifesto: spingere, per quel che poteva e può, l’Italia oltre lo Stato nazionale, oltre lo Stato sociale, per renderla un vero mercato, un libero mercato. Di uomini e di merci. Un disegno di smantellamento dello Stato nazionale e sociale, disegnato probabilmente oltre un ventennio fa nei quotidiani colloqui con il suo mentore, Federico Caffè, allora docente di politica economica e finanziaria. (Già, Caffè. Un - come definirlo? - “liberalcomunista”. Nel 1945 consulente del governo Parri che gestiva l’occupazione anglo-americana dell’Italia. Nel 1987 scomparso senza un perché o un come dalla vita quotidiana). Comunque è, inutile, oggi, ripercorrere su queste colonne quale sia stato, da allora, il cursus honorum (si fa per dire) del tetragono Mario Draghi. Sia sufficiente accennare, di sfuggita, alle sue concrete responsabilità - dal “via libera” ricevuto sul panfilo reale Britannia, nel ‘93, alla sua gestione della ex Banca centrale, passando per il suo ruolo di “agente primario” delle svendite delle maggiori, pubbliche e strategiche aziende italiane al capitale privato di lucro italiano e straniero - nella privatizzazione dell’economia nazionale italiana. Dicevamo che Mario Draghi è un uomo ambizioso e tetragono. Ma l’ambizione, per antonomasia, non è mai stata un male negli esseri umani. Purché sia temperata da una certà virtù e da un qualche senso di responsabilità verso la comunità di popolo nella quale si opera. Una volta si diceva... dal senso dello Stato. Il connubio tra ambizione e rigidità, invece, è un male per tutti. E purtroppo per gli italiani tutti, l’attuale governatore della Banca d’Italia mescola in sé questi due elementi caratteriali inconciliabili. La dimostrazione ultima di questo suo miope sentire - tra l’altro in palese contraddizione con il suo autodichiarato “ruolo pubblico” - riguarda l’opera di destrutturazione interna da lui portata avanti in questi mesi nella ex banca centrale del popolo italiano. Draghi, in ossequio al suo favor iperliberista - e probabilmente attratto dal modello della sua Banca-Padrona, quella “Spectre” che condiziona le politiche monetarie di tutte le Banche centrali atlantiche, la BRI, dove i Signori del denaro si siedono in conclave e decidono sulla vita e sulla morte delle economie nazionali del pianeta - ha deciso di fare della sua super Banca (privata) uno strumento “leggero”, da sottrarre a qualsiasi addentellato con i cittadini della Repubblica. Una banca centrale - non sottoposta già ad alcun controllo dello Stato - da far diventare così “più maneggevole”, più adatta a fungere da cinghia di trasmissione dell’iperliberismo anglo-americano. Il piano Draghi di smantellamento (anzi di “miope devastazione”: così viene definito dal sindacato Falbi-Confsal, che rappresenta la maggioranza relativa dei dipendenti della Banca d'Italia e che ha proclamato lo sciopero generale di tutta la categoria per l'intera giornata di venerdì 14 dicembre) è un classico modello di “libero mercato”: chiusura di 39 Filiali e forte ridimensionamento di altre 25 Filiali (su 97, una cura liberista da cavallo e con le conseguenti “ristrutturazioni” del personale). Un piano che - oltre a creare disoccupazione, disservizi per la liquidità ai cittadini, abbandono del territorio e quindi della vigilanza sulle orde usuraie in agguato - “oggettivamente tradisce l’interesse del Paese”. Non lo diciamo (soltanto) noi. Lo dichiara, papale papale, anche Luigi Leone, il segretario del sindacato dei lavoratori della Banca (ex) d’Italia. E l’Uomo, Lui, l’Ambizioso, il Tetragono? Tace e invia lettere-stampone. Si sente forte, protetto, Cinghia di trasmissione dell’usura internazionale.
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