Nel feudo anticastrista di Miami si respira poca aria di vittoria e una certa cautela. Vittoria, perché il “mostro” sbattuto in prima pagina per 49 anni ha deposto scettro e corona. Cautela, perché la rinuncia alla presidenza di Fidel non convince del tutto, complice anche la volontà di continuare ad avere un nemico da attaccare, un totem da insultare, una guerra mediatica da portare avanti grazie all’assoluta compiacenza delle amministrazioni Usa, democratiche e repubblicane. “Non è nient’altro che uno show che il governo dell’Avana ha messo in piedi per confondere il popolo di Cuba”, taglia corto Miguel Saavedra uomo di punta del fronte anti castrista e referente del piccolo ma bellicoso gruppo “Vigilia Mambisa”, da sempre al fianco di terroristi come Bosch e Posada Carriles, vero piccolo boss nella galassia della cosiddetta mafia cubano-statunitense cui la famiglia Bush deve tanto. Saavedra non ha dubbi: soltanto “un completo rovesciamento del regime” potrebbe portare ad un vero cambiamento. È lo stesso sentire che aleggia un po’ per tutta “Little Havana”, roccaforte degli esuli cubani e della miriade di gruppi, associazioni, militanti che formano da quasi cinque decenni il fronte anti rivoluzionario, il bacino di voti per tutti quei candidati - alle primarie come alla Casa Bianca, elefantino come asinello - che si presentano con slogan anti lider maximo e che tuonano sulla necessità di inasprire ulteriormente le già disumane misure di isolamento internazionale dell’isola caraibica. Non ha caso si è nella fortezza elettorale del repubblicano McCain e dei suoi famigerati luogotenenti, come Ros-Lehtinen o i fratelli Díaz-Balart. La stessa aria la si respira anche al di fuori di Miami e della sua calle Ocho, la strada dei cubani, così satura di locali che ricordano la capitale perduta, quanto satura di odio verso la Revolución di ieri e verso i Chávez ed i Morales di oggi. “Sino a quando i due fratelli Castro non molleranno il potere o non moriranno, non vedrete reazioni particolari nella nostra comunità”, assicura Julio Robaina, altro esule cubano di spicco e sindaco di Hialeah, quinta città della Florida. La verità è che la gente, in questi angoli della Cuba nostalgica del regime di Batista trapiantati negli alleati Usa, si è ormai tanto abituata all’idea di un Fidel in precarie condizioni di salute e vicino alla morte quanto al fatto che a Cuba la presenza rivoluzionaria è ormai talmente radicata da non poter essere spazzata via da un semplice cambio ai vertici. Come ha scritto il lider maximo nel suo scritto-testimonianza, “fortunatamente il nostro processo può contare sulla dirigenza della vecchia guardia e su altri che erano molto giovani quando fu dato inizio alla prima tappa della rivoluzione”. La consapevolezza che un tale processo rivoluzionario non potrà essere facilmente cancellato è tanto insita negli uomini che hanno guidato e guidano questo processo, quanto in quelli che lo hanno avversato e lo avversano. Anche la reazione degli Stati Uniti sembra cavalcare questa consapevolezza, rifugiandosi per l’ennesima volta nella terminologia cara al regime yankee. Ma soprattutto evitando accuratamente toni troppo entusiastici, una scelta cui la Casa Bianca sembra anche costretta a ricorrere dal ruolino di marcia delle primarie. Un tono gioioso più in là e si rischia il tonfo nel ridicolo: “Alla fine - ha dichiarato Bush, avvertito delle dimissioni di Castro dal suo consigliere per la sicurezza nazionale, Stephen Hadley, durante il suo tour in Africa - questa transizione dovrebbe condurre a elezioni libere e democratiche, e sottolineo libere e democratiche, non a quel tipo di elezioni che i fratelli Castro hanno cercato di rifilarci come vera democrazia”. Attendismo e demagogia da impero in decadenza, dove perde colpi anche il tanto simbolico quanto grottesco ricorso al verbo democratico a stelle e strisce. Qualcosa di veramente simbolico resta, al contrario, ad una novantina di miglia dalla costa della Florida. Un’isola rivoluzionaria e rivoluzionata, dove un uomo simbolo si fa da parte con spirito di sacrificio e una rivoluzione - le cui basi ideologico possono essere condivisibili o meno - oggi più che mai diventata il simbolo di una resistenza all’aggressione. Una resistenza che va oltre Fidel.
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