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Bombacci, il rivoluzionario rosso

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Giovedì 27 Marzo 2008 – 15:12 – Sauro Ripamonti stampa
Bombacci, il rivoluzionario rosso


Su Bombacci comunista, legato sentimentalmente e non solo sentimentalmente a Mussolini, si è steso un velo di silenzio come se parlarne si evochi un fantasma che disturba i sonni di molti politici che si definiscono corretti, ma che hanno molti scheletri nel loro passato.
Bombacci pagò con la vita la sua collaborazione al regime fascista e finì fucilato con gli altri gerarchi a Dongo appeso poi alla pensilina di piazzale Loreto, definito traditore dai capoccia del partito comunista, primo fra tutti Luigi Longo.
Ma chi era veramente Bombacci?
Nicola Bombacci era nato nel 1879 a Civitella di Romagna, da una famiglia cattolicissima; il padre Antonio esercitava il mestiere di birocciaio, attività allora molto diffusa in Romagna, era un ex militare dell’esercito pontificio e con l’annessione della Romagna al Regno d’Italia, si era dato per alcuni anni alla clandestinità per non partecipare all’armata piemontese.
La famiglia per sopravvivere coltivava un podere della parrocchia concessole dal parroco di Civitella Don Nicola Ghini, cugino della madre Paola Gaudenzi.
Alla scomparsa di Don Nicola Ghini la famiglia si trasferì a Meldola in un casale che il parroco morendo aveva lasciato in eredità alla cugina, madre di Nicola, come un riconoscimento dell’aiuto dato in vita alla parrocchia.
Nicola crebbe quindi in una famiglia cattolica osservante, a 16 anni, dopo aver frequentato le scuole pubbliche di primo grado, entrò nel seminario di Forlì dove studiò per cinque anni dimostrandosi un allievo irreprensibile, accostandosi però oltre che alla cultura letterarie e cristiana, anche alla predicazione laica di socialisti come Trampolini che andavano diffondendo a quel tempo le idee rivoluzionarie nelle campagne della Romagna.
Nel 1900, Bombacci, gettata la tonaca alle ortiche lasciava il seminario e terminava gli studi di maestro nel collegio Giosuè Carducci di Forlimpopoli dove incontrava Benito Mussolini al quale si legava profondamente non solo per la comunanza dell’idea socialista ma anche per una sostanziale differenza di carattere; mentre Mussolini si dimostrava fermo e determinato nell’azione, Bombacci di carattere mite restava colpito e ammirato della capacità energica del compagno, dal quale però traeva la capacità di condurre comizi veementi che trascinavano la folla.
Conseguito il diploma di maestro le vite dei due personaggi per un breve periodo si divisero, per incrociarsi dopo poco tempo, esaurite alcune esperienze.
Bombacci ottenuta la cattedra di insegnante elementare in una scuola di Monticelli, in provincia di Piacenza, dopo poco tempo venne allontanato con l’accusa di propaganda anti-clericale e socialista.
Mussolini chiamato a Trento da Cesare Battisti per collaborare al quotidiano locale “il Popolo”, veniva poco dopo espulso dalla cittadina per l’intervento delle autorità austriache sollecitate dall’austriacante Alcide De Gasperi, capo del movimento cattolico del Trentino Asburgico che lo accusava di attività giornalistica anti-clericale.
L’italietta di allora, come l’Italia di oggi, era ostaggio di partiti e partitini ma con la prevalenza dell’egemonia cattolico asburgica come oggi c’è l’egemonia atlantica.
Dopo questa parentesi, Mussolini e Bombacci si ritrovarono a collaborare strettamente con una sincera ammirazione che li legò profondamente non solo in senso politico ma anche in senso affettivo.
Bombacci chiamato dal Partito Socialista a reggere la Camera del Lavoro di Cesena e la direzione del settimanale Il Cuneo, sviluppò tutta la sua energia di capo popolo; mentre a Mussolini veniva affidata la direzione del periodico “La lotta di classe” di Forlì.
Fra Mussolini e Bombacci si cimentò una profonda amicizia ed un fraterno sentimento politico che ci accomunava nel rifiuto del parlamentarismo, del riformismo, della democrazia borghese e della collaborazione politica fra le classi; i due tribuni speravano e sognavano di realizzare un partito di puri e duri, fortemente elitario e avverso a tutti quei compromessi mi-ranti a comporre maggioranze di segno opposto, pateracchi tenuti insieme da interessi di bottega e da compromessi.
Con l’avvicinarsi di venti di guerra (primo conflitto mondiale) Musso-lini scelse la politica dell’interventismo mentre Bombacci rimase fermo nell’opposizione alla guerra, anche contro l’attendismo dei democratici cristiani filo austriaci; sembrò allora che fra i due tribuni doveva compiersi una profonda frattura ma inversamente si realizzò una più accentuata amicizia ed ammirazione, pur su linee politiche diverse.
Al termine del conflitto, Benito Mussolini, portava a compimento l’opera della su apolitica di risanamento in una Italia mortificata dal tradimento di Versailles da parte degli alleati, con una politica di pace che frustrava tutti i sacrifici compiuti dal popolo italiano nella guerra vittoriosa.
Nicola Bombacci divenne il capo riconosciuto ed indiscusso delle plebi italiane durante “il biennio rosso” (1919-1920): benne eletto nella circoscrizione di Bologna con un clamoroso risultato nelle file del socialismo massimalista.
Successivamente, con Gramsci e Bordiga, fu fra i fondatori del Partito Comunista a Livorno nel 1920.
Da allora Bombacci divenne il punto di riferimento e il capo indiscusso dell’opposizione politica italiana ma soprattutto uomo di fiducia del Comintern sovietico per la sua amicizia con i capi della rivoluzione d’ottobre e assunse l’incarico di “uomo di Mosca”, e Lenin della Romagna in considerazione della sua capacità politica di intese con i capi moscoviti mentre risultava inconcepibile ai comunisti italiani per la loro ottusità e per la loro incapacità di comprendere i motivi che legavano Mosca all’Italia, Bombacci e Mussolini.
Come leader del comunismo italiano ferocemente contrario al regime fascista ma con l’appoggio di Mosca e anche con il tacito consenso di Mussolini, in nome dello loro fede socialista, cercò con ogni mezzo di unificare le due rivoluzioni: fascista e comunista, per la costruzione di quella terza via socialista definita “socializzazione” che avrebbe fatto dell’Italia una grande potenza anti-capitalista.
Questa politica fallì per la presenza in Italia di quelle forze: monarchia, industriali e cattolici che si rivelarono i veri pericoli durante il conflitto e che portarono alla caduta del regime, forze che per la loro esterofilia hanno sempre costituito un grosso limite all’affermazione dei principi nazionali.
Fallito questo suo tentativo, espulso dal Partito Comunista, diffamato da comunisti e fascisti, non rinunciò mai tuttavia al tentativo di coronare con Mussolini il suo sogno di una Italia socialista concepita nei tempi della loro giovinezza.
Dopo l’otto settembre 1943, pur non iscrivendosi al partito Fascista Repubblicano, aderì alla Repubblica Sociale Italiana nell’intento di portare a compimento il suo sogno e continuò in questo tentativo sino all’estrema conseguenza di pagare con la vita la sua ferma convinzione ideologica,; cadendo in quei giorni tragici, in quella vergogna tutta italica che fu piazzale Loreto.

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