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Economia
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L'economia europea è in deterioramento

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Venerdi 14 Dicembre 2007 – 13:46 – Marzio P. Rotondò stampa
L'economia europea è in deterioramento

Marzio P. Rotondò
roma

Le stime economiche provenienti da Francoforte allontanano ulteriormente la possibilità di un taglio dei tassi. Il bollettino mensile diffuso dalla Banca centrale europea evidenzia infatti nelle proiezioni macroeconomiche di dicembre un andamento economico ambiguo, che presupporrebbe azioni divergenti. Malgrado un crescita in via di deterioramento, dei consumi in affanno ed un euro alle stelle, la Bce continua a sventolare lo spauracchio dell’inflazione per non dare un taglio alla pressione dell’usurocrazia delle banche private sull’economia continentale.
Il Consiglio direttivo della Bce “ritiene che l’attuale scenario di crescita sia soggetto a rischi al ribasso, connessi soprattutto ad un impatto potenzialmente più ampio della rivalutazione del rischio in atto sui mercati finanziari, sulle condizioni di finanziamento, sul clima di fiducia e quindi sulla crescita mondiale e dell’area dell’euro. Eventuali ulteriori rincari del petrolio e delle materie prime, nonché i timori circa spinte protezionistiche ed un possibile andamento disordinato legato agli squilibri mondiali”, minacciano ulteriormente la stabilità della crescita economica europea.
Se il massimo istituto di emissione monetaria continentale inizia a sbilanciarsi in questo modo, dato il solito ancoraggio a delle dichiarazioni formali e ripetitive, significa che la situazione economica del Vecchio Continente vede diverse possibilità concrete di frenata. Per questo motivo. La Bce ha già provveduto ad abbassare le stime di crescita della Zona euro per il 2008. Il pil nell’Area euro dovrebbe crescere tra l’1,5 e il 2,5% l’anno prossimo, mentre nel 2009 è previsto tra l’1,6 ed il 2,6%. Per il 2007, invece, il pil dovrebbe collocarsi tra il 2,4 e il 2,8% risentendo ancora poco della tempesta finanziaria ed economica scatenate ad agosto dal settore dei mutui subprime negli Stati Uniti.
Secondo il massimo istituto di emissione monetaria del Vecchio Continente, lo scenario di crescita del pil sarebbe ad ogni modo sostanzialmente in linea con quella del prodotto potenziale. Per far sì che questa dinamica continui, però, la prospettiva “presuppone che l’attività mondiale evidenzi capacità di tenuta e che il rallentamento dell’espansione economica statunitense sia compensato in parte dal persistente vigore dei mercati emergenti”. Da questo punto di vista, conclude la Bce, “considerando il potenziale impatto della volatilità presente nei mercati finanziari e della rivalutazione dei premi al rischio sull’economia, il livello di incertezza resta elevato”.
Nonostante un quadro economico relativo alla crescita propendente verso un taglio dei tassi di interesse, l’inflazione dà qualche grattacapo in più, anche se per il prossimo anno è comunque destinato a stabilizzarsi nuovamente. Il tasso d’inflazione nell’Area euro, infatti, dovrebbe mantenersi su livelli significativamente superiori al 2% nei prossimi mesi, per poi registrare probabilmente una graduale moderazione nel corso del 2008. Secondo le proiezioni della Bce, il tasso d’inflazione annuo dovrebbe essere compreso tra il 2 ed il 2,2% nel 2007, per poi aumentare al 2-3% almeno nei primi mesi del 2008. Nel 2009 dovrebbe infine collocarsi all’1,2-2,4%.
Per questo motivo, la Bce“è pronta”, nel caso in cui fosse necessario, “a contrastare i rischi al rialzo per la stabilità dei prezzi, in linea con il suo mandato”: un’affermazione, quella sulla sua delega sulla politica monetaria, spesso utilizzata negli ultimi tempi come preludio di azioni impopolari e criticate anche dai governi. Il principale compito di Francoforte, anche se discutibile, è proprio il contenimento dell’inflazione. Viste le spinte inflazioniste degli ultimi mesi, il Consiglio direttivo riunitosi la settimana scorsa è andato molto vicino ad un rialzo del tasso di interesse, lasciato poi invariato, che avrebbe dato però un brutto colpo alla crescita continentale ed alle esportazioni. Non si esclude, però, che i membri della Bce possano alzare ancora i tassi di interesse sull’euro nelle prossime decisioni: è infatti più probabile che i banchieri centrali optino per un rialzo che per un taglio dei tassi.
La Banca centrale europea, infine, fa come al solito la voce grossa sui conti pubblici, una materia che però non le compete ma su cui ha particolare interesse. Secondo Francoforte, sarebbero in miglioramento le posizioni di bilancio nell’area dell’euro per l’anno in corso ma “i progressi nel risanamento strutturale dei conti pubblici compiuti dai paesi con residui squilibri di bilancio sono generalmente deludenti. La scarsa ambizione dimostrata in questo ambito ritardi inutilmente la correzione dei disavanzi residui e potrebbe riservare spiacevoli sorprese se il contesto macroeconomico divenisse meno favorevole”.
Su questo sfondo, rileva l’istituto di Francoforte, “occorre che gli Stati membri onorino l’impegno assunto con l’accordo di Berlino concluso dall’Eurogruppo nell’aprile 2007, in base al quale la maggior parte dei Paesi dell’area dell’euro raggiungerebbe gli obiettivi di medio periodo nel 2008 o 2009 e tutti dovrebbero mirare al loro conseguimento al più tardi entro il 2010”.
Malgrado questo sia uno degli argomenti sui cui la Bce calca di più, le finanze pubbliche degli Stati membri non sono di sua competenza. È infatti la Commissione europea e soprattutto l’Ecofin che devono giudicare e commentare la situazione dei bilanci nazionali in relazione al Patto di Stabilità e di Crescita voluto dagli Stati membri. La Bce ribadisce spesso che in materia monetaria non riceve ordini o consigli da nessuno: è perciò auspicabile anche il ragionamento inverso, sulle materie che non gli competono.
La Bce, però, espressione massima della potentissima lobby bancaria europea per via della sua struttura azionaria, si riserva la possibilità di agire spesso nell’interesse di questo settore economico piuttosto che di altri. La questione del debito pubblico è ovviamente molto cara alle banche, visto che sono spesso detenuti in buona parte da gruppi di istituti di credito privati. Per tale motivo, Francoforte preferisce continuare sulla strada dei rialzi dei tassi di interesse più che propendere per un taglio.
Lo spauracchio dell’inflazione sembra infatti essere un modo per stringere nella morsa dell’usurocrazia l’intero continente europeo, che deve avere per forza bisogno dell’industria del credito, apparentemente nemica della crescita economica.

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