Le aziende italiane non sono attrezzate per rispettare, entro la scadenza del 2020, i termini del Piano europeo sul clima che prevede una riduzione del 20% delle emissioni di CO2 e il raggiungimento del tetto del 20% di energia elettrica prodotta da fonti pulite e rinnovabili. Per il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, industriale siderurgica mantovana, bene quindi ha fatto il governo Berlusconi a mostrarsi scettico e considerare come irraggiungibili i traguardi indicati dal Piano. Ma Palazzo Chigi deve fare ancora di più e non limitarsi a semplici dichiarazioni di principio. L’Italia dovrebbe quindi porre il veto sul Pacchetto Clima che verrà discusso l’11 dicembre a Bruxelles, se non ci saranno variazioni rispetto ai contenuti previsti. L’opposizione al Piano Ue era stato ribadito da altri 10 Paesi membri, in particolare quelli dell’Europa orientale, Polonia in testa, che dovranno impegnarsi molto per ristrutturare ed adeguare alle nuove normative impianti industriali che risentono ancora dell’impostazione poco rivolta all’ambiente tipica delle economie socialiste. A giudizio della Marcegaglia, l’industria italiana è concorde, sulla carta, sulla necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica del 20% da qui al 2020. Ma la proposta della Commissione europea pone però dei costi insostenibili per una parte dell’industria manifatturiera italiana. Secondo uno studio commissionato da Palazzo Chigi, l’adozione del Piano comporterà per l’Italia un maggior costo di 18 miliardi di euro annui, a causa di un 40% di costi in più rispetto alla media delle industrie degli altri Paesi europei. Insomma l’industria italiana sarà fortemente penalizzata a causa della sua arretratezza. Bene fa allora il governo italiano che sta preparando una proposta alternativa per mantenere l’obiettivo sulle emissioni ma non aggiungere costi enormi per la nostra industria. In caso contrario, sarà necessario porre il veto. Il capo degli industriali è convinta che in un momento come questo non ci si può assolutamente permettere che interi comparti escano completamente dal mercato con il rischio di morire. I settori più esposti alle conseguenze economiche dell’adozione del Pacchetto clima sono il vetro, la ceramica, la carta e ovviamente la siderurgia. Tutti settori che occupano molti lavoratori ed è quindi inaccettabile in un momento come questo debbano affrontare dei maggior costi che non potrebbero essere scaricati sul prezzo finale dei propri prodotti che non sarebbero più competitivi. Anche la Confindustria tedesca è apparsa preoccupata e ha stimato che l’adozione del Piano Ue possa portare alla perdita di milioni di posti di lavoro. Il grido di dolore proveniente dall’Italia, e dalla Germania, ha fatto sentire i suoi primi effetti nell’accordo di compromesso sulla riduzione delle emissioni nel settore dell’auto, raggiunto lunedì sera tra la Commissione, Europarlamento e la presidenza francese di turno della Ue, all’insegna del principio che chi più inquina, più multe pagherà. Un accordo che avrà conseguenze in particolare per i primi cinque Paesi produttori di auto: Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna e Spagna. Per il relatore dell’Europarlamento, Guido Sacconi, le sanzioni pecuniarie da infliggere ai costruttori auto che non rispetteranno i nuovi tetti di CO2 nell’Unione europea non devono essere considerate tasse o multe, ma incentivi ad investire. Ma deve essere chiaro che la UE non vuole fare cassa sperando che i costruttori non conseguano gli obiettivi, ma invece auspica proprio il contrario. Le nuove regole sono invece “positive” perché spingeranno ad una concorrenza fra produttori che sarà sempre più concentrata sulla realizzazione di auto ecologiche. Del resto anche negli Usa ci si sta indirizzando verso auto che consumano poco e inquinano meno. |