“La stagione iniziata da pochi mesi è, a ragion veduta, una delle più vecchie che la televisione ricordi”. Così scriveva, senza mezzi termini il settimanale L’Espresso già a fine estate: vecchi conduttori, soliti autori, format che si ripetono da anni e anni come Sereno Variabile, Vita in diretta, Domenica in, Buona domenica, Forum, con buona pace dei target più giovanili, delle mission educative, delle nicchie sperimentali. Format-zombie che nascono già implosi, accartocciati su se stessi perché frutto di operazioni di rassicuramento verso i brand commerciali che ancora reggono in un mercato pubblicitario fortemente sbilanciato e vacillante; format per un pubblico anagraficamente alto, di consumatori certi, di spettatori passivi; format da binario morto di ogni spirito critico, o apertamente legati a logiche di accaparramento interno, soprattutto nell’azienda di Stato, quando vengono comprati da marchi di comunicazione internazionali o, addirittura, da agenzie di Oltreoceano, piuttosto che “cucinati” in casa con le stesse scarne coordinate di base. E che fosse una stagione legata ai catafalchi del prime-time, all’ammainabandiera della fantasia, all’Alzheimer dell’immagine, lo si è capito subito quando, alla guida dello sgangherato carrozzone di Miss Italia, sono stati messi due demiurghi del salotto-tricolore come Mike Buongiorno e Loretta Goggi, supportati dall’aeternus Pippo che ormai “scoppoleggia” ad ogni dove, dandosi le arie da Grande Risolutore di qualsiasi grana legata alla cosiddetta audience. Un vero e proprio triumvirato, una corazzata Potemkin della professionalità evergreen, i decani dello spettacolo nazionalpopolare, la televisione che profuma di carosello che scendeva in campo contro quella trash fatta di reality maleodoranti, lacrime & veleni studiati a tavolino, risse acchiappa-share. Il re del quiz e la bambina prodigio dei primi teleromanzi in bianco e nero hanno invece dato vita ad una farsa allucinante nella prima diretta, con voltafaccia, gelo, scalette saltate e mille ammiccamenti di gelosia e disprezzo malcelato nelle rimanenti serate. La dimostrazione che la televisione di oggi è una vera e propria caverna platonica fatta solo di ombre e di doppioni, e che sotto la coltre imbiancata dei miti di sempre e del savoir fare davanti alle telecamere, brulicano solo logiche impazzite, di invidie e di arrivismo, che uniscono le sgallettate a caccia di un’inquadratura e i guru vicini alla sepoltura mediatica. Ancora nella puntata di Buona domenica del 16 dicembre scorso, in un’intervista speciale di Paola Perego, Mike ha difeso la presenza educativa dei “senatori” nei riguardi delle giovani leve (figuraccia di Salsomaggiore a parte), a margine dell’ennesima tappa di presentazione ufficiale del suo libro autobiografico edito dalla Mondadori. Ovviamente tutte trasmissioni di primo livello –stessa sorte “tapina” toccata a Vespa, atteso anch’egli ad ogni nuova uscita in libreria come un’enciclica papale-; peccato che tanti altri giovani autori nemmeno si sa che esistono se non li salvano Carlo Gallucci al Tg5 o Alain Elkann a La7 in 3 rapidissimi minuti di promo… Miss Italia va rivista, ripensata, rifondata. Hanno fatto il loro tempo le novizie della bassa Padania, le Esther Williams mancate, senza piscina, le “vergini e martiri” della televisione familista che, passata la nebbia degli italici valori, del volontariato e del salutino al fidanzato, mostrano velleità ben più azzardate e senza scrupoli. Prova ne è stata la puntata delle Iene, registrata subito alla fine del concorso per ironizzare, con alcune partecipanti, sulla polemica del “lato B” che ha attirato titoli sui giornali e reazioni al calor bianco nell’edizione di quest’anno. Mentre la Rai e i vari consulenti a supporto della manifestazione avevano categoricamente rifiutato inquadrature sotto i fianchi e col costume magari incavato, davanti all’obbiettivo degli inviati in giacchetta nera e occhiali scuri si sono tutte girate e hanno alzato l’orlo della minigonna o abbassato l’elastico della tuta per far vedere le rotondità sottostanti. Con un indice di share, si intuisce, elevatissimo. E allora? Non è giunta l’ora di mettere da parte le vite dei santi, quiz arretratissimi e intervistine svenevoli e costruire il vero “reality” della vita di queste ragazze della porta accanto che, come tutte, non vedono l’ora di sfoderare gli attributi su qualche passerella contro ogni canone di bellezza assoluta e intangibile da sarcofago etrusco? Si scavi davvero nella loro anima e nel recinto dei loro orticelli: ne uscirà senz’altro uno spaccato sociologico più denso delle risatine di Frizzi o della “voglia di sillabario” di Mike, una selezione più vera, un prodotto televisivo più accattivante. Sempre meglio che sentir chiedere alla reginetta di qualche sponsor il suo segno astrologico come domanda a punti… Diciamolo francamente, senza troppi giri di parole, senza troppe torsioni intellettuali. All’uomo piace la donna provocante, sexy, intrigante, la donna che brilla d’assenza, che è dove non appare, che spalanca universi immaginari, che incanta e avviluppa, ipnotizza e sconvolge; la donna che gioca di pelle e d’artificio, che è una pergamena vivente dove materializzare i sogni, cui basta un’asimmetria, una fragranza, una filigrana di tessuto, un laccetto in evidenza, un merletto vaporoso o una linea di colore per striare il desiderio del maschio, renderlo liquido, polverizzarne ogni resistenza; la donna che in ogni parte del suo corpo, in ogni dettaglio del suo look proietta il racconto di una intera identità come uno scrigno fa col suo tesoro nascosto. Ma il fenomeno cui si assiste in televisione e soprattutto sui canali satellitari, è dilagante e di risultato opposto: basta un rapido zapping in orari nemmeno tanto proibitivi (da Ciao Darwin a Uomini e Donne, da Buona domenica alle starlettine spalmate qua e là) e si spalanca l’abisso di format, assolutamente pretestuosi e voyeuristici nei contenuti, basati solo ed esclusivamente sull’esibizione di ricami, coulotte, perizoma, scarpe-gioiello, string galeotte, tanga brasiliani, cuoricini peri-lombari, autoreggenti, “balconcini”, reti, fili, coppe, tatuaggi e sangallo in un concentrato alchemico da far strabuzzare gli occhi. Una vera e propria vetrinetta da fucilieri. Roba da porto d’armi o da ricerca araldica nei secoli più bui della storia per trovare castighi più cruenti e taglienti di questa valanga di immagini allusive o dichiaratamente provocanti. Uno su tutti il Naked Wild On del canale E! che prevede nel suo standard di puntata una raffica di immagini, da Ibiza come da Las Vegas, da Costarica come dal Cile, di tutte le “tane” notturne più trasgressive dove ci si ciba –a suo dire- “di musica trance e di malattie veneree”, e dove tutti i clienti indossano pochi centimetri di tessuto addosso in nome di una globalizzazione del sesso oltre ogni tabù. Ma il sesso rappresentato nei cieli stellati della pura iconografia è disincarnato del tutto da concetti quali intimità, sentimento e istinto. Il sesso esibito oggi è il disincanto del privilegio, è merce veloce, dolce e feroce, che segna il passo fra chi può frequentare certi ambienti e chi no, è moneta di scambio per essere messi più facilmente nella centrifuga del potere, è subcultura pura, in una società sempre più basata sul rigetto della vita e sull’estroflessione della follia, dove lo sguardo è trasparente, il contatto fittizio, la natura ridotta a forma. E dopo un carosello come Naked Wild On di piaceri e dissolutezze, di inferno della carne e apoteosi della mente, che sono solo il technicolor della libertà e della spensieratezza, arrivano su Dodicesimo Round, su RaiSat Extra, le vibranti dichiarazioni di una Maurizia Paradiso. Lei, trans dichiarata, regina delle hot line, “pusher” dei prototipi arcaici del Viagra modello Vanna Marchi, pressata dalle domande dei giornalisti sbotta: “Il sesso fa schifo, sul set di un film hard ho vomitato due volte perché sono una romantica vecchio stampo; il bacio è la vera eiaculazione mentale, il resto rischia di rovinare tutto”. Messi da parte le squallide creme da vendere e il fantoccio della disinibizione, affiora come un geyser prepotente il Biologico, con la b maiuscola. Pochi istanti di verità, isolatissimi, ma il delitto perfetto del Corpo è ancora una volta scongiurato da poche parole soffiate. Il trend televisivo e pubblicitario degli ultimi anni è il “vilipendio al vip”: personaggi famosi, meno famosi e hollywoodiani che vengono umiliati, affamati, schiavizzati, non riconosciuti, sbugiardati, sottoposti a fatiche fisiche, oggetto di contumelie, di farina sui vestiti, di autografi mancati, di porte in faccia, di off limit clamorosi, di cinici naufragi. L’Isola ha costruito il suo nefando successo proprio su questo neomedievalismo di massa: mettere alla gogna chi ha, ridurlo ai minimi termini, fargli fare una simbolica, ma ugualmente massacrante, anticamera per tornare in auge, rimettersi il belletto e fare cassa. Che è poi l’ipertrofia del nulla: eri nulla, adesso ti rotoli nel fango per poter-essere, e poi torni al nulla delle comparsate in tv, delle ospitate in discoteche, degli eventi strapaesani. Se non ci fossero di mezzo passaggi di denaro, finti talenti e gente semplice che sgrana gli occhi, sembrerebbe un sano esercizio di metafisica. Ma la versione più glamour di tutto questo pseudo-scempio mediatico della notorietà fa intravedere qualche messaggio subliminale in più. Ci sarebbe da fare una statua al visino innocente e smaliziato della ragazza che non vuole una firma da George Clooney ma solo un banalissimo caffè alla macchinetta; ai bancari tristi e solitari che attirano più vezzi e ovazioni di un trio d’assi della Nazionale di calcio o di un’Ornella Muti prigioniera dei suoi bagagli; o a tutti quelli che misteriosamente sottomettono ad una madia di tortellini o alla scala di un pollaio Gattuso o la Blasi. Il problema è che il vip sprofondato torna a galla con una potenza raddoppiata rispetto al canonico principio d’Archimede, ritorna da dio vero, ritorna santo e immune, perché la fama è come la droga: i ricchi se la possono permettere a qualsiasi taglio, a qualsiasi costo. La quotidianità non li sconfigge ma li elegge, e il mito si sa, è sempre bifronte: umano e divino. Finchè il vip ha un conto in banca odorosissimo di euro, il suo viaggio nel purgatorio della “normale” cittadinanza sarà solo breve e ludico, senza angustie e senza vergogne. La dialettica servo-padrone si completa così con la triangolazione del vip, inverosimile convitato all’epoca di Hegel. Solo al vip è concesso di essere legato al giogo e di impugnare il forcone, di essere rivoluzionario e dominatore, senza la necessità di assolvere o a un ruolo o a un altro. Lui tutto contiene. E tutto è perché tutto ha. Perché “io valgo”, dice la pubblicità. Mentre noi? Il “no Martini no party” di George Clooney viene subito lavato col sangue: basta tornare al piano di sopra dove è stato trattato da clochard della mondanità con 5 casse di bottiglie, e la totalità onnipotente è ricucita. Ma chi può permettersi un gesto così impudico a livello di portafoglio, violento e cavalleresco, sfacciato e dolcissimo? Chi possiede le smart card della Vita, lei, solo lei, la “vedette del consumo”. Nella realtà palpitante, a noi resta un lucano da 10 euro… Il sillogismo del terrore e dell’astuzia nella “presunta” politica che viviamo ogni giorno recita pressapoco così: se non ci sono fedi sincere, non ci sono più valori da difendere e bandiere da sventolare perché tutto è figlio del compromesso e delle manovre sottobanco, allora vuol dire che la politica è semplice apparizione, presenzialismo, abitudine dello spettatore a questo o a quello spacciata per potere, per azione, impegno, un’etichetta facciale, insomma, da apporre ovunque come il pierraggio clandestino mette manifesti e adesivi di questo o quel prodotto senza pagare dazio per intercettare quanti più sguardi possibile. Da cui deriva che: i 45 minuti di fila concessi a Berlusconi, in diretta televisiva, nella puntata di Controcampo su Italia1 dedicata alla vittoria del Milan al Mondiale dei club sono un atto politico. Parlare del “suo” Milan, dei “suoi” calciatori, della “sua” società, del “suo” spirito che aleggiava comunque in tribuna anche se non era presente col corpo, è un atto politico. Chiaro. Netto. Nemmeno premeditato, perché il Falso oggi non è solo una categoria estetica ma il nostro perenne ritratto di Dorian Gray. Ian Fischer, l’inviato del New York Times, ha girato in lungo e largo lo Stivale intervistando economisti, affaristi, politici, e ne ha tratto una impietosa radiografia del nostro Paese, culla di un popolo di infelici e di depressi. Ed è normale crederlo: i numeri sull’uso di Internet e sul commercio, gli stipendi, l’investimento estero, la crescita, sono fra i più bassi d’Europa; pensioni, debito pubblico, spesa pubblica, fra i più alti d’Europa. Per non parlare dell’ormai cronica sfiducia dell’uomo della strada verso le istituzioni tutte. Apriti cielo. Per i difensori del buon nome della nostra nazione, sembra che così non vada. E piovono commenti acrimoniosi e duelli linguistici petulanti. Il Tg5 di venerdì 14 dicembre fa di meglio: intervista in un minuto scarso il sociologo Francesco Alberoni. E si apre il teatrino dei pupi. Il noto docente, a dispetto di una vecchiaia generalizzata attribuitaci nel corpo e nello spirito dagli osservatori a stelle e strisce, si presenta abbacchiato e con una palpebra più addormentata del solito, e la sua opinione da luminare suona testuale così: “Hanno sempre parlato di Italia in agony, ma poi alla fine non è morto nessuno. Certo, i problemi li abbiamo: siamo un paese di immigrazione come gli Usa, abbiamo uno Stato vecchio, un Governo debole, ma sono problemi nostri che ci risolviamo noi”. Citazione riportata perfettamente. Come a dire: guardate chi vi mandiamo contro a sfatare i vostri anatemi di decadenza e isolamento, i migliori, i più acuti, i più arguti, guardate che menti abbiamo, che fertilità di giudizio, che lucidità intellettuale. Un siparietto grottesco. Che finisce con un errore altrettanto ridicolo del sottotitolo che riporta: Francesco Alberi, e non Alberoni. Più rami secchi di così… Il desolante, pervasivo successo dell’Isola dei Famosi si basa su tre logiche concatenate fra loro. La prima è quella del Sadismo Vigile: i concorrenti, più o meno noti al grande pubblico, devono essere vessati dalla mancanza di cibo e generi di prima necessità, scrutati nella loro disperata intimità, ridotti al lumicino del lusso e del benessere psicofisico, scagliati sulla graticola di un perverso rovesciamento di fronte: lo spettatore carnefice e possidente, e loro arresi e oranti. Per quelli che possono contare su un nome e una titolarità artistica maggiore ma passata nel dimenticatoio, le prove defatiganti sono il viatico orrendo che lo star system impone loro per rifarsi un passaporto per il palcoscenico, e già strada facendo, sgocciolando lacrime di ambizione. Lo star system visto come un grande Moloch mangia-aspiranti che ha bisogno di un tributo di sangue per veder affermare qualcuno, perché mai come oggi l’arte è solo menzogna e crudeltà. La seconda è quella del Falso Simbolo. Ovvero, al di là del bello, del disdicevole, del ripugnante, del suicida, i gareggianti sembra ingaggino una lotta con se stessi e l’habitat ostile in nome della vita e contro la morte. Toccando esperienze limite da spettro dell’abisso: la fame, la nostalgia straziante dei parenti, l’abbandono in un luogo sperduto, la natura senza morale, le selezioni del gruppo, la forza fisica che si impone come legge. Scenario di cartapesta, of course, visto che il loro sguardo non ha mai il sapore di un baratro d’angoscia perché a due metri ci sono cameramen, attrezzisti, autori, tecnici di produzione. Terza logica, quella della Chiacchiera, costruita in studio dai soliti prezzolatissimi opinionisti del nulla che tessono tele pesantissime su fragili appeal, racconti inesistenti che sanno solo di copione e di delirio, di gonfio significante che quando si distacca completamente dalla realtà diventa cifra poetica o smorfia da mentecatti. Come in questo caso. Giletti in una puntata di quest’anno, ha addirittura parlato di “lotta proletaria” dei non famosi contro i famosi, visto l’accesso al gioco di persone da condominio piuttosto che da riflettori. Dimenticando Guy Debord quando dice nella Società dello Spettacolo che “è l’unità della miseria che si nasconde dietro le opposizioni spettacolari”. E stavolta per miseria si intende quella vera. C’erano davvero tutti i più retrivi protagonisti della cronaca e della politica italiota nel primo quarto d’ora di recital satirico di Benigni che apriva le porte alle letture dantesche. L’ennesima dimostrazione di come siano i comici, oggi, i veri interpreti del reale, i veri timer della rassegnazione e del malcontento, gli eroi beffardi che ci aiutano non a capire, ma almeno a vedere. C’erano tutti nella sua maschera goffa e demoniaca, sorridente e divoratrice, deturpati nella loro mesta insignificanza, e nel loro, purtroppo, devastante potenziale “poliziesco” sulle masse: il family day, Corona e i suoi capelli impomatati, la cocaina che scorre a fiumi e “nel” fiume a Firenze attraverso gli scarichi fognari, Sircana e i trans, Pecoraro Scanio, Mastella che si dimette per un giorno, Bush, la violenza sulle donne, Berlusconi, Buttiglione, Scandalopoli e la caccia al misterioso vip che fa orge su uno yacht. Tutti. Un treno di fatti che nel sorriso sghembo ritrovano un ordito, una furiosa ricomposizione che le languide e squallide versioni telegiornalistiche ci consegnano giornalmente come frammenti di una coscienza perennemente divisa e irriconciliabile. Una coscienza che non vede speranze e futuro perché la ragnatela degli avvenimenti è sempre lacerata. Potenza del riso, dell’ironia e dell’esprit de traverse che ridanno unità a ciò che conviene offrire a pezzi. Stesso risultato semantico ed emotivo per Striscia la notizia che, fra novembre e dicembre, ha festeggiato i suoi primi vent’anni con un evento straordinario alla Triennale di Milano, confermandosi il “vero” tiggì di prima serata dove la vita nella sua molteplicità, i diritti, i bisogni, i drammi e le vicissitudini dell’uomo della strada non vengono dimenticati, e la “verità” del sangue e dell’infelicità meritano finalmente titoli di apertura, e non “brevi” d’appoggio ai lustrini e allo stupidario della moda e del gossip, o alla greve disinvoltura della politica ufficiale. Merito di un giusto dosaggio di ammiccamenti e serietà che rendono Greggio e Iachetti maestri di comunicazione, con vera pelle da ribelli. Mentre è un peccato assistere ad una vera e propria transumanza intellettuale di Benigni che, dal realismo furibondo del suo sarcasmo, trascolora in pie invocazioni all’Amore Sacro, in ossequi, un po’ invasati, alla Scrittura Dantesca, alla Celestialità di Maria, all’Eterno Sentire nei versi del divin poeta. Concetti obiettivamente un po’ troppo alati e misticheggianti che meriterebbero una più lucida analisi storiografica o qualche inquietudine filosofica ulteriore, piuttosto che questa agitata richiesta di Sacro in un’epoca che pur tuttavia saluta, con fermezza di intenti e senza voluttà catastrofiste, la fine di ogni Razionalità e Disegno Universale. Quando il Simulacro rattrappisce, l’Ologramma perde la sua fosforescenza, lo Schermo ritrova fluidità e ondeggiamenti, si spalanca la grande fossa della vita, delle sue complessità, dei suoi foschi bassifondi. C’è la morte. E bisogna accorgersene anche in televisione. Bella la puntata di Anno Zero di Santoro a immediato ridosso della strage degli operai nell’acciaieria di Torino. Molto più bella, incisiva, tagliente, urticante del Matrix di Mentana condotto pochi giorni prima e schiacciato troppo su un’intervista in primo piano all’amico sopravvissuto e a una vedova che oltre poche biascicate frasi di incredulità e di lutto, legittimamente, non è andata. Con Santoro la porcilaia del capitalismo internazionale, il lezzo di danaro sporco di sangue e blindato in fretta e furia, il salasso dell’Essere in nome dell’Oro, gli assetti economico-politici da industria ottocentesca del vapore sono stati quanto meno smontati, scorticati, passati a fil di spada della dialettica spontanea, eppur fulgida, dei tanti calabresi, napoletani, siciliani intervistati come protagonisti e vittime di questo Idra metallico che ha ingoiato quattro loro colleghi. Storie di famiglie pencolanti, di figli abbracciati poco e male per raccattare qualche straordinario in più, di vermi in doppiopetto e angeli con la tuta e l’olio nero in bocca che si dannano l’anima e la dignità per garantirsi l’essenziale. Col tremore della disoccupazione incombente, il malsano che li penetra, i sentimenti in perenne compressione. Bella davvero nel dare parola, “verbo” alla disgrazia della povertà imposta come destino e non come bagno di umiltà. Un sassolino nello stagno putrescente della televisione che ha deciso di voltare le spalle da sempre all’affanno di chi non respira più la vita.
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