Alitalia Un tempo, gli anni sessanta, la nostra compagnia di bandiera era conosciuta in tutto il mondo per la sua politica aggressiva e al tempo stesso per la sua efficienza e redditività. Portava in giro per il mondo l’immagine di un Paese in crescita che si era risollevato dalle distruzioni della seconda guerra mondiale. Oggi l’Alitalia sta pagando gli errori gestionali e clientelari di un lontano passato e gli effetti di una politica aziendale schizofrenica divisa tra l’ipotesi, sponsorizzata dalla Lega, di accentrarsi sullo scalo di Malpensa, pensato soprattutto per la clientela d’affari diretta in Europa o negli Stati Uniti e l’altra che puntava a fare di Fiumicino il centro del traffico aereo del nostro Paese con una prevalente impostazione turistica. Con la direzione operativa a Roma, si è venuto così a creare un meccanismo infernale per il quale i piloti di un volo mettiamo tra Malpensa e New York devono raggiungere Milano da Roma il giorno prima. Questo ha contribuito a provocare una moltiplicazione dei costi che ha finito per affossare i conti della società. Ora l’alternativa è tra Air France che almeno è una compagnia aerea e la cordata di AirOne alleata di quattro banche, una sola italiana, che in caso di vittoria saranno le vere padrone della situazione e che in ogni momento potranno dare vita ad uno spezzatino di quello che resta della nostra ex compagnia di bandiera, dividendola tra i suoi molti concorrenti.
Banche La finanziarizzazione dell’economia si è fatta sentire i suoi effetti anche in Italia. Dopo la privatizzazione imposta dall’Unione Europea e resa possibile dall’assenza della politica, le banche ex pubbliche hanno dato vita ad una frenetica attività di alleanze, fusioni e scorpori che hanno visto l’irrompere sulla scena di banche estere, olandesi, francesi e spagnole. Dopo quella tra Intesa e San Paolo, l’ultima fusione è stata quella tra Unicredit e Capitalia che ha dato vita al secondo gruppo europeo del settore. Come succedeva prima della legge bancaria del 1934, le banche sono tornate ad essere padrone delle imprese, sia come creditrici che come azioniste. E’ il modello “tedesco” che si fa strada che testimonia però di una debolezza del nostro apparato economico. Ed è una realtà che testimonia anche del vassallaggio della politica alle banche che ormai ne dettano i contenuti e i tempi.
City Londra ha allungato le sue mani sulla Borsa Italiana. Le due società di gestione si sono così fuse. Una soluzione presentata come necessaria per competere in un mercato sempre più globalizzato ma che non può non nascondere il fatto che si tratta di una incorporazione e di una colonizzazione. Troppo evidenti sono le differenze tra le quantità di azioni e di titoli trattati alla City rispetto a quelle trattate a Piazza Affari. E’ in fondo l’approdo inevitabile della Crociera del Britannia del 2 giugno 1992 quando gli gnomi della City, mentre Mani Pulite stava iniziando l’eliminazione dei politici della Prima Repubblica, dettarono agli dirigenti delle Partecipazioni Statali, i cosiddetti “boiardi di Stato”, le linee guida delle privatizzazioni. Quelle che i politici della Seconda Repubblica si affrettarono a realizzare. Oggi, tanto per fare un esempio, il 40% delle azioni dell’Eni, che per tanti anni è stato una sorta di secondo Ministero degli Esteri, appartiene a fondi di investimento anglo-americani che non si preoccupano dello sviluppo della società sul lungo termine ma solo degli utili che possono generarsi nell’immediato.
Draghi Dalla direzione generale del Tesoro all’avvio del processo delle privatizzazioni delle aziende pubbliche passando per la crociera sul Britannia. Per approdare infine alla Banca d’Italia passando per la Goldman Sachs. Una carriera tutta all’insegna del Mercato e dell’apertura dei mercati. Nel 1998 ha dato il suo nome al testo unico sulla finanza, la cosiddetta Legge Draghi, che ha introdotto la norme per regolare l’Opa (Offerta Pubblica di Acquisto) e la scalata delle società quotate in Borsa. E’ appena il caso di ricordare che l’esordio dell’applicazione della legge in questione fu a dir poco catastrofica. Fu infatti Telecom Italia la prima società ad essere oggetto dell’Opa da parte dell’Olivetti. Un’Opa basata sui debiti e che affossò ogni possibilità di sviluppo della società. Come a dire che il buongiorno si vede dal mattino…Di Lui qualcuno ha parlato anche come il possibile presidente del Consiglio in un governo tecnico in grado di fare quelle riforme, basate sulle “lacrime e sangue” di churchilliana memoria che secondo certa pubblicistica rivenduta dai giornali poteri forti sarebbero le uniche in grado di risollevare il nostro Paese. Ovviamente riforme tese a smantellare quel poco che resta dello Stato sociale.
Euro L’introduzione della moneta unica nel 2002 ha messo in ginocchio le famiglie italiane, i cui risparmi si sono presto ridotte al lumicino per il raddoppio in termini reali dei prezzi. Un fenomeno che ovviamente non ha riguardato solamente l’Italia ma tutti i Paesi che hanno adottato l’euro. La conseguenza di tutto questo è stato l’impoverimento di una grande massa di cittadini e nello specifico l’avvio del processo di proletarizzazione del ceto medio e al tempo stesso il trasferimento di ricchezza verso lo Stato e le istituzioni finanziarie. Un fenomeno che al di là della tragedia che implica, ha anche delle conseguenze sul piano stesso della crescita economica perché era generalmente il ceto medio che consumava di più e al tempo stesso era in grado di risparmiare. Ma se i consumi crollano e diminuiscono i soldi necessari ad investire, è tutto il meccanismo che finisce per bloccarsi. Un cane che si morde la coda.
Fiat La società del Lingotto ha ripreso quota in Italia e in Europa proponendo finalmente modelli di auto che hanno raccolto il gradimento dei clienti. L’aumento delle vendite e delle quote di mercato hanno fatto lievitare i ricavi e gli utili facendo intravedere ai risparmiatori la distribuzione di un sostanzioso dividendo. I meriti dell’amministratore delegato Sergio Marchionne e dei suoi collaboratori sono indubitabili ma colui che, grazie ad un’accurata campagna di stampa, ha ottenuto i favori dell’opinione pubblica è stato Luca Di Montezemolo, presidente ma soprattutto, grazie anche alle vittorie della Ferrari, uomo immagine e addetto alla relazioni istituzionali e internazionali. Quello che insomma faceva l’Avvocato, calcando il palcoscenico mentre Vittorio Valletta prima e Cesare Romiti poi stavano silenziosamente in ufficio a mandare avanti la baracca. I tempi e i personaggi sono cambiati ma i meccanismi sono rimasti gli stessi.
Globalizzazione Il sogno del Capitalismo che si avvera. La realizzazione di un grande mercato globale unico nel quale le merci e i capitali si muovono indisturbati andando a cercare l’investimento ritenuto più conveniente. Un mondo senza confini e senza barriere doganali nel quale le differenze culturali e politiche dei singoli popoli sono considerate sovrastrutture da rimuovere con la convinzione o con la forza. Un approdo in salsa marxiana, pensato però nei Paesi anglosassoni, che non dispiace alle varie scuole no global che, pur respingendone gli eccessi, sono però affascinati dalla realtà che si sta delineando. Una realtà nella quale la dimensione comunitaria è destinata ad essere spazzata via e sostituita da una moltitudine di individui abbandonati a se stessi e portati ad assumere un ruolo o un’importanza solo come produttori o consumatori. Una realtà ancora che prefigura l’avvento di strutture sopranazionali che si arrogheranno il diritto di imporre a tutti i popoli e tutti gli individui le regole da seguire e i modelli politici ed economici ai quali attenersi. Una sorta di Governo mondiale occulto che rischia però di essere travolto dal meccanismo che esso stesso ha innescato perché il trasferimento di enormi ricchezze nelle mani di pochi e l’impoverimento crescente di tutti gli altri, non potrà non provocare la rivolta di coloro che sono stati ridotti alla disperazione. Con un ritardo di 150 anni è in fondo quello che aveva previsto Karl Marx.
Immobili Di soldi in giro se ne vedono pochi sia perché gli stipendi non bastano per arrivare alla fine del mese. Sia perché gli italiani, non fidandosi delle sirene che consigliano di investire in titoli di dubbio futuro, preferiscono destinare i propri risparmi all’acquisto di appartamenti per sé e i propri figli. Il mattone resta così l’investimento preferito non fosse altro perché si tratta di un bene vero e palpabile e non aleatorio come possono essere le azioni e le obbligazioni. E a frenare questa tendenza non serve né la rivalutazione degli estimi catastali né le varie Ici né l’annunciata tassa del 20% sugli affitti. E’ l’economia reale che cerca di resistere su una linea del Piave considerata, nonostante tutto, l’unica possibilità di garantirsi un futuro appena accettabile e difendersi dalla voracità del Fisco e dal deprezzamento della moneta.
Liberalizzare Parola magica di grande successo resa di attualità dai disegni di legge del ministro dello Sviluppo economico, il diessino Pier Luigi Bersani, che ne ha fatto la ragione della propria battaglia politica per rendere l’Italia “un Paese più moderno e più aperto all’Europa e al mondo”. Gas, benzina, farmacisti, taxi e altro ancora. Più offerta e più operatori, nell’ottica del governo, dovrebbero comportare più possibilità di scelta e prezzi necessariamente più bassi. Questo perché la liberalizzazione andrebbe a colpire le rendite di posizione esistenti in quel settore specifico. Non sempre questo è vero perché in un mercato abbandonato a se stesso finiscono per vincere i più forti. Esemplare in tal senso è quanto si vorrebbe realizzare nel settore dei distributori di benzina dei quali e l’ultimo disegno di legge Bersani vorrebbe permettere la nascita anche nelle aree dei supermercati. Un altro regalo, dopo quello delle medicine (vedi sotto) alla grande distribuzione organizzata che potrà buttare fuori mercato i piccoli distributori di benzina, che operano in regime di franchising, grazie ad una politica di prezzi più bassi, resa possibile in quanto compensata dalla vendita di altri prodotti.
Medicine La prima liberalizzazione voluta da Bersani, ha introdotto la possibilità di vendere i farmaci da banco, quelli per la cura fai da te e che non necessitano di ricetta medica all’interno dei supermercati e delle parafarmacie. La novità è stata subito recepita tra i primi dai supermercati delle Coop, la Lega delle Cooperative, legate da sempre al Pci-Pds-Ds ora PD. Il malato è stato così trasformato in consumatore al quale offrire a prezzo scontato due confezioni di Aspirina invece di quella sola che gli è necessaria. Tanto poi saranno le confezioni di pasta o di caffè a compensare il supermercato dei soldi persi. Una soluzione pensata da Bersani in nome del Mercato e per abbassare i prezzi. Ora lo stesso traguardo si prevede per i farmaci di fascia C, vendibili solo con ricetta medica e a totale carico del paziente o cliente che dir si voglia, la cui vendita il nuovo disegno di legge Bersani vorrebbe diffondere al di fuori delle farmacie regolari. Con il rischio che, in una situazione non più controllabile, i farmacisti abilitati ma dipendenti dei supermercati, siano spinti a far comprare più confezioni di medicinali ai clienti. E il cui abuso potrebbe avere conseguenze letali. Nazionalizzazione Una parola passata molto di moda e alla quale i tifosi del Libero Mercato guardano con un sentimento misto di fastidio e di orrore. La mano pubblica, secondo costoro, non dovrebbe farsi minimamente agire e limitarsi solamente a sicurezza, difesa, sanità e giustizia. Ed è paradossale prendere atto che in alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, la patria del liberismo puro e duro, i primi tre settori vantano un altissimo livello di presenza privata. Basta pensare agli eserciti di mercenari operanti all’estero che supportano le truppe regolari. Ma la nazionalizzazione, intesa come proprietà dello Stato in un settore economico considerato strategico, diventa una necessità oggi che l’economia globale fatta di flussi finanziari incontrollati ed incontrollabili e regolata da organismi sovranazionali, non tiene in alcun conto dell’esistenza delle frontiere e si sostituisce ai poteri dei governi. Di conseguenza, settori come l’energia e le telecomunicazioni non possono non essere riportati sotto il controllo proprietario e gestionale di un soggetto pubblico che faccia gli interessi del Paese, per impedire che, senza accorgersene, ci si trovi improvvisamente spogliati della propria sovranità nazionale.
Operai Una categoria che fino a venti anni fa rappresentava la spina dorsale del mondo del lavoro. “Una forza operaia immensa” titolava in prima pagina l’Unità dell’epoca berlingueriana per illustrare la grande manifestazione di protesta dei metalmeccanici a Roma. Poi il giornale fondato da Antonio Gramsci è mutato, il progresso tecnologico ha trasformato molti operai in tecnici addetti a manovrare macchine che fanno il lavoro in vece loro ed anche la catena di montaggio ha subito un profondo mutamento. E la “classe operaia” si è trovata divisa in due tronconi. Ma non si è cancellata, nel segmento più basso, la durezza di un lavoro che, in settori come le acciaierie e l’edilizia, ha registrato nell’ultimo mese un terrificante bilancio di morti e di feriti per l’assoluta mancanza di una qualsivoglia misura di sicurezza da parte dei datori di lavoro. Oggi lo stipendio netto di un metalmeccanico che sta 7-8 ore alla catena di montaggio o di un operaio edile in cantiere è di 1.100-1.200 euro, una vera miseria che non ripaga degli sforzi fatti ed impedisce di condurre una vita appena decente, specie se si ha una famiglia a carico.
Petrolio L’oro nero, nelle sue diverse qualità commerciali, aveva quasi raggiunto a fine novembre la soglia di 100 dollari il barile, l’unità di misura pari a circa 159 litri. Un rialzo spinta dalla forte domanda proveniente dalle economie a più rapida crescita come quelle cinese e indiana. Ma anche dalla speculazione che opera sui contratti di vendita a tempo, i futures, anche quando non dispone dei soldi per comprare le quantità di greggio che viene trattata. Sul petrolio, oggi come ieri, continuano a giocarsi gli equilibri del mondo. Si assiste così alla tendenza dei Paesi produttori di riappropriarsi del controllo delle proprie riserve energetiche e di gestirle direttamente. Casi esemplari in tale ottica sono il Venezuela e la Russia con Chavez e Putin ben decisi a garantire l’indipendenza energetica del proprio Paese e a scegliersi gli alleati a loro più confacenti. Come l’Iran.
Qualità L’Italia ha sempre basato il successo delle proprie merci all’estero sulla loro qualità. Il made in Italy si è fatto strada grazie alla bellezza e allo stile dei propri prodotti, dalle Ferrari nel settore delle auto di lusso fino agli abiti firmati dai grandi stilisti. Per non parlare poi dei prodotti alimentari, la cui grande varietà di offerta e qualità ne fanno un unico al mondo. E’ un luogo comune osservare che anche la bellezza dei beni artistici italiani contribuisce ad aguzzare l’ingegno e la creatività degli italiani. Gli economisti e gli esperti ci spiegano ogni giorno che l’Italia uscirà vincente dalle sfide della globalizzazione se continuerà ad insistere su questa sua peculiarità unica. Non è infatti possibile resistere alla concorrenza di Paesi come Cina e India nel settore del tessile di media qualità. Ma come spesso succede anche la qualità italiana viene copiata o meglio taroccata. Così tra abiti con la griffe contraffatta e con i vari Parmesan, venduti in ogni dove, anche il made in Italy subisce i colpi della globalizzazione ed è obbligato a rincorrere un futuro sempre più oscuro.
Ristrutturazione Parola magica che accompagna sempre e comunque la vita di un’azienda passata sotto il controllo di un nuovo padrone. In genere si accompagna con la parola “razionalizzazione”. Entrambe significano una cosa sola: licenziamenti. Parola che non si po’ più pronunciare e che in nome del politicamente corretto, che ha assunto la funzione della vasellina, è stato sostituito da termini più presentabili come “esubero” o “prepensionamento”. E se va bene “riallocazione” che vuol dire che il licenziato potrà trovare un altro lavoretto part time e pagato male per un tempo minimale. La Borsa ama molto le ristrutturazioni tanto che i titoli delle società interessate vengono sempre premiate da un rialzo delle quotazioni. Meno dipendenti, maggiori profitti. E’ il Mercato ragazzi… Stato sociale Con l’irrompere del Libero Mercato, la nascita dell’Unione europea, l’abbattimento delle frontiere, si è diffusa la convinzione che lo Stato debba limitare il più possibile il proprio campo di intervento. Non solo eliminando la presenza pubblica in quei settori imprenditoriali come l’energia che contribuiscono a garantire l’indipendenza nazionale ma anche in quelle minime forme di previdenza e assistenza per tutelare chi non lavora più e chi vive in uno stato di indigenza. In nome dei risparmi e dei tagli di spesa che ci impone la nostra partecipazione al sistema dell’Euro, si è finito così per colpire le pensioni già massicciamente penalizzate dal passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo realizzato sotto l’attenta regia del governo guidato da Lamberto Dini. La manovra successiva è stata quella di cercare di obbligare i lavoratori di far finire le proprie liquidazioni nell’Inps e nei fondi di previdenza alternativi. Preoccupante è pure che un settore come la sanità pubblica, i cui servizi dovrebbero essere offerti gratuitamente a tutti, in particolare i più deboli, per la sua inefficienza e le sue vergognose lungaggini, obblighi buona parte dei cittadini, almeno quelli che possono permetterselo, di rivolgersi a medici e strutture private.
Telecom L’ex monopolista della telefonia ha concluso la sua travagliata storia finendo sotto il controllo della società Telco nella quale il principale azionista è la spagnola Telefonica. La telefonia italiana che vantava fino al 1999 ben tre società con un capitale di controllo italiano è adesso totalmente in mano straniera. Nel 1999 la Olivetti di Colaninno lanciò un’Opa su Telecom incentrata su un mega indebitamento. Per realizzarla e vincerla dovette però vendere Infostrada (telefonia fissa) e Omnitel (telefonini) ai tedeschi di Mannesmann che poi successivamente la rivendettero agli inglesi di Vodafone. Colaninno impossibilitato a gestire Telecom la rivendette nel 2001 a Tronchetti Provera (Pirelli) e a Benetton, i quali per gli stessi motivi la hanno rivenduta a Telco, in cui oltre a Telefonica ci sono San Paolo-Intesa, gli stessi Benetton, Mediobanca e Assicurazioni Generali. La Wind, già di proprietà dell’Enel è adesso di proprietà di una società egiziana. L’ultima arrivata, la 3, nei video-telefonini, è controllata dai cinesi. Ricordato tutto questo, ci si deve porre una domanda. Ma è possibile che non ci sia alcuna società italiana in grado di gestire un settore che è strategico per il nostro Paese e la sua sicurezza? E ancora. Perché nessun governo ha impedito questa colonizzazione che altrove in Europa non sarebbe mai passata, visto che si tratta di attività che hanno a che fare con la sicurezza nazionale e svolte peraltro in regime di concessione pubblica? Uranio L’incidente di Chernobyl in Ucraina nel 1986 provocò l’anno seguente in Italia, a seguito di un referendum, la chiusura delle centrali nucleari di Caorso, Trino Vercellese, Borgo Sabotino e Garigliano e la trasformazione dell’Enea in una struttura destinata per lo più allo studio delle energie verdi e alternative. Il risultato è stata la pressoché fine della ricerca nucleare in Italia, tanto più grave in un momento in cui, per le ricorrenti crisi energetiche, le altre Nazioni investono nel nucleare di terza generazione e nella ricerca per la realizzazione del vecchio sogno dei reattori a fusione che assicureranno un’energia pulita e praticamente inesauribile. C’è poi l’aspetto paradossale che importiamo elettricità prodotta da centrali nucleari tedesche e francesi e che società italiane come l’Enel investono tecnologia e soldi nella realizzazione di centrali nucleari in Francia e nell’Europa dell’est.
Veltroni Il neo segretario del neo Partito Democratico ha impostato la sua politica sul principio rappresentato dalla parola “anche”. Il partito degli operai ma anche il partito degli editori-costruttori-finanzieri come l’amico Caltagirone, quello dei ricchi ma anche dei poveri… e si potrebbe continuare all’infinito. Un fritto misto facilmente digeribile dagli elettori cucinato da un politico aspirante Premier che non vuole scontentare nessuno. L’uomo giusto al posto giusto per guidare, nel dopo Prodi, un governo che non dovrà toccare gli interessi delle lobbies economiche al potere, semmai rafforzarle, ma dovrà semplicemente limitarsi a gestire l’esistente, come succede in America, con la possibilità di realizzare, quando è il caso, quei festival del cinema che sembrano essere la sua principale ragione di vita.
Zar Vladimir Putin, presidente russo e futuro primo ministro, dopo la sciagurata epoca di Boris Eltsin che aveva svenduto le ricchezze e le aziende pubbliche agli oligarchi, in buona parte prestanome delle compagnie petrolifere anglo-americane, ha impostato il nuovo corso della Russia nella riconquista di un ruolo di primo piano nel mondo. Da qui il ritorno ad una politica di riarmo e modernizzazione militare. Da qui l’eliminazione di oligarchi come Berezovsky e Khodorkovsky e la confisca delle loro aziende. Da qui il ritorno del settore energetico sotto il diretto controllo dello Stato. Per questo Putin è visto con sospetto e con astio negli Stati Uniti e tra i fautori europei del Libero Mercato che sognano il vassallaggio di Mosca a Washington. Un sentimento di ostilità che accomuna Putin a Chavez ma che basta da solo per renderci graditi entrambi.
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