Può continuare ad esistere un governo senza una maggioranza che lo sostiene? Ieri mattina, nel corso della discussione sugli emendamenti della Finanziaria a Palazzo Madama, l’Unione è andata sotto per ben quattro volte (sulla soppressione della società Stretto di Messina Spa, su quella della Scuola superiore della Pubblica amministrazione, sui dirigenti del ministero della Giustizia e sulla tv). Di questi quattro rovesci almeno due possono essere attributi direttamente al governo: su Giustizia e tv, visto che su quegli emendamenti era stato espresso parere favorevole dall'esecutivo. Sugli altri due emendamenti bocciati dall’Aula, e presentati in Commissione Bilancio, invece l’esecutivo non si era impegnato. Che la maggioranza fosse messa male al Senato è cosa nota da sempre, il margine strettissimo ha messo continuamente a rischio le decisioni del governo e solo il salvagente rappresentato dal voto anomalo dei senatori a vita ha spesso salvato Prodi dall’affondamento. Nelle bocciature di ieri c’è però qualcosa di nuovo e diverso rispetto agli scivoloni del passato. Finora la maggioranza era caduta per l’assenza, non sempre giustificata, di qualche suo rappresentante (o di qualche senatore a vita) oppure per l’atteggiamento di qualche senatore dell’ultra sinistra che non ce la feceva proprio a votare contro le sue idee (e contro il mandato ricevuto dagli elettori). Nessuno di costoro aveva però mai messo in dubbio la sua appartenneza a questa maggioranza. Furono, insomma, incidenti di percorso, certamente gravi, sicuramente sintomo di cattiva salute politca, ma ancora “incidenti”. Ieri non è stato così. In qualche caso interi gruppi parlamentari hanno votato contro la coalizione della quale fanno parte, in altri qualcuno ha votato in un modo e qualcun altro in quello opposto, in altri casi ancora si sono verificate astensioni che non possono considerarsi scelte personali. In pratica tutta l’area centrista della maggioranza, quella che non ha aderito al Pd, sembra in subbuglio e non si possono escludere sviluppi clamorosi a breve. Qualcuno potrebbe lasciare il gruppo nel quale è stato eletto per rimanere nel centrosinsitra (sembra questo il caso di Franca Rame, ormai separata in casa nell’Italia dei valori), qualcun altro potrebbe invece cambiare casacca per approdare laddove sembra esserci più spazio di manovra (ed in questo senso la campagna acquisti di Dini sembra molto vivace). In questo caos, però, il governo ha deciso di non porre la fiducia. Una prova di forza? Assolutamente no, piuttosto un sintomo evidente di debolezza. Prodi sa che nemmeno la fiducia, in passato usata generosamente, ora gli garantisce la maggioranza e, qualora posta, una bocciatura significherebbe automaticamente la fine del suo governo. Meglio quindi affidarsi ai marosi dell’Aula e che sia quel che sia. Se Berlusconi vuole veramente far cadere ilo governo si deve muovere ora, altrimenti diventa evidente la volontà del cavaliere di continuare in questa strategia di logoramento. Forse la migliore per garantire una facile vittora in seguito. In ogni caso il governo Prodi ha vita breve, un panettone e nulla più.
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