Oltre un miliardo di persone soffrono nel mondo la fame. In alcune regioni del pianeta, dove il clima è particolarmente sfavorevole, è fatale che la natura sia avara nel fornire i suoi frutti, ma se guardiamo la mappa della fame scopriamo che soffrono popoli che vivono in aree colme di risorse ed allora non è colpa di una natura maligna, quanto piuttosto di un sistema economico mondiale fondato sulla predazione. Si è svolta ieri a Roma una conferenza mondiale della Fao, l’organo dell’Onu per l’alimentazione, durante la quale sono state spese molte parole, ma nessuno ha toccato il vero problema e tutto si è concluso con l’approvazione, all’unanimità, di una generica risoluzione che invita i Paesi “ricchi” ad incrementare le loro donazioni. Solamente Ratzinger, nel suo discorso, ha sfiorato la questione, per esempio quando ha deprecato la pratica della distruzione di derrate alimentari al solo scopo di sostenerne il prezzo sul mercato. In alcune aree del pianeta la siccità, prima causa di una crisi agricola, è stata indotta dalla deviazione di corsi d’acqua; in altre vaste zone agricole sono lasciate incolte perché impraticabili in quanto teatro di guerre; l’uso indiscriminato di colture ogm e di pesticidi ha di fatto estinto molte qualità vegetali proprie di specifiche aree; solamente l’alimentazione di animali da macello per i Paesi ricchi, specialmente bovini, consuma foraggio ed impegna campi che sarebbero in grado di nutrire gran parte degli attuali affamati. Non servono quindi generici aiuti umanitari, serve un deciso cambiamento di rotta, ma questo comporterebbe sostanziali variazioni nello stile di vita nel mondo “occidentale” (le virgolette sono obbligatorie perché ormai questo coinvolge anche regioni molto diverse, come il Giappone, la Cina e la stessa India che è contemporaneamente area depressa e nazione economicamente emergente). Fintanto che il regime mondialista imporrà il modello consumistico sarà fatale che i più forti prederanno le risorse dei più deboli, che la delocalizzazione delle produzioni generi povertà e che essa nella sua estrema declinazione diventi indigenza, fame, morte. Si può morire di fame anche in Italia, certamente negli Usa, dove a fianco di una relativa agiatezza sorgono le baraccopoli degli invisibili, che non sono più sempre e soltanto abitate da immigrati, ma anche da italiani ridotti alla disperazione. E certo si può soffrire la fame anche molto più vicino a noi, per esempio in casa di pensionati che cercano di vivere la loro povertà con dignità e che magari salutiamo ogni giorno incontrandoli lungo le scale, ma che la sera possono mettere in tavola solo un pezzo di pane e un po’ di latte. La fame non è fatta soltanto da bambini negri dai volti scarni, quella ne è l’immagine più evidente, ma la fame è un nemico più subdolo che tutti gli Stati dovrebbero combattere distribuendo più equamente le loro risorse, invece si limitano tutti ad un po’ di pelosa carità, quanto basta per mettere in pace la coscienza dei borghesi. |