Nel 1999, appurato che non si sarebbe andati a vivere sulla Luna, come una volta si pensava, le gente discuteva se il secondo millennio sarebbe finito al 31 dicembre di quell’anno o dell’anno successivo. Nel frattempo i destini del mondo erano in mano alle due superpotenze, più specificamente in mano ai rispettivi capi, i presidenti, quelli che detengono la valigetta con i pulsanti che azionano gli ordigni nucleari, Bill Clinton e Boris Eltsin. Il primo aveva appena subito un imbarazzante processo trasmesso in diretta televisiva, con l’imputazione di fellatio. Il secondo, bevitore d’eccezione, una volta l’anno veniva dato per essere in punto di morte fino a quando ricompariva in pubblico, rosso in faccia come se fosse appena uscito dall’osteria. In questo contesto, più preoccupati del millenium bug, che dello stato mentale e morale dei propri governanti, gli uomini del pianeta terra vedevano iniziare con indifferenza una nuova guerra mondiale, dopo le prove generali nella prima guerra del Golfo, che vedeva contrapposti i buoni (Stati Uniti, alleati e sudditi) ai cattivi (stati canaglia nei quali non si applicano i diritti umani e la democrazia). Il primo atto della nuova guerra, tutt’ora in corso, fu l’attacco ad uno stato indipendente e sovrano, la Jugoslavia, federazione di due diverse repubbliche, la Serbia ed il Montenegro. Le ragioni economiche dell’aggressione venivano mascherate con la questione del Kosovo, provincia serba in cui erano in corso episodi di guerra civile a bassa intensità di morti, perfettamente risolvibili. Si inventava invece che i serbi vessavano e massacravano gli albanesi presenti nella regione, salvo poi, anni dopo, trovare solo ossa serbe nelle fosse comuni. Ma questa storia i lettori di Rinascita la conoscono bene. Gli Stati Uniti intervengono militarmente contro la Serbia, prima bombardando gli obbiettivi militari e le infrastrutture (strade, acquedotti, ponti), e poi direttamente le città (tanto per capirci, le case con la gente dentro). Se la Serbia non si fosse arresa era pronto un piano di invasione via terra. L’Italia metteva le proprie basi militari a disposizione dei bombardieri americani, e, in caso di invasione da terra, avrebbe inviato 30.000 uomini. Quell’Italia era governata da un partito il cui segretario nazionale si chiamava Walter Veltroni, da pochi giorni eletto segretario del costituendo Partito Democratico. Quegli Stati Uniti, invece, erano governati dal Partito Democratico originale, a cui Veltroni si ispirava fin dai tempi del PCI. Presidente, come detto era Bill Clinton, che oggi si sta preparando a rientrare alla casa bianca, questa volta come principe consorte, mentre vice-presidente era Al Gore. Quest’ultimo, poco dopo, veniva sconfitto alle presidenziali dall’attuale presidente George W. Bush, e da allora iniziava a fare opere di bene in giro per il mondo, facendo ripetuti appelli per la salvezza del pianeta. Le nuove attività benefiche di Al Gore, tra cui una mostruosa iniziativa musicale benefica che raccoglie ogni anno strapagate, capricciose ed iperconsumiste pop star, gli hanno fruttato in questi giorni niente meno che il premio Nobel per la pace. Il linguaggio ipocrita e politicamente corretto oggi imperante fa sì che molte parole abbiano cambiato significato. Quindi si dice “missioni di pace” al posto di “missioni di guerra” e “dipartimento di difesa” al posto di “dipartimento per le aggressioni”. Di conseguenza “premio Nobel per la guerra” diventa “premio Nobel per la pace”. Gli autori di questo capolavoro dovrebbero ora avere il coraggio di spiegarlo agli abitanti di Belgrado.
|