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L'arroganza del potere: quel Veltroni uno e trino

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Martedì 16 Ottobre 2007 – 15:30 – Paolo Emiliani stampa
L'arroganza del potere: quel Veltroni uno e trino

Si può essere contemporaneamente segretario del Partito democratico, presidente del consiglio in pectore e sindaco di Roma?
Qualunque persona di buon senso risponderebbe di no.
Tralasciando le mire su Palazzo Chigi che potrebbero materialmente non interferire più di tanto con gli altri due impegni, la conduzione di un partito di grosse dimensioni e la fascia da sindaco della città più grande e importante d'Italia sembrano veramente inconciliabili. Questo sotto il punto di vista pratico; c'è poi un evidente conflitto di interessi che forse non è sancito dalle leggi ma il buon gusto imporrebbe ugualmente le dimissioni dal Campidoglio.
Veltroni, però, da quell'orecchio sembra non sentire.
Il vicepresidente leghista del Senato, Roberto Calderoli, è tornato così ufficialmente a chiedere le dimissioni del neo segretario del Pd, così come fece lo scorso 2 luglio, quando Veltroni, allora candidato segretario del Pd, annunciò un tour elettorale in giro per l'Italia.
Calderoli all'epoca individuò l'incompatibilità dei due impegni: governare una metropoli con una impegnativa campagna elettorale. “Ora - sostiene ancora Calderoli - visto che nel frattempo in questi mesi il sindaco Veltroni i cittadini romani lo hanno visto soltanto in televisione mentre era in giro per l'Italia a fare campagna elettorale, ribadisco questa richiesta di dimissioni immediate dalla carica di sindaco: a questo punto si tratta di dimissioni obbligatorie perché i due impegni non sono in alcun modo conciliabili e quindi o prende in giro i cittadini di Roma oppure prende in giro il suo nuovo partito”.
L'esponente del Carroccio spesso si abbandona a richieste stravaganti, ma questa volta ha finalmente detto qualcosa di molto sensato. Veltroni, però, difficilmente lascerà la poltrona più alta dell’aula di Giulio Cesare, perché così facendo abbandonerebbe la gallina dalle uova d’oro.
Il sindaco di Roma è molto più di un sindaco: per risorse economiche a disposizione, numero di addetti e visibilità mediatica, la prima poltrona del Campidoglio è paragonabile a quella di un ministero di prima fascia, Esteri, Interni o Economia. Facciamo qualche esempio. Mettiamo il caso che Bush o Putin vengano in visita ufficiale a Roma. Certo incontreranno le più alte cariche dello Stato e del governo, ma per evidenti motivi di opportunità avrebbero difficoltà ad incontrare i leader politici dell'una o dell'altra parte. Veltroni però si infilerebbe la sua bella fascia tricolore da sindaco della Capitale e senza offendere alcun protocollo si troverebbe bello e confezionato un incontro ravvicinato con l'illustre ospite. Ed ogni volta che apparirà in televisione (e Veltroni è un maestro nel creare l’evento anche dove non c’è) nessuno potrà accusarlo di prevaricare gli avversari, di occupare spazi maggiori degli altri, perché non sarà sullo schermo il Veltroni segretario, ma il Veltroni sindaco.
Senza contare poi le iniziative “pro domo” pagate con i soldi del comune di Roma, cioè i nostri.
Mostre, rassegne, festival e per finire le notti bianche pesano non poco sul portafoglio del contribuente ma garantiscono a Veltroni enormi ritorni di immagine.
Non è certo un caso se il Kennedy de noantri ha preso oltre il 70% alle primarie del Pd. C’era il voto degli apparti, certo, ma il più è venuto dall'immagine buonista coltivata da sempre ma esposta a non finire in questo doppio mandato da sindaco.
Questo, però, non è conflitto di interessi per Veltroni e nemmeno per tutti i suoi compari del centrosinistra e nemmeno si protesta tra i più facinorosi della sinistra cosiddetta radicale, quelli che l'ideale duro e puro lo conservano all'interno di stabili (pubblici) gentilmente concessi in uso gratuito proprio da Veltroni.
Le sue dimissioni sarebbero un atto eticamente dovuto, ma proprio per questo impensabile da parte di chi non è assolutamente diverso da tutto il resto della casta, quella che ha sempre costruito le proprie fortune personali sull’indebito vantaggio, sulla sopraffazione dell'interesse pubblico, in poche parole sull’arroganza del potere.

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