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Immigrazione: Amato sbeffeggia l'identità italiana

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Mercoledì 17 Ottobre 2007 – 16:38 – Alessandro Cavallini stampa
Immigrazione: Amato sbeffeggia l'identità italiana

Secondo una ricerca effettuata dalla Makno per conto del ministero dell’Interno oltre la metà degli immigrati risiede in Italia da più di cinque anni e ha un livello di istruzione medio-superiore contrastante con il profilo lavorativo che vede, fra i lavori maggiormente svolti, quello di operaio, badante, colf a ore e cameriere. Riguardo la loro situazione abitativa la maggior parte degli immigrati vive in famiglia o con altre persone, amici e parenti, prevalentemente in affitto e in una casa in media più piccola degli italiani.
I motivi che hanno spinto questi immigrati verso il nostro paese sono da ricercarsi prevalentemente nelle esigenze di lavoro o nel desiderio di raggiungere un familiare. Per il futuro il 26,3% dichiara di voler vivere in Italia, mentre c’è una percentuale consistente, oltre il 40%, che indica in modi diversi di voler tornare nel paese di origine. Sulla volontà di acquisire la cittadinanza italiana dopo dieci anni di residenza il 55,2% risponde affermativamente a questa possibilità, a fronte di un 20,3% che si dichiara non interessato e a un consistente 24,5% di incerti. La spinta ad acquisire la cittadinanza è dovuta soprattutto al fatto che poi non sarebbe più necessario richiedere il permesso di soggiorno, oltre alla possibilità di avere gli stessi diritti degli italiani.
Interessante poi la percezione degli immigrati da parte degli italiani, come risulta dai dati di tale ricerca. Il 65,3% non sa dire quale sia il numero degli immigrati, la percentuale percepita di clandestini è in genere sovrastimata e il 59,2% degli italiani pensa che negli ultimi anni gli immigrati siano “aumentati molto”. I sentimenti rilevati nei confronti degli immigrati sono così ripartiti: il 42,1% esprime apertura, il 32,7% chiusura e il 25,2% indifferenza.
Questi risultati sono stati illustrati giovedì scorso a Roma nell’ambito di un convegno aperto dal sottosegretario Marcella Lucidi e di una tavola rotonda alla quale hanno preso parte il ministro dell’Interno Giuliano Amato insieme a Magdi Allam, Luca Riccardi e Gianni Riotta. E’ stata anche presentata la guida “In Italia, in regola”: si tratta di una pubblicazione realizzata in un milione di copie dal ministero in collaborazione con BancaIntesa, redatta in otto lingue, che illustra le principali regole sull’immigrazione.
Numerosi gli spunti polemici durante l’incontro, soprattutto con riferimento alle problematiche dell’integrazione e dell’Islam. “Considero che sia un segno di fallimento il fatto che per illustrare regole si debbano stampare opuscoli in otto lingue - ha detto Magdi Allam in relazione alla guida presentata - in quanto “l’investimento deve essere fatto affinché gli immigrati in Italia conoscano tutti l’italiano”. Una ipotesi sulla quale non è d’accordo il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, per il quale non esiste inoltre una categoria unica di immigrati. “Non esiste - ha aggiunto - una precostituita identità italiana, l’identità italiana si è venuta formando attraverso una pluralità di rapporti”. “Gli stessi Stati Uniti come il Canada - ha poi aggiunto - sono un paese in cui chiunque arriva viene chiamato a definire l’identità del paese: sono chiamato a essere americano, sono chiamato a essere canadese e finisco per rendere partecipe della mia quota di identità l’identità complessiva del paese”. Per il ministro dell’Interno rendere difficile il ricongiungimento familiare “è un errore politico” mentre “la cittadinanza la dobbiamo dare a chi la vuole. Deve essere offerta a chi si sta radicando qua”.
Molto preoccupanti queste parole da parte di Amato. Come può un rappresentante del nostro governo affermare che non esiste un’identità italiana? Comprendiamo che la sinistra voglia lisciare il pelo agli immigrati considerandoli una futura massa di potenziali elettori. Ma che per questo motivo voglia distruggere la nostra identità culturale, già fortemente attaccata dal consumismo imperante, ci sembra un vero e proprio delitto.
Come sempre si confondono tra loro i due problemi. Un conto è la volontà di tutelare gli immigrati in quanto “nuovi poveri” sfruttati dal sistema capitalista. Su questo punto noi ci battiamo duramente da anni affinché siano loro riconosciuti gli stessi diritti che spettano ai lavoratori italiani.
Altra questione è invece la necessaria difesa della nostra identità nazionale e culturale. Qui si non tratta di assumere atteggiamenti razzisti o xenofobi ma di preservare la nostra storia. Tanto è vero che pensiamo lo stesso della cultura altrui.
Gli immigrati non dovrebbero cedere alle tentazioni dell’Occidente ricco e consumista ma continuare a difendere le proprie tradizioni. Solo così si renderebbero conto che sono le prime vittime del sistema capitalista. Essere stati sradicati dalle proprie terre li ha resi merce da sfruttare per i padroni, che li trattano come veri e propri schiavi.
Si vuole realmente realizzare un socialismo che tuteli in primis la dignità di ogni uomo in quanto tale? Allora la battaglia anticapitalista non può che andare a braccetto con quella identitaria. E gli immigrati dovrebbero essere in prima fila in questa battaglia.

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