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Analisi
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La "benevola" finzione chiamata Israele

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Domenica 9 Marzo 2008 – 14:11 – Jacopo Barbarito stampa
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Intervista a Furio Colombo l'autore del libro "La fine di Israele"

Cosa ne pensa della proposta avanzata dall’On. Di Pietro riguardo la riforma del sistema televisivo?
Si tratta di una proposta fuori luogo, in quanto ogni cosa deve essere fatta in un debito contesto, in questo caso quello di una riforma organica della legge sulla televisione. Il grande problema preliminare non è quello di tagliare alcune reti televisive ma quello di inserire degli impedimenti netti nella legge: il problema che vedo non è dato dal numero di emittenti televisive, ma dalla loro eventuale proprietà da parte del presidente del Consiglio; si configura dunque come un problema di conflitto di interessi. Nei primi tre giorni della XV legislatura presentai una proposta di legge dove si leggeva che la condizione di proprietario – e quindi di concessionario – di permesso di trasmissioni televisive è incompatibile con l’esercizio di qualsiasi funzione esecutiva, compresa quella di presidente della Regione e non soltanto di presidente del Consiglio. Partire invece dal numero di televisioni e da una teorica riforma del sistema televisivo importa poco a me così come ai cittadini: il problema non è dato dal numero di canali televisivi – negli Usa ne troviamo un numero molto maggiore – ma dal rispetto delle regole della separazione dei poteri tra informazione e politica, che deve essere accompagnata dall’altrettanto rigorosa separazione tra religione e politica.

Lei è stato autore, di recente, del libro “La fine di Israele”: può riassumerci, brevemente, le principali motivazioni che l’hanno portata a formulare questa conclusione?
Non sono d’accordo con quest’ultima interpretazione data alla domanda. Il libro si chiama “La fine di Israele” perché mai come in questo momento è apparsa la possibilità della liquidazione di Israele come Stato, in quanto ha come nemici le più grandi potenze petrolifere del mondo.
Non è una guerra dei “poveri” contro i “ricchi”, come ci viene sempre raccontato, ossia dei tracotanti israeliani contro i poveri palestinesi, bensì della scomparsa di Israele, e dunque dei palestinesi. Uno Stato palestinese è stata un’ipotesi che non è diventata, purtroppo, una realtà per volontà dei paesi petroliferi, perché avrebbe potuto esistere nel 1948, quando le Nazioni Unite istituirono la realtà dello stato di Israele, con l’Unione Sovietica come primo sostenitore anche della prima ipotesi. I palestinesi non hanno mai rifiutato un loro Stato: sono state le grandi potenze petrolifere arabe, che non volevano nessuna ingerenza politica nell’area, ed hanno costretto i palestinesi a diventare da quel momento carne da macello.
L’idea a cui purtroppo si associa ancora la sinistra è quella di dire ai palestinesi di continuare a combattere, di continuare ad essere carne da macello. Si intende che avere abbandonata da parte dell’Europa tutta l’area, su entrambi i fronti, ha fatto sì che Israele andasse a stringere un legame particolarmente forte con gli Usa, per avere quegli aiuti e quei soccorsi che altrimenti non avrebbe avuto.
Non va dimenticato che Israele è stato oggetto di un boicottaggio così stretto da parte dei paesi arabi, tanto che nessuna azienda europea ha mai aperto neppure un’officina o una filiale in Israele per quarant’anni, in omaggio a tale embargo.
Così sono entrati gli Usa, come avrebbe fatto qualsiasi altro Paese, proprio mentre la Russia trovava il suo spazio nei ricchissimi Paesi arabi. A quel punto, Israele si è trovata legata ad una situazione ambigua ed ambivalente poiché ha sì avuto quel sostegno che l’Europa gli ha negato, e se lo avesse avuto avrebbe avuto una ben altra libertà di muoversi, ma è stata anche precipitata nella spaventosa fossa della guerra in Iraq. Ho scritto che Israele sta finendo proprio ora, perché si capisce che la guerra in Iraq non sta finendo, poiché è basato sull’atteggiamento fideistico dello scontro di civiltà, che è come una faglia di terremoto al centro della quale c’è Israele. Quindi, proprio a causa del suo migliore e più fedele alleato, Israele si trova nella faglia dello scontro di civiltà, pericolo mortale in quanto lo scontro di civiltà è fra tutti gli islamici – compresi quelli che avevano imparato a fare la pace con Israele – e tutti coloro che sono decisi a dare una lezione definitiva al mondo islamico, anziché tentare i rapporti politici e diplomatici. Mai come ora, dunque, la sua esistenza è in pericolo, dimenticando tutte le volte in cui Israele ha tentato davvero di fare la pace, comprese le volte in cui Arafat ha detto di no, forse pressato dai grandi petrolieri arabi, comprese le volte in cui ha detto di no a Barak ed a un terzo di Gerusalemme, fatto rimasto inspiegato se non nella propaganda. Parlavo di recente con degli studenti marocchini ed egiziani, il no di Arafat, che ha fatto sì che i palestinesi fossero nuovamente carne da macello, generando la seconda intifada e la guerra degli Hezbollah, e quella spaventosa ridefinizione in cui si comprese che Israele poteva essere attaccata sia da sud che da nord, con nuovi dispositivi militari che vedevano i civili come vittime, da entrambe le parti, mentre i militari rimanevano coperti, senza identificazioni né divise, si è capito che la fine di Israele diventava una possibilità reale. Insieme a questa finirebbe anche la Palestina, poiché non esiste nessun documento, anteriore al 1948, che attesi la disponibilità araba alla creazione di uno stato palestinese: la Giordania si era annessa la West Bank, l’Egitto si era preso Gaza, tutto il territorio sarebbe stato diviso, in quanto ex provincia dell’impero ottomano, unico territorio a cui i colonialisti inglesi e francesi non avevano dato una finta dinastia, cosa accaduta invece in tutti gli stati circostanti, che sono finti, ma si fa finta che sia finto solo Israele.
È vero che Israele è nato da una benevola finzione, molto simile alla nascita del Bangladesh o del Pakistan dall’India o del Myanmar, o a tutti quei paesi che hanno portato a 193 il computo degli stati tuttora esistenti, a cui adesso va aggiunto anche il Kosovo; come ci dimostra il Kosovo, e la stessa indipendenza italiana ce lo insegna, le indipendenze nascono sempre nel sangue, gli abbracci avvengono solo decenni dopo, sempre che avvengano.
Adesso, ad esempio, ci troviamo nell’Unione Europea insieme all’Austria, ma per mio padre – sottotenente decorato nella Grande Guerra - l’Austria era il più grande nemico dell’Italia, paese barbaro e spregevole nelle terre irredente verso gli italiani. Adesso io, suo figlio, amo l’Austria, che considero il migliore degli amici europei e che temo solo quando si trova sotto un governo filofascista come quello di Haider. Questo avverrà anche nel Medio Oriente, ma sarebbe bene che tutti coloro a cui stanno a cuore i palestinesi, anziché spingerli a combattere, contribuendo alla definizione orrenda degli israeliani come nuovi nazisti, li spingessero a fare ciò che fece Rabin, cioè tavoli della pace, sostenendone le ragioni a quegli stessi tavoli. Non incitandoli alla guerra o a scagliare missili, quella non è amicizia: così come i migliori amici di Israele non devono battersi per rendere quest’ultima più forte e combattiva, perché il suo popolo non ne può più della guerra, in quanto i loro bambini li hanno persi lo stesso sugli autobus e niente può compensare quel tipo di perdite. Tutti sanno che i popoli vogliono la pace, molto più dei politici.
Quattro volte siamo stati vicini alla pace nei rapporti Israele-Palestina: in queste occasioni ci sono state tali partecipazioni di cultura e politica da parte israeliana che non consentono l’epiteto di nuovi nazisti dato agli israeliani da certa sinistra, così come non consentono di descrivere i palestinesi come terroristi.
Il sostegno dei diritti dei palestinesi è nella sopravvivenza di Israele e nella pretesa che dovrebbe avere chi li sostiene di portare tutto ad un tavolo di pace che si concluda davvero con la pace e non a sacrificare nuovi combattenti in nome di diritti sacrificati per sempre.

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