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Globalizzazione e identità nazionale

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Domenica 9 Marzo 2008 – 13:44 – Jacopo Barbarito stampa
Globalizzazione e identità nazionale

Rinascita ha incontrato Furio Colombo l'ex direttore dell'unità e attuale senatore dell'ulivo.

Oggi la grande finanza ha il monopolio in diversi settori della vita civile e dell’economia: ci troviamo in un sistema dove quegli stessi attori (visto anche l’art. 105 di Maastricht) hanno subordinato i tre poteri di Montesquieu alla logica del denaro e del guadagno. Le sembra un sistema a “misura di cittadino”?
Certamente no, ma il problema si può riassumere ancor più semplicemente affermando che l’economia non può essere superiore alla politica. La politica deve avere l’economia tra i suoi vari contenitori, tenendo conto dei grandi eventi che avvengono nel mondo, senza pretendere di cavalcare i grandi problemi come quello dell’energia o della carenza di acqua nel mondo, ma partendo da questi dati una politica intelligente deve dare direttive e studiare i percorsi, senza farseli segnare dai gruppi di interesse, come sottolineato dalla sociologia americana sin dagli anni ’70, quando nel cuore della loro politica migliore – ossia del Partito Democratico – hanno cominciato a farsi sempre più sentire i gruppi di interesse. Nel momento in cui le idee ed i progetti sono iniziati a diventare la rappresentazione degli interessi e della forza di questo o quel gruppo di interesse, l’economia ha iniziato a dettare legge, prima ancora dell’inizio di quell’era reaganiana, in cui tuttora viviamo, nella quale l’economia decide e la politica esegue, va dunque rovesciata questa sequenza.

La comunanza di interessi con alcune grandi imprese finanziarie o con grandi banche di esponenti di spicco del nostro panorama politico – come l’ex premier Prodi o Draghi – in che modo può influenzare la politica di questi personaggi?
Non vedo perché pensare per primo a Prodi quando l’intero parterre della destra politica italiana è espressione di una delle più grandi ricchezze del mondo, la quattordicesima, alludo a quella berlusconiana: quando il panorama politico è inquinato da fatti del genere, tutto il resto è alterato. Certo che se poi c’è qualche rapporto tra un particolare politico e delle banche questo deve essere analizzato, rivelato, se è necessario, e chiarito. Io penso sia perfettamente naturale se ci sono persone che hanno avuto una vita professionale attiva prima di entrare in politica e abbiano degli ambiti di vicinanza o di lontananza: si tratta quindi di sorvegliare con quanta bravura e con quanto rigore siano in grado di tenersi ad equa distanza da quei gruppi che avevano frequentato quando non avevano incarichi politici. Pertanto il giudizio deve mantenersi implacabile, continuo e severo ma senza confondere il peso immenso ed inquinante di quella che è una delle più grandi ricchezze del mondo, che con il solo spostamento di un conto in banca cambia l’intera economia di un certo settore e, invece, i rapporti di vicinanza tra persone e gruppi. Si tratta, dunque, dell’implacabile sorveglianza dell’opinione pubblica, il cui unico strumento di controllo è la stampa. Ma anch’essa è spesso di proprietà di banche e per cui il cerchio torna a chiudersi. Ai cittadini si chiede dunque uno sforzo, un doppio lavoro: meglio se questo, invece che esprimersi in un’antipolitica, che finisce per mandare tutti al diavolo, si concretizzi nel mandare al diavolo le persone una per una, guardando bene chi si manda al diavolo, per non ripetere l’espressione di Grillo. Se si fa, invece, un discorso generico, senza i debiti distinguo, e si giudicano tutti colpevoli, il discorso si chiude con una generale assoluzione.

In diverse nazioni europee sono in vigore leggi “anti revisioniste”, cosa ne pensa in merito a questa limitazione della libera espressione?
Non credo si debba fare ricerca per chiarire alcune cose su realtà storiche ben definite. Ricordo che, quando mia figlia andò ad Harvard, una sua compagna di dormitorio espose la bandiera degli Stati del Sud, quindi negazionisti della schiavitù, secondo i quali solo gli interessi industriali ed economici del nord portarono Lincoln ad attaccare la confederazione sudista. Questo gesto provocò una tale rivolta del corpo studentesco ed accademico che le lezioni non cominciarono ed il presidente espulse la ragazza che aveva esposto la bandiera schiavista, a causa dell’insulto al 25% dei ragazzi neri della scuola, intollerabile da parte sua e da tutti i ragazzi del corpo studentesco. In altre parole, la storia non torna indietro: l’America di oggi è fondata sulla negazione dello schiavismo, riprendere il problema, con la scusa di farne una discussione storica, è considerato intollerabile dall’intera cultura americana. Si deve partire da ciò che accadde: lo stato federalista americano è fondato sull’abolizione dello schiavismo, sui diritti uguali per tutti, sul Bill of rights e sulla costituzione. L’idea che si voglia tornare indietro è considerata distruttiva, così come quella di voler tornare ad ispezionare l’Olocausto, quando abbiamo ancora persone in vita che ci dicono cosa è stato, quando anche io ricordo l’espulsione dei miei compagni di classe, chiamati uno ad uno nell’aula magna e da allora messi a disposizione della persecuzione straniera, quando si ricorda questo crimine italiano – dato che la Germania non avrebbe potuto imporlo a tutta l’Europa senza la collaborazione locale – ci mettiamo a parlare di negazionismo? Credo che sia una cosa fuori luogo, specie da parte nostra, dove si prendevano 5.000 lire per ogni ebreo denunciato ai tedeschi. In un Paese che ha fatto queste cose, parlare della libertà di revisione storica è fuori dalla storia: l’Olocausto è un delitto italiano e dobbiamo iniziare a rendercene conto, prima di renderne conto. La cultura americana ha avuto la forza di svelare tutto l’orrore del proprio schiavismo e anche noi dobbiamo avere il coraggio di fare altrettanto. Ci sono stati certamente tanti altri orrori ed ognuno ha una parte diversa nella storia ed un ruolo diverso: ai russi spetta di parlare dei loro gulag, e dirci fino in fondo così vi accadeva; agli jugoslavi spetta di parlare delle foibe e dirci la parte delittuosa, che sì venne provocata da un fascismo spaventoso come quello di Ante Pavelic, che si preoccupava di togliere gli occhi alle sue vittime prima della loro fucilazione, ma questo non assolve l’orrore delle foibe. Fare però di queste ultime un contro-Olocausto mi pare assolutamente folle, perché mentre le foibe nel loro orrore sono uno spaventoso episodio di una guerra in cui il fascismo ha avuto la sua parte, creando le condizioni spaventose che hanno portato a tale reazione, a quel delitto dovrebbe corrispondere anche tra gli jugoslavi un giorno della memoria, non per difendersi quando noi ricordiamo quel che è successo ma per interrogarsi sul loro operato. Che lo facciamo noi in memoria delle vittime innocenti è sacrosanto, ma che lo si faccia come rivalsa sulla giornata della memoria degli ebrei mi pare immodesto. Noto, per avere proposto e sostenuto la legge alla Camera sull’istituzione della giornata della memoria, che le foibe mi sono state sempre presentate come grande ostacolo: ma il primo è un delitto italiano, il secondo è stato fatto contro gli italiani, ma noi parliamo di responsabilità, il discorso sul dolore e l’orrore del mondo sarebbe davvero troppo vasto. Non bisogna tirarci addosso i cadaveri o limitarsi a fare un elenco di dolori.

Malgrado la globalizzazione si avvertono forti richiami alle identità nazionali da parte di alcuni popoli. Non vede una stridente collisione fra queste due tendenze, che vanno chiaramente in direzioni opposte?
Ovviamente vanno in direzioni opposte in quanto tutta le tensione del mondo si è incentrata sulla globalizzazione economica, tralasciando quella umana. Le persone non sono mai state così inchiodate alla loro terra: le banche possono congiungersi nei posti più disparati, ma le persone no. Ogni Paese gareggia con l’altro su chi è più cattivo, compresi gli Usa, che in questa campagna elettorale hanno all’ordine del giorno un grado di allarme nei confronti degli immigrati, su cui si fonda la politica americana, mai raggiunto in precedenza. I due candidati democratici fanno fatica a contenere la pressione anti-immigrati in un paese in cui gli immigrati illegali stanno tenendo su l’economia americana: questo dimostra il perché, all’interno degli Usa, vi siano contraddizioni così clamorose, come la proposta di dare la patente di guida agli immigrati illegali, separando le due documentazioni, presentando l’argomentazione che fa sì che vi sia un certificato che attesta la capacità di guidare e, nello stesso tempo, la presenza di una minima capacità identificativa. Dei tre problemi, dunque, della non identificabilità, della guida senza patente e dell’illegalità, se ne risolvono quanto meno due, con puro buon senso. Ovviamente vi sono state accese proteste a causa di questa legalizzazione indiretta. A volte, però, manca il buon senso, così come accade in Italia con la Lega, che tutti consideriamo bonario, ma è pronta a richiamare alle armi i suoi seguaci ogni qual volta si tocchino certi argomenti e si inneggi alla secessione. È dunque accaduta una grande liberalizzazione internazionale dei movimenti economici, mentre le persone restano ferme: da una parte per la povertà, dall’altra per il terrorismo, che ha limitato gli spostamenti fisici delle persone. Su quest’ultimo punto voglio ricordare la recente norme in vigore negli USA, per cui per entrare è necessario depositare le impronte di tutte e dieci le dita delle mani, cosa che rende meno agevoli gli spostamenti. Andrebbe dunque rovesciata questa situazione pazzesca in cui i popoli e le persone sono inchiodati al loro luogo di nascita e persino alla loro classe sociale, mentre la ricchezza viaggia incontrastata. Esiste dunque la sola globalizzazione economica, essendo invece mancata del tutto quella delle persone all’infuori del flusso delle informazioni, benché il racconto del viaggiatore o il sentito dire siano sempre stati presenti nelle varie epoche storiche. Nel Medioevo non era avvenuta l’attuale globalizzazione economica, ma le informazioni viaggiavano ed i mercanti conoscevano diverse lingue: tutto passa dovunque con estrema facilità, al di fuori degli esseri umani. La grande rivoluzione è stata solo economica e questo è il vero problema. Il buco nero in cui rischiamo di cadere è appunto un mondo globalizzato nei soldi e ghettizzato nella natura umana.


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