Il recente e contemporaneo caso Benedetto XVI-La Sapienza, e cioè l’opportunità dell’invito da parte del rettore della maggiore università europea alla massima guida di una religione per svolgere una Lectio magistralis nella giornata di inaugurazione dell’Anno Accademico, non può non essere tema di discussione critica. Personalmente ritengo un’assurdità, in primis, che un qualsiasi invito o riconoscimento a personalità esterne ad un’Universitas degli studenti e dei docenti non sia in premessa discusso in sede di plenum - quantomeno - del Senato accademico. Sia questo il riconoscimento di una laurea honoris causa (esempio vergognoso quella concessa allo speculatore internazionale Georges Soros dall’Ateneo di Bologna), sia questa una lectio di un condannato per terrorismo quale Adriano Sofri, e sia questa una lectio magistralis che di fatto inaugura senza confronto di idee un anno accademico. Sempre personalmente - e per mia modesta preparazione culturale comunque iniziata con una laurea in storia e filosofia proprio presso La Sapienza - ritengo al contempo propria di una Università degna di tale nome la massima disponibilità ad ospitare il pensiero o le “letture” di chiunque possa arricchire con la propria esperienza e con le proprie idee le conoscenze umane. Sia esso Benedetto XVI che - ad esempio - l’ayatollah sciita Seyed Ali Khamenei o il Dalai Lama. O di un Ilich Ramìrez Sànchez detto “Carlos” o di un Adriano Sofri, o di un Franco (Giorgio) Freda, o di un Robert Faurisson, o di un Israel Shamir. O di un Modigliani o di un Soros, ma anche di un Allais. A patto però, come richiamato sopra, che sia un invito discusso ed approvato (senza paletti di unanimità, si intenda) dal corpus dei docenti e degli studenti che sono l’anima degli atenei, che sia motivo di confronto, e che - soprattutto - non riguardi una lectio magistralis di inaugurazione dell’anno accademico. Perché è evidente - mancando ogni presupposto di possibile dibattito - che si tratterebbe di un simbolo di supina accettazione di tesi e di pensieri che virtualmente informerebbero di sé la vita stessa temporale dell’università in questione senza diritti alcuni di confronto e/o replica. Alcune ulteriori osservazioni sul caso strettamente in questione. La solidarietà ai professori dissidenti è un atto dovuto. Senza entrare nelle loro argomentazioni - che, tanto per essere chiari, almeno per quanto riguarda quelle comprese nella lettera del professore emerito Cini, ritengo alquanto demagogiche e forse anche becere - è un fatto che è stato il rettore, motu proprio, coscientemente ed evitando il confronto con il suo corpo docente, ad accendere la miccia e a farsi responsabile di quanto accaduto. La rinuncia di Benedetto XVI alla lectio alla Sapienza è stata evidentemente dettata da una giusta riflessione sulle errate modalità dell’invito a lui rivolto dal rettore. Nulla però deve vietare una possibile reiterazione di tale invito - previa generale discussione in sede di Senato accademico - per un confronto con idee che sono proprie, degne e largamente condivise nel mondo in materie fondamentali come la ragione, la scienza, il cammino umano. Se alquanto non condivisibili sono state le argomentazioni più note del dissenso alla lectio magistralis di Benedetto XVI, altrettanto non condivisibili sono stati gli attacchi ai dissidenti piovuti a piene mani da presunti opinionisti e “scienziati” di parte cattolica. Che hanno dichiarato a torto la dissidenza una “intolleranza” al libero pensiero. C’è infine da ricordare che le Università italiane, purtroppo, sono state da tempo costrette a degenerazioni pseudo-scientifiche e sono diventate teatro di moltiplicazione di cattedre e di insegnamenti di false o pseudo-scienze (Ugo Spirito docebat). Con la devastante conseguenza di un livellamento delle conoscenze e di una caduta libera della preparazione culturale delle giovani generazioni. E’ questo in fondo il motivo ultimo e grave della rincorsa dei rettori - “per fare produttività”... - agli inviti, alle lauree ad honorem, alle lectiones e alle inutili duplicazioni degli insegnamenti. Tratteggiato quanto sopra, dichiaro, in merito, la mia più completa solidarietà, in particolare, al professor Antonio Caracciolo dell’associazione per la libertà di pensiero Civium Libertas, docente di filosofia del Diritto alla Sapienza, che pur dichiarando di non essere né stato interpellato dal Rettore, né dai 67 fisici dissidenti, ha duramente criticato il tentativo posteriore, da parte clericale, di denunciare quanto accaduto come un attentato alla “libertà di parola per il papa, una libertà che non è stata minimamente messa in discussione”. |