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L'oro verso i 912 dollari all'oncia

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Martedì 15 Gennaio 2008 – 18:05 – Sabrina Lauricella stampa
L'oro verso i 912 dollari all'oncia



Non si arresta la corsa dell’oro. Ieri il metallo giallo ha superato sul mercato di Londra la soglia dei 911 dollari, la quotazione più alta degli ultimi 27 anni. Il nuovo record storico fa seguito a quello di 900 dollari raggiunto la settimana scorsa e avvicina pericolosamente l’oro a quella che i broker considerano la prossima “resistenza” tecnica, i 912-915 dollari all’oncia, limite psicologico che il mercato teme ma che, una volta superato, potrebbe portare ad una nuova forte accelerazione delle quotazioni.
Ad alimentare la corsa, per gli analisti, è soprattutto la debolezza del dollaro, amplificata dalle conseguenze della crisi dei mutui subprime, dal forte indebitamento gemello accumulato nella bilancia commerciale e nella finanza pubblica dal governo Bush, condizioni che spingono molti investitori a scegliere l’oro, tradizionale porto sicuro contro la perdita di valore della moneta. Nell’ultima settimana, poi, il metallo prezioso è stato reso ancora più invitante dall’allarme recessione lanciato da alcuni analisti nonché dal forte rischio inflazione legato al taglio di 50 punti base dei tassi di interesse d’oltreoceano (al 3,75%), prospettato dal presidente della Fed, Ben Bernanke, per la fine di gennaio. Proprio il timore di una ulteriore perdita di valore del dollaro e, quindi, degli investimenti in questa importante divisa internazionale, sembra a ben vedere la vera chiave di volta della grave crisi che rischia di scuotere il sistema monetario internazionale. Dal confronto dell’andamento delle quotazioni dell’oro nelle principali valute emerge infatti che, a seguito dell’indebolimento del dollaro, il metallo prezioso sta crescendo soprattutto rispetto alla sua divisa di riferimento, quella Usa appunto, e meno rispetto ad Euro, Yen e Sterlina. A trainare la crisi, insomma, sembra proprio la svalutazione del dollaro, inizialmente voluta dal governo per i vantaggi competitivi che comporta in termini di esportazioni a scapito delle merci di altri Paesi (i prodotti venduti in dollari risultano meno costosi) ma ora spinta fuori dal controllo della Fed a seguito della pesante accumulazione di dollari e bond statunitensi in mani straniere. Il timore di ulteriori perdite di valore degli investimenti sottoscritti nella divisa Usa, sta spingendo da tempo gli investitori stranieri a smobilitare, cercando investimenti alternativi diversi da quelli in altre valute pregiate, che causerebbero un ulteriore indebolimento del dollaro. Via di fuga obbligata, quindi, la sostituzione delle attuali posizioni con investimenti in oro (o ad esso legati) o in altre materie prime. La preoccupante e progressiva crescita dell’oro, in questa ottica, appare quindi anche un riflesso della discutibile politica monetaria della Fed, molto accomodante rispetto all’inflazione con conseguenze gravi in termini economici e di stabilità dell’attuale sistema monetario mondiale, basato proprio sulla “forza” del dollaro. Una politica le cui conseguenze non sono facilmente prevedibili, specie in presenza di una diffusa speculazione rialzista che porta molti operatori a ritenere possibile il superamento a breve della soglia di 1000 dollari all’oncia e che comunque ha già dato prova di sé nel 1992 con i pesanti attacchi finanziari alla Lira e alla Sterlina.
Ma l’oro non è oggi, a ben vedere, l’unico “bene rifugio” degli investitori: le elevate quotazioni del prezioso metallo sono infatti accompagnate da record simili del petrolio (oltre i 100 dollari al barile) e della divisa europea, ma soprattutto da quotazioni estreme di altre materie prime, come platino, rame, nickel, argento, molte delle quali cresciute proporzionalmente più dello stesso oro. Secondo alcuni analisti, tutto il settore delle commodities è diventato un bene di rifugio e i fondi speculativi, che possiedono buona parte del debito estero Usa, lo stanno addirittura preferendo al prezioso e tradizionale metallo. La stessa scelta d’investimento è poi seguita dagli investitori che operano con monete forti, che così amplificano ulteriormente le tensioni sul settore delle materie prime. Tanto più la Fed porta avanti una politica espansiva e inflattiva, innescando nel sistema distorsioni e squilibri come quello dei mutui subprime, tanto più le commodities continueranno a salire, riflettendo i sintomi della crisi del sistema monetario basato sul dollaro. Una situazione rispetto alla quale, inoltre, le banche centrali, oltre a sbagliare strategia, hanno oggi anche meno strumenti di azione rispetto al passato.
Con il dollaro ai minimi, il petrolio, l’oro e le materie prime alle stelle, lo scenario sembra pericolosamente avvicinarsi a quello verificatosi a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Allora, dicono però alcuni per rassicurare, l’inflazione era a livelli decisamente superiori rispetto all’attuale 2,6% dell’Italia e al 3,1% di Eurolandia. In realtà, è giusto ricordarlo, all’epoca (almeno in Italia) c’era la scala mobile, un meccanismo che amplificava l’inflazione ma permetteva anche ai lavoratori di recuperare parzialmente il potere d’acquisto. Oggi al contrario ciò non è più possibile e l’inflazione al netto della scala mobile rischia di essere in termini di conseguenze sull’economia reale (consumi, costi di produzione ecc.) altrettanto grave. Tanto più che il terremoto sul mercato bancario oltreoceano non accenna a riassestarsi (ieri la Citigroup, la maggiore banca d’affari statunitense, ha annunciato possibili svalutazioni da subprime pari a 24 miliardi di dollari e un taglio di 20.000 dipendenti mentre nei giorni passati Merril Lynch aveva annunciato 15 miliardi di nuove perdite e la vendita di una quota azionaria), l’inflazione è al 4.3% e i tassi di interesse sono sostanzialmente negativi. Una perdita di valore che non lascia alternativa alle materie prime che, ovviamente, continueranno a salire in questo vortice speculativo.

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